Lira Euro Inflazione

Quello che i nostalgici della lira non vi dicono

L'ipotesi di tornare alla vecchia moneta ha acquistato credibilità in Italia. Basta dimenticare che senza l'euro saremmo stritolati da debito e inflazione. E chi pensa basti creare denaro all'infinito crede a una barzelletta.

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Siamo in molti ad avere sempre considerato ridicolo un il ritorno alla vecchia moneta nazionale, per noi la lira. Una moneta un poco peggiore di altre, con una storia conclusa alle spalle, e senza credibili ritorni, solo nostalgie.

Al momento del passaggio all’euro 20 anni fa, tutte le valute del Vecchio continente erano già all’ombra del marco tedesco e costrette a seguire la politica monetaria della Bundesbank. Con l’euro si ha almeno un po’ di voce in capitolo. Unica eccezione, la Germania, che avendo avuto con il deutsche mark dagli Anni 70 la moneta leader dell’Europa occidentale e quindi dell’intera Europa potrebbe in teoria farvi ritorno, ma difficilmente lo farà perché l’euro le ha dato numerosi vantaggi, oltre a qualche problema in più. Ha dato anche a noi alcuni vantaggi insieme a vari problemi, e il fatto che ci abbia ingabbiato in una sorta di camicia di forza non vuol dire affatto che senza l’euro faremmo faville. Avremmo più spazio sul fronte dell’elasticità e assai meno sul fronte della credibilità, in assenza di una disciplina che malediciamo se ci viene imposta “dall’esterno”, e che non sapremmo imporci da soli. E la credibilità è tutto per una fiat money, cioè a corso forzoso, non supportata da adeguate quantità di oro e altre riserve ben oltre il livello di quelle attuali.

Chi prende le vecchie monete sul serio e ne ha nostalgia lo fa in nome prima di tutto e soprattutto della sovranità nazionale

Parlare di un ritorno alla lira o al franco francese o altro ha tuttavia avuto recentemente nei rispettivi Paesi, ma soprattutto in Italia, una sua aureola di credibilità. Non è senza motivazioni comprensibili ed è ovviamente un’idea più che legittima. Ma che non regge al ridicolo, come ha ricordato anche Mario Draghi. Venendo dal presidente della Banca centrale europea che fabbrica e governa l’euro non poteva essere altrimenti. Ma ciò non toglie che sia una voce di verità. «Quando sentite parlare chi vuole tornare alle vecchie monete a voi viene solo da ridere», ha detto mercoledì 8 maggio parlando a un gruppo di giovani europei dell’area Ue nati nel tempo dell’euro, «e io riderei con voi». Chi prende le vecchie monete sul serio e ne ha nostalgia lo fa in nome prima di tutto e soprattutto della sovranità nazionale. Non avere più il controllo della valuta, anzi, non avere più una propria valuta nazionale è certamente una forte perdita di sovranità. Tuttavia occorre rendersi conto che praticamente dalla fine della Seconda guerra mondiale la sovranità monetaria dei Paesi europei, con la sola parziale eccezione della Svizzera, non è stata più quella storica.

LA STABILITÀ DATA DALL'EURO HA PERMESSO ALL'ITALIA DI GESTIRE IL DEBITO

Quando l’Italia incominciò a rientrare nel sistema internazionale, dopo i Trattati di Parigi firmati a inizio 1947, trovò già disegnato (a Bretton Woods, New Hampshire, nel 1944) un sistema economico e monetario centrato sugli Stati Uniti e sul dollaro - concordato fra Usa e Gran Bretagna soprattutto - con l’obiettivo di impedire il disordine monetario verificatosi dopo la Prima guerra mondiale e in particolare negli Anni 30. Era il sistema dell’Fmi, Fondo monetario internazionale, entità tuttora esistente ma con un ruolo meno centrale. L’Italia vi entrò a far parte per gradi e il passo finale, l’ingresso pieno della lira nei meccanismi di cambio semi-fissi che quel sistema prevedeva, avveniva a metà Anni 50.
Era qualcosa di non molto diverso, per le monete, dallo Sme (Sistema monetario europeo) che sarebbe stato creato su scala europea a Bruxelles nel 1979, e preceduto a inizio Anni 70 da un primo breve tentativo, il cosiddetto «serpente monetario europeo». Fu in quel sistema a guida Fmi, con quei limiti alla sovranità, che la lira conquistò nel 1959 l’oscar (virtuale) della stabilità monetaria decretato dal Financial Times. Ma eravamo un Paese povero che stava diventando ricco, quasi una mini-Cina ante litteram, e in quell'anno toccavano una crescita del Pil di oltre il 5%.

Mario Draghi.

Sme e “serpente” rispondevano alla stessa logica: creare in Europa un’area di stabilità monetaria dopo che la fine della convertibilità del dollaro in oro e la fine dei cambi fissi aveva fatto saltare fra '71 e '73 alcuni aspetti fondamentali del sistema di Bretton Woods. La lira faticò spesso a mantenere la disciplina Sme, dovendo uscire in modo rocambolesco insieme alla sterlina britannica e svalutare pesantemente nel settembre del 1992, ultima di una serie postbellica di svalutazioni della lira. È istruttivo guardare un dato: la massima forza della lira nel cambio con il marco è di 6,47 deutsche mark per 1.000 lire nell’agosto 1968, vigente il sistema di Bretton Woods e a sua crisi non ancora del tutto iniziata, e la massima debolezza a 0,78 dm per 1.000 lire nel marzo del 1995, alla vigilia dell’euro. Poteva continuare così? La disperata corsa italiana per entrare nella moneta unica, dove non eravamo i benvenuti perché considerati poco adatti a mantenerne la disciplina, è in gran parte in queste cifre, che andavano bloccate. A quale costo? La perdita di una sovranità monetaria che già era di tipo limitato da quasi mezzo secolo.

I NOSTALGICI DELLA LIRA E IL RISCHIO DI UN'ITALIA IN DECLINO

I vantaggi dell’euro sono noti, il più noto l’aver portato i costi del servizio del debito sovrano da tassi che furono anche del 17% su alcune emissioni di BoT nel 1992-93; restarono comunque sopra il 10% fino a fine decennio, alla vigilia dell’euro cioè, che li portò subito e stabilmente più o meno attorno al 2-3%, per farli scendere ancora a partire soprattutto dal 2014. Insomma, il debito aumentava, raddoppiava, ma con i tassi Bce, soprattutto dal 2014, il suo costo diminuiva e diminuisce, finché dureranno (ancora un anno, due al più) i tassi bassi. Fra gli svantaggi dell’euro viene spesso citata la perdita della possibilità di aiutare l’economia svalutando. Ma si tratta di manovre che servono solo se fatte raramente, con oculatezza, e rientrando subito nei ranghi di una notevole disciplina. Quell’Italia che così lamenta la disciplina “esterna” sarebbe capace di una disciplina “interna”? La storia è piena di Paesi che avrebbero voluto “un po'” di inflazione e sono finiti rovinati da un’inflazione ingestibile.

C'è chi crede che con l'abbandono dell'euro e dell'Ue il nostro debito sovrano verrebbe finanziato all’infinito creando moneta.

Fra i nostalgici della lira ci sono sostanzialmente due scuole, che non sempre si sovrappongono. Una, più rispettabile, si rifà al principio diffuso anche fra molti economisti di rango e subito palesato prima degli accordi di Maastricht che ritiene molto difficile per Paesi a economie assai diverse, più e meno efficienti, convivere a lungo con una stessa moneta. Lo Stato più debole non può svalutare e dovrà quindi ridurre salari, pensioni e la ricchezza in genere di imprese e famiglie. Tutto vero, ma resta da indicare l’alternativa, e non sembra eludibile il fatto che le economie deboli debbano fare di tutto per cercare di esserlo meno, con politiche quindi serie e disciplinate, siano esse dentro o fuori della moneta unica. L’alternativa è costosissima, un declino inarrestabile con l’inflazione, e magari anche le svalutazioni, come bandiera.

Da sinistra, Giovanni Tria e Claudio Borghi.

Poi c’è la scuola, questa sì risibile, secondo cui con la lira e una Banca d’Italia di nuovo autonoma, ma obbediente al Tesoro (via quindi gli accordi Andreatta-Ciampi che nel 1981 la resero del tutto indipendente e non più obbligata a sottoscrivere quote di debito pubblico) avremmo risolto gran parte dei nostri problemi. Il debito sovrano verrebbe finanziato all’infinito creando moneta. Geniale, non c’è dubbio. L’onorevole Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio della Camera e mentore (lo ha detto lui) economico di Matteo Salvini, è l’esponente più in vista, ma altri e nel governo sottoscrivono questa barzelletta. Come se già non fosse stato fatto in America Latina e nella Germania 1921-23 e non fosse sempre finito in un disastro immane. Come se anche un banca centrale non avesse i problemi di credibilità che ha uno Stato quando il suo debito cresce troppo. Eppure c’è anche chi ha scritto che l’intesa del 1981 dovuta a «ordini internazionali di indicibile matrice» è costata più di 1.000 miliardi di debito pubblico e che è stata quindi una scelta sciagurata perché se Bankitalia avesse continuato a sottoscrivere saremmo andati avanti senza problemi e tranquilli. E, visto che senza l’Andreatta-Ciampi non potevamo entrare nell’euro, che sarebbe successo alla lira con tutta quella massa monetaria in più? Nessuno dei succitati sovranisti monetari avanza ipotesi. Non ci resta che ridere. Sperando che il capo del pianto sia ormai stato doppiato.

12 Maggio Mag 2019 1400 12 maggio 2019
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