Europee 2019
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Evasione Fiscale Ue

Cosa ha fatto l'Ue contro l'evasione fiscale e cosa resta da fare

Le indagini contro i colossi come Apple e Nike, la lista dei paradisi fiscali, le direttive approvate. Ma altre e più importanti sono rimaste nel cassetto e l'Europa deve guardare in casa sua: Lussemburgo, Irlanda e Olanda.

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Ogni anno, ha calcolato uno studio dell'Europarlamento, 70 miliardi di tasse scompaiono dai bilanci degli Stati europei, inghiottiti dall'elusione delle grandi multinazionali, capaci di sfruttare ogni possibile trucchetto per ridurre le imposte pagate. Giganti dell'hi tech, ma non solo. Se calcoliamo anche i mancati introiti causati da aliquote di favore applicate da alcuni Stati come strumento di concorrenza rispetto ai Paesi vicini, arriviamo a una cifra vicina ai 160-190 miliardi in tutta l'Ue. Riuscirà mai l'Europa a recuperare questi soldi? La domanda riguarda più l'Unione europea come collettività che i singoli Stati: se è infatti vero che le politiche fiscali sono tradizionalmente un ambito che gli Stati conservano gelosamente per sé, solo un'azione coordinata può permettere di mettere all'angolo le big company. Ma il nodo è capire se davvero l'Ue voglia farlo e, in particolare, se lo vogliono tre Stati che sui meccanismi elusivi delle multinazionali molto ci hanno guadagnato: Lussemburgo, Irlanda, Olanda.

COSA È STATO FATTO NELL'ULTIMA LEGISLATURA

Nike, Ikea, Fca e Apple: le multinazionali nel mirino di Margrethe Vestager

LA COMMISSIONE "POLIZIOTTO"

Negli ultimi anni la cosiddetta ottimizzazione fiscale utilizzata dalle aziende per ridurre le tasse pagate nei singoli Stati è diventato un problema di cui l'opinione pubblica è sempre più consapevole. L'Ue ha avuto un ruolo chiave nel denunciare i casi più iniqui. A partire dal 2015 la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager ha moltiplicato il suo sforzo per denunciare pratiche illecite: l'ultimo caso è del gennaio del 2019 con l'apertura di un'indagine su presunti trattamenti di favore concessi dall'Olanda alla Nike. In precedenza erano finite nel mirino Ikea in Gran Bretagna, Fca e Starbucks per il caso del tax ruling in Lussemburgo e Olanda nel 2015. Nel 2016 il caso più noto: Apple è stata sanzionata dalla Commissione per 13 miliardi di tasse non pagate tra il 2003 e il 2014. Nel 2014, per dare la misura dell'iniquità subita, la tassazione degli utili di Apple in Irlanda è stata dello 0,005%. Il meccanismo utilizzato, semplificando molto, è questo: i profitti nei singoli Paesi vengono girati a due sussidiarie in Irlanda che, a loro volta, sfruttando la legislazione irlandese di favore, girano la maggior parte degli utili negli Usa, senza che questi vengano tassati. Ma il ruolo della Commissione "poliziotto" è solo uno dei modi per intervenire.

LEGGI ANCHE: Gli accordi di tax ruling in Europa

LA LISTA NERA DEI PARADISI FISCALI

Un abbozzo di iniziativa si è vista anche nella decisione di stilare, a partire dal 2017, la lista dei paradisi fiscali. L'ultima black list approvata a marzo comprende 15 Paesi. E però, ad oggi, nessuna misura concreta viene presa contro di loro, a parte il blocco di eventuali aiuti, dal momento che eventuali provvedimenti sanzionatori sono demandati ai singoli governi. Inoltre, come si fa notare da più parti, c'è una certa timidezza a guardare in casa propria. Insomma, per il momento la black list ha più un valore simbolico che altro.

LE DIRETTIVE APPROVATE. E SOPRATTUTTO QUELLE FERME

A livello di leggi, per ridurre i comportamenti opportunistici delle multinazionali l'Europa ha varato due direttive tra il 2016 e il 2017 denominate Atad 1 e Atad 2 - l'acronimo significa direttiva anti elusione fiscale, ndr - che di fatto recepiscono le indicazioni Ocse del 2015 sul Beps (Base erosion and profit shifting), cioè sui modi legali con cui le aziende cercano di ridurre la base imponibile, ad esempio allocando i costi finanziari non in funzione delle attività realmente compiute in un Paese, ma per sfruttare regimi fiscali di favore. In altre parole Atad 1 e Atad 2 intervengono sull'elusione rendendo sanzionabili quei comportamenti che, pur formalmente corretti, mirano a evitare di pagare le tasse nel Paese in cui si produce. Altre tre direttive sono però finite sul binario morto e sono la web tax e due altre meno note, ma in realtà ben più importanti: la Cctb e la Ccctb, due testi che mirano a rendere omogenee le regole fiscali con cui ogni singolo Stato dell'Unione definisce la base imponibile ed evitare così lo "slalom" delle multinazionali tra un Paese e l'altro, e che avrebbero inaugurato una nuova era della politica fiscale europea.

COSA SI ATTENDE DALLA NUOVA LEGISLATURA

LA WEB TAX AVANZA IN ORDINE SPARSO

Che cosa succederà di queste tre direttive? Dopo la proposta della Commissione e una prima approvazione dell'Europarlamento, le pratiche si sono incagliate al Consiglio europeo, ovvero non c'è accordo sulla loro approvazione tra gli Stati. Sulla web tax si va in ordine sparso: proseguono con legislature nazionali Italia, Francia, Spagna e Austria. Forse altri seguiranno. A livello europeo, «mi immagino», spiega Tommaso Di Tanno, avvocato tributarista e docente universitario, «che la Commissione riproponga il testo al momento fermo un po' più "asciugato", ad esempio concentrandosi sugli introiti pubblicitari senza parlare più generalmente di servizi digitali». La web tax italiana, così come la proposta europea, si basa sulla creazione di una "accisa" sui servizi digitali, un meccanismo che permette di superare il problema della stabile organizzazione. Il principio della stabile organizzazione impone, infatti, che le tasse vengano pagate da un'azienda in quegli Stati dove questa opera con un ufficio, una sede, una fabbrica. Ma i servizi digitali rendono la definizione stessa della stabile organizzazione obsoleta ed è per questo che società come Google, o Facebook, pagano poche tasse nel nostro Paese nonostante gli ingenti ricavi (pubblicitari e non solo) raccolti. Ad oggi, però, in sede Ocse non c'è accordo per cambiare il concetto e, di fatto, rivoluzionare il prelievo fiscale a livello globale. Di qui la web tax italiana - che manca però ancora di decreti attuativi - e quella europea, che è di fatto uno stratagemma. Ma che è ferma al palo per le resistenze di Stati come l'Irlanda, che sui regimi di favore ai big del tech ha sviluppato una parte della sua economia.

L'ACCORDO TRA GLI STATI CHE ANCORA MANCA

«Con l'applicazione della web tax», spiega l'europarlamente Daniele Viotti, «potremmo coprire metà del bilancio europeo che, per i prossimi sette anni, vale mille miliardi. Questo liberebbe 500 miliardi di risorse a favore degli Stati. Il problema non è però all'Europarlamento, che il suo l'ha fatto, ma a livello di Consiglio europeo». Come convincere, però, gli Stati più riottosi? «Non si decide a comparti stagni, ci sono molte questioni sul tavolo. Uno Stato potrebbe accettare una decisione sgradita in cambio di una soluzione su un altro tavolo a lui caro. Serve politica e mediazione, che ad oggi è mancata». Da più parti, inoltre, ci si chiede se a mancare non sia stato anche un ruolo di spinta propulsiva da parte della Commissione, guidata da un uomo - Jean Claude Juncker - che prima di sbarcare a Bruxelles è stato un uomo chiave di uno Stato, il Lussemburgo, tra i più attivi nel favorire il comportamento opportunistico delle grandi aziende.

«STOP AGLI UTILI SPOSTATI DA UNO STATO ALL'ALTRO»

Lo stesso stallo che ha colpito la web tax, intanto, blocca le direttive Cctb e Ccctb. «Nel primo caso l'Europa individua una definizione di base imponibile comune a tutti i Paesi», ha spiegato Di Tanno, «evitando i comportamenti opportunistici. Nel secondo caso vengono definiti criteri più stringenti per il reddito consolidato di quei gruppi che, oggi, concentrano la base imponibile in un solo Paese. Con le nuove regole non potranno più farlo perché, fatto 100 il reddito totale del gruppo, questo dovrà essere diviso tra le singole divisioni nei diversi Paesi su parametri certi come i ricavi, il valore degli asset, il costo del lavoro. Queste sono direttive intelligenti, equilibrate, che non favoriscono in modo sfacciato nessuno, né lo penalizzano. Penso che si possa trovare un accordo nella nuova legislatura. Non è un tema della destra sovranista né della sinistra, o dei liberali: la grande impresa va a lucrare dove il terreno è più friabile, sta a noi non favorire i potenti». Il problema ovviamente è anche il sistema di voto che prevede, sul fisco, l'unanimità in Consiglio. Al punto che la Commissione ormai a fine mandato ha proposto di modificarlo.

MAI PIÙ UN CASO EMBRACO?

Ma una lotta per una fiscalità equa ha un impatto importante anche sui temi del lavoro. E su questo fronte bisognerebbe rivedere anche il preciso sistema di agevolazioni previste dalla stessa Commissione per favorire la convergenza tra le regioni Ue e la crescita di quelle più arretrate. Lo ricorda Viotti: «Se un'azienda come Embraco mi lascia a casa di punto in bianco 560 persone a Torino perché vola in Slovacchia dove può contare su sconti fiscali, beh questo è un problema». Ma bisogna volerlo risolvere e, ad oggi, sono mancati gli uomini per farlo. Nella scorsa legislatura, secondo Di Tanno, «il commissario Pierre Moscovici ha fatto molto, così come il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire. Servono uomini così, nei governi e a Bruxelles, per portare avanti questa agenda».

4 Maggio Mag 2019 2036 04 maggio 2019
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