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Inflazione e politiche monetarie: attenzione agli effetti collaterali

Il voto sta premiando chi promette il ritorno al passato. Non c’è un progetto di sviluppo, ma solo promesse di spesa, di monetizzazione. Insomma ai Montalbano abbiamo preferito i Catarella. 

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Lo zucchero ha proprietà sorprendenti. Rende più gradevoli una innumerevole quantità di bevande e di pietanze, influisce positivamente anche sull’umore, generando allegria, energia istantanea. Ma col passare del tempo abbiamo preso coscienza anche dei risvolti negativi dello zucchero, delle controindicazioni e degli effetti collaterali del suo utilizzo. Oggi ne facciamo un uso più attento, e cerchiamo di evitarlo quando possibile. L’inflazione non è molto diversa: quando c’è rende più gradevoli molte attività, genera una percezione di crescita, il che influisce anche sull’umore; ma col tempo abbiamo imparato a riconoscerne le insidie, le controindicazioni e gli effetti collaterali, e abbiamo cercato di costruire istituzioni che lavorassero per garantirne una moderata dose.

Ci siamo riusciti. La costante riduzione strutturale dell’inflazione dagli Anni ‘70 a oggi ha portato un forte aumento della ricchezza e del benessere globale. È cresciuta la ricchezza pro-capite, ma anche l’aspettativa di vita e miliardi di persone sono uscite dalle soglie della povertà estrema, ma la riduzione di inflazione non è una operazione replicabile all’infinito. Siamo giunti a fine corsa, l’inflazione è talmente compressa da così tanto tempo che fatichiamo a ricordarci di quando c’era. I ricordi si ammantano di nostalgia, eravamo più giovani, sognavamo le auto volanti, mentre oggi pensando al futuro immaginiamo inquietanti distopie. Ma sognare di ritornare all’inflazione, per poter star meglio riducendola, è come sognare di ammalarsi per godersi il percorso di guarigione.

AL POSTO DEI PROGETTI DI SVILUPPO ABBIAMO PROMESSE DI SPESA

Purtroppo però è quanto sta accadendo, con incredibile ripetitività nel mondo. Il voto democratico premia chi promette il ritorno al passato e rievoca i bei tempi del mondo inflazionato. Non c’è un progetto economico, di sviluppo, ma solo promesse di spesa, di monetizzazione, di risoluzione dei problemi, quali che siano, per via monetaria. Deprechiamo i Montalbano che ci hanno guidato finora, scegliendo al loro posto dei Catarella che consigliano di usare i canadair sull’incendio di Notre-Dame come potrebbe fare un vecchio zio brontolone “esperto” di cantieri e speriamo che tutto torni great again, ubriacandoci di illusioni. Non possiamo prendercela con i Catarella se pensano di ottenere la crescita economica e i posti di lavoro con l’espansione monetaria, in fondo lo pensano di pirzona pirzonalmente.

Viviamo tempi complessi, secondo alcuni la democrazia si esprime semplicemente assecondando la volontà popolare, la “maggioranza”. Forse manca il polso quando si parla di grandi sistemi: se in una scuola, gli alunni della classe si coalizzassero contro pochi soggetti nessuno esiterebbe a definirli bulletti, nessuno sosterrebbe il diritto della “maggioranza” di fare coriandoli delle regole del vivere civile. Secondo altri bisognerebbe introdurre dei test per valutare chi possa esprimere il voto con coscienza e chi no; se eliminassimo gli stupidi, dicono questi, potremmo raddrizzare il Paese. Certo, non sarà facile visto che, come si suol dire, «la mamma del cretino è sempre incinta»... Il problema principale è eleggere o nominare chi decide chi sia stupido o no, chi possa votare o no. E nel votare il comitato anti-stupidità, basandosi sulle tendenze storiche, dovremmo contemplare il rischio che il diritto di voto vada ai Barabba piuttosto che a bravi nazareni.

SERVIREBBERO TAPPI DI CERA PER NON SUBIRE IL CANTO DELLE SIRENE

Pensando all’antichità viene in mente Omero: i tormentati momenti che viviamo sono ben rappresentati da Scilla e Cariddi e forse dovremmo prendere spunto dalla soluzione trovata da Ulisse per passare oltre: tappi di cera per non subire il canto delle sirene e nodi stretti all’albero maestro per poter sentire cosa le sirene hanno da dire, intimando ai suoi di non ascoltare gli ordini che darà mentre sarà inevitabilmente succube del loro fascino. Ma se l’albero maestro a cui legarsi possono essere i vincoli esterni di cui la Ue è garante, è meno chiaro chi dovrebbe metterci i tappi di cera nelle orecchie. Un buon inizio sarebbe se chi accede facilmente alle nostre orecchie (i media) evitasse di fare eco alle sirene; perché anziché superare Scilla e Cariddi, da troppo tempo stiamo remando in tondo e più ci affatichiamo in questo esercizio, più il canto delle sirene diventa ammaliante.

Tornando all’attualità, sotto la guida dei Catarella sta tornando sempre più la pressione della politica sulle banche centrali. Mancando un progetto economico, si punta tutto sugli effetti taumaturgici delle politiche monetarie (e sull’effetto positivo in termini di consenso nel mostrarsi incline a demolire le istituzioni). Ci si stupisce che i posti di lavoro “liberati” con quota 100 generino a stento un turnover (ed era stato detto che avrebbe generato tre assunzioni per ogni adesione…), ma è chiaro che senza crescita economica l’aumento dei posti di lavoro resta una chimera, e peraltro la stabilità non basta, perché una minima crescita è necessaria a compensare la riduzione di esigenza di lavoratori provocata dallo sviluppo tecnologico. E la soluzione non può certo essere quella di fermare lo sviluppo tecnologico.

GIÙ LE MANI DALL'INDIPENDENZA DELLE BANCE CENTRALI

C’è una correlazione storica tra occupazione e inflazione: in regime di occupazione il potere contrattuale dei lavoratori aumenta, portando a una crescita dei salari e quindi dei consumi, portando a cascata una ascesa dei prezzi. Ma credere che un po’ di monetizzazione e di inflazione genereranno crescita e posti di lavoro equivale a pensare che cancellare i puntini rossi dal viso faccia guarire dal morbillo. L’indipendenza delle banche centrali è una conquista relativamente recente, garantisce il loro orientamento a tenere contenuta l’inflazione. Farle tornare strumento di chi governa sappiamo già che è sbagliato: il livello dei tassi deve restare allineato al ciclo economico, deve poter salire e scendere, mentre quando le banche centrali sottostavano alle esigenze della politica la gestione dei tassi assecondava la ricerca del consenso di chi governava. Inizialmente lo zucchero era un privilegio per ricchi, oggi che è un bene a disposizione di tanti le classi privilegiate cercano di utilizzarlo poco o per nulla. Serve un approccio simile con i dolci effetti immediati di politiche monetarie troppo accomodanti, perché sappiamo già quali siano gli effetti collaterali che prima o dopo busseranno alle nostre porte.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

17 Aprile Apr 2019 1753 17 aprile 2019
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