Le Tre Profezie Giulio Tremonti

Un estratto di Le tre Profezie di Giulio Tremonti

I nodi del presente - euro, populismi, migrazioni, incompetenza del governo - letti con la lente del passato. Un assaggio dell'ultimo libro dell'ex ministro all'Economia. 

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Giulio Tremonti nel suo Le tre profezie. Appunti per il futuro (Solferino editore, in libreria dal 15 aprile) legge i nodi del presente - populismi, migrazioni, incompetenza del governo - attraverso quelle che possono essere considerate "profezie" del passato. Lettera43.it ne pubblica un estratto.

La copertina del nuovo libro di Giulio Tremonti Le Tre profezie.

Per quanto atipica, l’euro è comunque una moneta. E dunque, come tutte le monete, non può essere trattata come una «monade» e neppure come un «noumeno». Che sia Platone o Leibniz, che sia la tecnica a farsi metafisica, purtroppo oggi troppi «esperti» considerano l’euro un’entità staccata o staccabile dalla realtà e in specie staccata o staccabile dalla politica. E questo è paradossale, per due ragioni. Perché l’euro fu concepito dai suoi padri come strumento economico per fare politica: «Federate i loro portafogli, federerete i loro cuori». E poi perché negli ultimi anni, quelli in cui è stato concepito e realizzato l’euro, sono cambiate la struttura e la velocità del mondo: ancora 30 o 20 anni fa non solo c’erano ancora le monete nazionali, ma c’era anche il telefono fisso, il commercio era ancora internazionale, Internet non esisteva e l’Asia non aveva il ruolo attuale.

Anche per questo è il caso di evitare l’errore «tecnico» che consiste nel considerare l’euro solo in termini di quantità monetaria, di velocità, di tassi di interesse o di cambio, pensando che così si possa governare la realtà, o prescindere dalla realtà. Ed è più o meno questa l’idea della moneta come se fosse una «monade». La clausura «tecnica» del pensiero è l’errore da evitare. Soprattutto perché l’euro è moneta atipica. Per la prima volta nella storia si ha infatti, come già abbiamo avuto modo di sottolineare, una moneta senza governi e governi senza moneta. All’origine ci furono un grande pensiero e grandi uomini. L’impressione è che la realtà attuale sia un po’ differente.

Flashback, 9 novembre 1989 - 15 aprile 1994: è più o meno qui che si colloca il «big bang» della storia contemporanea. A Berlino con il crollo del Muro e a Marrakech con il WTO. Non puoi capire l’una senza capire l’altra. Estate 1989, il treno di Praga, la storia riprende il suo corso. Il 7 ottobre Gorbaciov è a Berlino e la folla urla «Wir sind ein Volk» (Noi siamo un unico popolo). Da qui all’unione monetaria del Trattato di Maastricht passano solo 700 giorni, ma sono giorni nei quali è cambiata la storia. Forse una eterogenesi dei fini: non la riduzione della forza tedesca con l’estinzione del marco, ma l’effetto opposto. In ogni caso la storia si è rimessa in cammino. Dappertutto, anche in Italia. Due episodi per tutti: 15 giorni dopo Maastricht inizia a Milano «Mani Pulite»; qualche tempo dopo attracca a Civitavecchia il Britannia, a bordo del quale fu decisa la privatizzazione dell’Italia.

Nei primi anni, a partire dal 2002, tutto è stato relativamente tranquillo e ben governato nella relativa normalità di quella che in effetti era un’assoluta novità. Per esempio, nel 2003 i «custodi dell’euro» volevano applicare alla Germania non solo la procedura per deficit eccessivo, ma anche le sanzioni. In realtà, il Patto europeo prevedeva le sanzioni solo nel caso di intenzionale e sfidante deviazione dai suoi criteri, non nel caso di numeri generati da un’economia in crisi. Premesso che irrogare sanzioni alla Germania (e per la verità a nessun altro) non è una cosa molto intel- ligente o che porta fortuna, premesso che la Corte di Giustizia avvalorò la decisione di non irrogare le sanzioni (salvo un piccolo errore di procedura commesso perché si era all’alba), premesso che se colpita dalle sanzioni la Germania non avrebbe poi fatto le sue grandi riforme, fu davvero curioso il fatto che proprio chi chiedeva le sanzioni in applicazione del Patto dichiarò, qualche tempo dopo, che il Patto era stupido. Per inciso, per notare come tutto è relativo e la ruota della storia gira sempre, in quei primi anni la velocità di crescita della Germania era inferiore a quella dell’Italia mentre quella del deficit pubblico era maggiore. Ma nel frattempo la storia faceva il suo mestiere e troppi esperti, governanti e santoni non si accorgevano di quello che stava succedendo. Tutte tappe di cui abbiamo già parlato, ma che è bene ripercorrere. Soprattutto con il Trattato di Lisbona la piramide istituzionale dell’Europa è stata ancora più rovesciata, trasferendo verso Bruxelles enormi quote di potere non più controllato in senso propriamente democratico.

Poi la globalizzazione è entrata in Europa, trovandola incantata e impreparata: l’Europa intenta a disegnare l’astratto mercato perfetto, le nostre imprese costrette a competere con mondi molto meno vincolati e regolati. Dopo si è avuto l’allargamento a Est, giusto ma troppo veloce. E ora proprio chi lo voleva così veloce condanna Visegrád! Forse avrebbero dovuto leggersi un libro di storia. In ogni caso, l’Est chiedeva democrazia e Bruxelles e il Lussemburgo si sono organiz- zati come la fabbrica della democrazia postmoderna, per esempio occupandosi della horizontal family. Infine la crisi. Non si trova la parola «crisi» nei Trattati, se non a proposito delle calamità naturali e degli sbilanci commerciali in un singolo Stato. Il fondo anticrisi proposto dall’Italia nel 2008 fu costituito anni dopo, usando un notaio che arrivò di notte all’Eurogruppo incorporandolo come si trattasse di una normale operazione finanziaria, e in specie come un tipico hedge fund. La sconfinata devoluzione di poteri verso l’alto e quindi verso un sostanziale vuoto democratico, l’orgia legislativa, l’eliminazione totale e istantanea dei dazi europei, la trasformazione dell’Europa in un corpus politico sui generis, la mala gestio della crisi: ciascuno di questi fatti sarebbe stato capace di produrre effetti violentissimi; combinati insieme, un caos. Tutto questo, per quasi vent’anni, è stato causato, ma non capito, dalla classe dirigente europea.

Per contro, c’era chi inascoltato chiedeva di tenere ancora un po’ i dazi e chi ancora nel 1997 metteva in ridicolo le norme sulla lumachina di mare, sui fagioli europei, sui furetti con il passaporto europeo ecc. Pochi sanno che in extremis, non molti giorni prima del voto sulla Brexit, Bruxelles sospese il regolamento toilet flushing, sugli impianti igienici da standardizzare nelle case europee. E poi uno si chiede perché «questa» Europa non è amata.

Crisi. Il venire meno della solidarietà, con le atrocità cui è stata sottoposta la Grecia e con il golpe finanziario fatto sull’Italia, sono episodi che non possono più essere ripetuti e forse l’idea degli Eurobond (Jacques Delors nel 1994, Presidenza italiana nel 2003 e poi ancora Jean-Claude Juncker e Giulio Tremonti, E-bonds would end the crisis, in «Financial Times», 5 dicembre 2010) potrebbe ancora essere la soluzione. Determinata dalla scelta americana di creare moneta ex nihilo, la scelta BCE della quantitative easing è stata, pur nella sua particolare application, una grande e giusta scelta. Ma oggi, forse anche per valorizzarla nella sua intelligenza politica, è venuto il tempo di rilevare alcuni aspetti e formulare alcuni interrogativi: il 2% di inflazione è davvero un target o piuttosto un plafond e comunque che effetto hanno gli strumenti monetari nell’età della globalizzazione, quando, dopo l’ascesa dell’Asia, la domanda salariale non causa più automatici effetti di inflazione o in presenza di circuiti finanziari automatici e autogestiti che rendono la moneta un tempo segno sovrano sempre meno sovrana di se stessa?

Nel wording usato dalla BCE si è letto e si legge da anni «sovereign debt crisis». Siamo sicuri che la crisi fosse nei debiti, nei bilanci pubblici o non piuttosto nel settore privato? Perché si è permesso ai governi di fare austerity, salvo il caso di qualche governo che ha fatto l’opposto? Fermo restando tutto ciò che di positivo abbiamo esposto sopra, ha avuto e ha senso speculare sugli NPL (i crediti deteriorati) italiani sottraendo risorse alle nostre banche e invece ignorare il mondo opaco ed enormemente più pericoloso dei derivati? Risulta che il Parlamento tedesco abbia appena approvato – e che quello francese stia per farlo – una norma che sterilizza l’impatto di una HardBrexit sui derivati con controparti europee. Che cosa vuol dire?

Infine, il futuro dell’euro. Un conto è uscire da una moneta nazionale per entrare in una moneta sovranazionale. Un conto è uscire da una moneta sovranazionale per entrare in una moneta nazionale. Chi lo fa perde il futuro senza riacquistare il suo passato. Si dimentica che c’è stata e che c’è comunque la globalizzazione e che forze esterne distruggerebbero una tale operazione. Tra l’altro, per una moneta nazionale servirebbe coesione nazionale, non una parte che la vuole e l’altra no. Chi firmerebbe le nuove banconote e chi le prenderebbe in cambio delle materie prime che noi trasformiamo? Pur se vero che in questo momento c’è più paura di perdere l’euro che fiducia nell’euro in sé, il popolo italiano nella sua profonda saggezza la dice molto lunga al proposito. Fermo che così è difficile andare avanti.

21 Aprile Apr 2019 1044 21 aprile 2019
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