Presidente Inps Tridico Riduzione Orario Lavoro

Per il presidente dell'Inps in Italia bisogna ridurre l'orario di lavoro

In questo modo, secondo Pasquale Tridico, sarebbe possibile redistribuire la ricchezza e aumentare l'occupazione. Di Maio apre ad «approfondimenti». Ma nel nostro Paese la produttività arranca da anni.

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Secondo il nuovo presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario è una leva per redistribuire la ricchezza e aumentare l'occupazione. Tridico ne ha parlato nel corso di una lezione sulle diseguaglianze nel capitalismo finanziario, tenuta presso il Dipartimento di Economia dell'Università La Sapienza di Roma. E in serata è arrivata una sorta di apertura dal vicepremier Luigi Di Maio, ospite di Porta a Porta: «Questo tema merita approfondimenti e massima discussione con le imprese e i sindacati. Conosco bene Tridico, è una tesi che porta avanti da anni. Non è escluso che a livello europeo possa essere una soluzione».

L'ULTIMA VOLTA NEL 1969

Nel nostro Paese, ha detto Tridico, «siamo fermi all'ultima riduzione di orario datata 1969, non ci sono riduzioni da 50 anni e invece andrebbero fatte. Gli incrementi di produttività vanno distribuiti o con salario aggiuntivo, o con un aumento del tempo libero». Peccato però che, come certifica l'ultimo rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, tra il 2000 e il 2016 la produttività del lavoro in Italia sia aumentata solo dello 0,4%. In Francia, Regno Unito e Spagna la crescita è stata di oltre il 15%, in Germania del 18,3%. Quale datore di lavoro, a queste condizioni, sarebbe disposto a corrispondere il medesimo salario in cambio di un numero inferiore di ore lavorate, dunque di un minor contributo alla produzione?

QUANTE ORE SI LAVORA NEL NOSTRO PAESE

Secondo l'Ocse, in base ai dati relativi al 2017, l'Italia si piazza decima nella classifica dei Paesi europei in cui si lavorano più ore all'anno. Da noi il dato medio per lavoratore è di 1.723 ore. In cima alla classifica c'è la Grecia con 2.018 ore, mentre l'ultimo posto è occupato dalla Germania con 1.356 ore. Nel quarto trimestre 2018, tuttavia, le ore lavorate in Italia hanno registrato un calo per dipendente pari allo 0,2% su base congiunturale e allo 0,8% su base annua. Solo il 5,1% degli occupati dell’area Ocse, inoltre, lavora più di 60 ore a settimana. In Italia parliamo del 3,9% del totale. In prima posizione a livello globale c’è l’India, dove il 13,6% degli occupati lavora una quantità di ore la settimana pari o superiore a 60, cioè 20 ore in più rispetto alle 40 ore cui siamo abituati in Occidente. Al secondo posto la Corea con il 12,8%, al terzo posto il Sudafrica con l’11,8%.

I MOTIVI CHE FRENANO LA PRODUTTIVITÀ

Ma quali sono i motivi che frenano la produttività italiana, posto che lavorare più di 40 ore la settimana non è un'opzione praticabile e sarebbe un arretramento dal punto di vista dei diritti sociali conquistati nel corso del Novecento? Secondo molti osservatori, in primo luogo l'arretratezza e/o l'insufficiente introduzione di nuove tecnologie rispetto ai nostri competitor, dunque un basso livello di investimenti pubblici e privati. E poi anche una specializzazione in settori come moda e turismo, che sono meno trainanti di quelli tradizionali come la meccanica, la chimica, la manifattura. Non ultimo il problema della formazione: occorrerebbe infatti migliorare la qualità della forza lavoro, attraverso una più efficace formazione tecnica e universitaria.

CETI MEDI SENZA FUTURO

Ma l'Ocse avverte che sono sempre più numerose le famiglie che non riescono a sostenere il caro-vita, a cominciare proprio dall'educazione e dalla casa. In Italia rientra nella classe media il 59% della popolazione e il 73% delle famiglie a medio reddito ha difficoltà a far quadrare i conti, contro una media Ocse del 43%. Il livello di reddito di questa fascia della popolazione è andato declinando a ogni salto generazionale, dagli anni del Baby Boom (1942-1964) fino ai Millennials (1983-2002). Sempre in Italia, inoltre, un posto di lavoro a medio reddito su sei (16%) è ad alto rischio automazione, vicino alla media Ocse (18%). Tra le soluzioni suggerite per ridare ossigeno ai ceti medi figurano il miglioramento dell'accesso a servizi pubblici di qualità, l'ottimizzazione delle coperture sociali e una più ampia offerta di alloggi a prezzi sostenibili.

TRIDICO FAVOREVOLE AL SALARIO MINIMO

Tridico, nel corso della lezione con cui ha aperto il master in Economia pubblica dell'Università La Sapienza, ha ribadito la necessità dell'introduzione di un salario minimo che si accompagni alla contrattazione collettiva. Ma ha anche sottolineato l'esigenza di affrontare la questione della mobilità dei capitali, soprattutto in funzione antidumping. L'obiettivo generale dovrebbe essere la riduzione delle diseguaglianze, non solo perché in questi anni sono molto aumentate, ma anche perché danneggiano la crescita dell'economia. La concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, ha concluso Tridico, non fa crescere i consumi, perché la propensione al consumo dei più ricchi è più bassa rispetto a quella di chi possiede meno risorse economiche. Non resta che spiegarlo anche ai sostenitori della flat tax.

10 Aprile Apr 2019 1810 10 aprile 2019
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