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L'Italia è schiacciata dal cuneo fiscale

Secondo l'Ocse un lavoratore single paga il 47,9%, una famiglia monoreddito il 39,1%. Sono le percentuali più alte al mondo. Mentre la politica continua a promettere di darci un taglio. 

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Il cuneo fiscale italiano è tra i più alti al mondo. A certificarlo è il rapporto annuale dell’Ocse che mette a confronto gli oneri e le tasse a carico di imprese e lavoratori in 35 Paesi. Eppure negli ultimi 20 anni i tentativi – o almeno gli annunci – di abbatterlo da parte dei vari governi non sono mancati. Fino all'attuale ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, che ha assunto l'impegno di dargli una sforbiciata. Tra una promessa e l'altra, questo carico contributivo che frena le assunzioni da parte degli imprenditori e alleggerisce le buste paga dei lavoratori ha continuato a crescere, arrivando ad assumere proporzioni spaventose.

CUNEO FISCALE AL 47,9%: PEGGIO SOLO BELGIO E GERMANIA

In Italia, un lavoratore “single”, senza moglie e figli, è sottoposto a un cuneo fiscale del 47,9%. Questo vuol dire che, fatto 100 il costo del lavoro, il carico fiscale pesa per circa la metà. Peggio di noi soltanto Belgio (52,7%) e Germania (49,5%). Decisamente meglio, invece, le nazioni del Nord e dell'Est Europa, attorno al 42%, la Grecia al 40,8% e la Spagna al 39,4%. Il Regno Unito si posiziona al 30,9. Grazie ai benefici sociali per le famiglie, il cuneo fiscale sui nuclei monoreddito con due figli, sempre in Italia, è pari al 39,1%. Percentuale che ci posiziona al secondo posto della graduatoria. La media Ocse è del 26,6%. Numeri insostenibili.

Il peso del cuneo fiscale sui lavoratori single e sulle famiglie monoreddito nei Paesi presi in esame dall'Ocse.

COME È SPALMATO IL CUNEO TRA IMPRESA E LAVORATORE

E poi c'è la questione di come il cuneo fiscale venga spalmato tra datore di lavoro e lavoratore. Sui dati 2017, in Italia, rispetto al salario netto, la ripartizione è stata più o meno equa: 45 per i lavoratori, 46 per le imprese. In Francia è 41 a 50. In Spagna il lavoratore è ancora più agevolato: 27 a 38. Solo in Germania si è deciso di tassare marcatamente l'impiegato (66) a vantaggio del datore 32. Non si tratta di mere scelte politiche: con la sua decisione Berlino ha certamente svantaggiato la parte più debole del rapporto, ma non ha frenato le assunzioni da parte delle imprese. Da questo punto di vista, il fatto che la Germania ci preceda nella graduatoria non comporta necessariamente che il suo cuneo fiscale incida maggiormente sul dinamismo del mercato del lavoro di quanto per esempio avviene da noi: all'imprenditore tedesco l'assunzione conviene comunque in misura superiore rispetto al datore italiano. E ha anche maggior spazio di manovra per aumentare i salari e venire così incontro al più elevato onere contributivo cui devono far fronte gli impiegati.

L'andamento del cuneo fiscale in Germania, Italia, Francia e Spagna dal 2008 al 2017 (fonte Assolombarda).

L'AUMENTO DEL CUNEO NEGLI ULTIMI 10 ANNI

Assolombarda aveva già posto l'attenzione sull'andamento di oneri e tasse a carico di lavoratori e imprese dal 2008 a oggi. Nell'ultima decade, si sottolineava, il cuneo fiscale è sempre cresciuto: nel 2008 era infatti al 46,6%. Altrove, in Europa, invece la situazione è migliorata, dando più ossigeno al mercato del lavoro: nel 2010 «la Germania ha migliorato la sua posizione competitiva intervenendo sulla componente fiscale, riducendola di quasi 2 punti percentuali, mentre la Francia è intervenuta sulla componente contributiva delle imprese, riducendola - a partire dal 2012 - di oltre 4 punti percentuali e alzandola di un punto ai lavoratori». Censis/Confcooperative, nel suo report Pil, la competitività tradita. La rana salta con le zampe legate segnalava: «Gli oneri amministrativi gravano sulle piccole imprese italiane per circa 31 miliardi di euro per il periodo 2007-2012 (ultimi dati resi disponibili dal ministero per la Pubblica amministrazione)». Inoltre faceva presente che «in Italia si impiegano circa 238 ore per i 14 principali adempimenti fiscali (oltre 6 settimane lavorative), contro le 138 ore della Francia per 9 adempimenti». Una perdita di tempo difficilmente monetizzabile che si somma alle esose richieste del Fisco.

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VENTI ANNI D'ANNUNCI E SOLO QUALCHE SFORBICIATA

Eppure, in Italia molti governi hanno annunciato di volere abbattere il cuneo fiscale. Soprattutto quelli di centrosinistra, dato che il tema, benché caro agli industriali, è sempre stato quasi del tutto ignorata dagli esecutivi di Silvio Berlusconi (se si esclude la promessa di abolire per intero l'Irap avanzata per la prima volta nel 2009 e reiterata a ogni tornata elettorale successiva, fino al 4 marzo 2018. Costerebbe 22 miliardi). Il primo a porre la questione sul tavolo fu Romano Prodi durante la sua seconda esperienza di governo. All'epoca c'erano Tommaso Padoa-Schioppa all'Economia, Pier Luigi Bersani allo Sviluppo economico e Cesare Damiano al Lavoro. La misura non fu solo annunciata: l'esecutivo mise sul piatto 7 miliardi di euro con la finanziaria del 2007. Cifra di tutto rispetto che però intaccò appena l'enorme mole delle imposte sul reddito da lavoro, venendo spalmata in tre anni con una riduzione di 5 punti: 60% a favore delle imprese (tramite un alleggerimento dell'Irap), 40% dei lavoratori (deduzioni Irpef). Troppo poco per ravvivare la situazione economica del Paese, spingere i consumi delle famiglie e incentivare nuove assunzioni.

Composizione del cuneo fiscale 2017, elaborazione di Assolombarda su dati Ocse.

LA RIFORMA MAI NATA DI BERLUSCONI...

Nel 2002 era stato Berlusconi a voler riformare l'Irpef, prevedendo solo due aliquote. Nel decreto era contemplata anche la rimodulazione dell’Irap. Prima del varo (non si videro mai i decreti attuativi e l'esecutivo lasciò scadere la delega), però, si sfasciò il governo: il vicepremier Gianfranco Fini accusò il ministro dell'Economia Giulio Tremonti di aver truccato i conti della Finanziaria del 2003 e chiese una “cabina di regia”, ovvero un commissariamento del dicastero di via XX Settembre. In un vertice notturno tra il 2 e il 3 luglio del 2004 andò in scena la resa dei conti: o Tremonti usciva dall'esecutivo o Alleanza Nazionale dalla maggioranza. Se ne andò Tremonti, Berlusconi assunse l'incarico ad interim (poi arrivò Domenico Siniscalco, quindi nuovamente Tremonti) e questo balletto bastò a rinviare tutto. Eppure, proprio nel 2004 Berlusconi rispolverò un suo vecchio slogan: «Se io lavoro e lo Stato mi chiede il 33% è una richiesta corretta; se mi chiede il 50 e passa mi sento moralmente autorizzato a evadere».

E L'AUMENTO IRPEF «EMERGENZIALE»

L'Irpef non solo rimase, ma venne persino aumentata proprio da Berlusconi in un Consiglio dei ministri emergenziale convocato la sera del 12 agosto 2011. «Il nostro cuore gronda sangue. Era un vanto non avere mai messo le mani nelle tasche degli italiani ma la situazione mondiale è cambiata», ammise, a favore di telecamera, l'allora presidente del Consiglio. La manovra, è noto, non bastò a rimettere in sesto i conti pubblici: i continui rialzi dello spread costrinsero Berlusconi alle dimissioni il 13 novembre successivo. Con il mantra della necessità di abbassare il cuneo fiscale, Bersani “non vinse” le elezioni politiche del 2013: Berlusconi, del resto, per tutta la campagna elettorale fece promesse molto più sensuali: dall'abolizione del bollo auto alla «sconfitta del cancro», passando per una riforma fiscale basata su sole 5 imposte.

IL BONUS DI RENZI, LE PROMESSE DI GENTILONI E QUELLE DI DI MAIO

Sull'Irpef intervenne anche Matteo Renzi, con la famosa misura degli 80 euro. Paolo Gentiloni parlò di abbattere il cuneo fiscale con una misura monstre tra i 7 e i 10 miliardi. Sarebbe dovuta essere la riforma più importante dai tempi di Prodi. Venendo al presente, con la legge di bilancio 2019 l'esecutivo di Giuseppe Conte ha ridotto i premi Inail pagati dalle imprese. A inizio marzo Luigi Di Maio ha promesso: «Con la spending review di quest'anno taglieremo il cuneo». In questi giorni, però, il governo ha anche rivisto le stime della crescita con il Def allo 0,2 contro l'1,5 della finanziaria. Di fatto, l'ammissione che la situazione economica non è rosea: se la coperta si restringe l'ultima dichiarazione del vicepremier grillino potrebbe essere destinata a restare l'ennesima promessa di riduzione delle tasse sul lavoro mai mantenuta. E intanto il cuneo fiscale si fa sempre più pesante.

13 Aprile Apr 2019 0900 13 aprile 2019
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