Diabete
Interviste
10 Dicembre Dic 2017 1500 10 dicembre 2017

Diabete di tipo 1, l'italiano Fiorina spiega la nuova possibile cura

Un esperimento sui topi provoca la regressione della patologia. Grazie all'infusione di staminali del sangue geneticamente modificate. Il professore che dirige lo studio: «L'approccio può funzionare sull'uomo».

  • Elena Paparelli
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Nuova tappa importante per la ricerca verso una terapia per il diabete di tipo 1. Si tratta di una malattia cronica che, a differenza del diabete di tipo 2, compare soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza, e in cui si assiste solitamente alla produzione di autoanticorpi che attaccano le cellule Beta, quelle che nel pancreas producono insulina. Questo ormone - importante perché regola l’uso del glucosio da parte delle cellule - viene messo ko, tanto da condurre il corpo in una situazione di iperglicemia, cioè a un eccesso di zucchero nel sangue.

NUOVO ESPERIMENTO SUI TOPI. Fino a oggi dal diabete di tipo 1 non è possibile guarire. Ora però il percorso verso una cura sembra meno lontano. Merito di un esperimento sui topi che ha provocato una regressione della patologia per mezzo dell’infusione di staminali del sangue geneticamente modificate. A dirigere lo studio, pubblicato su Science Translational Medicine è stato l’italiano Paolo Fiorina, professore associato di Endocrinologia all’Università degli studi di Milano, Assistant professor alla Harvard Medical School di Boston e Associate scientist al Boston Children’s Hospital.

COLLABORAZIONE ROMA-MILANO. A Milano Fiorina dirige il centro internazionale di riferimento per il diabete di tipo 1 "Romeo ed Enrica Invernizzi" ed è primario del reparto di Endocrinologia dell’ospedale Fatebenefratelli-Sacco-Macedonio Melloni-Buzzi. Il risultato a cui è arrivato con questo esperimento sui topi è frutto del lavoro dei ricercatori del Centro di ricerca pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi dell’Università di Milano, in collaborazione con il Boston Children’s Hospital e la Harvard Medical School. A sostenere la ricerca, l’Efsd/Sanofi European Research Program, un Grant-In-Aid dell’American Heart Association e una sovvenzione di ricerca della Fate Therapeutics.

Paolo Fiorina.

DOMANDA. Professore, cos'è successo nell'esperimento?
RISPOSTA. Dai topi sono state prelevate le cellule staminali del sangue e sono state modificate geneticamente in modo da aumentare la produzione della proteina PD-L1, i cui livelli sono bassi negli individui con il diabete di tipo 1. Vale a dire che al loro interno è stata trasferita la sequenza corretta di informazione genetica specializzata nel produrre la proteina PD-L1 utilizzando come navetta un virus reso inoffensivo.

D. Com'è andata?
R. Una volta modificate, le cellule sono state iniettate in topi affetti dalla malattia e raggiungendo il pancreas hanno reso possibile il ripristino della produzione di insulina. In tutti i topi trattati il diabete è stato completamente curato e in un topo su tre i livelli normali di glicemia sono stati mantenuti a lungo.

D. Da quanto state lavorando a questo studio?
R. Tre anni. Siamo partiti con lo studiare le cellule staminali ematopoietiche di topi diabetici e di soggetti affetti da diabete di tipo 1 e ci siamo accorti che la proteina PD-L1 era poco espressa. Questa proteina è in grado di tenere sotto controllo il sistema immunitario per cui il fatto che sia carente può spiegare l’eccesiva attivazione del sistema immunitario nel diabete di tipo 1. Quindi dopo aver dimostrato il difetto abbiamo intrapreso un approccio di terapia genica per ricostituire la normale espressione di PD-L1.

D. E ora?
R.
Serviranno ulteriori studi per definire la durata degli effetti della nuova terapia cellulare e la frequenza di somministrazione del trattamento. La tecnica ha speranza anche nell’uomo, ma è d’obbligo un cauto ottimismo. Tuttavia le premesse ci sono, infatti abbiamo già verificato la validità della metodica anche ex vivo, correggendo geneticamente le cellule, su un modello umano di diabete di tipo 1. Inoltre abbiamo ottenuto lo stesso risultato anche trattando le cellule staminali ematopoietiche con un cocktail di tre farmaci per ripristinare la produzione di PD-L1.

D. Quanto ci vorrà?
R. Mi aspetto che l’applicazione di questa terapia nell’uomo non richieda tempi lunghissimi perché la forza di tale approccio è la mancanza di controindicazioni. Vengono usate e modificate le cellule dei pazienti stessi senza pericolo di rigetto; inoltre le cellule staminali ematopoietiche sono utilizzate già in clinica in malattie emato-oncologiche e quindi non immaginiamo che ci possano essere delle problematiche nel loro utilizzo.

Ormai è possibile garantire a chi segue le cure un’attesa di vita sovrapponibile a quella della popolazione generale. Cresce però anche l'incidenza, cioè il rischio di sviluppare il diabete di tipo 1

Il professore Paolo Fiorina

D. La cura sembra vicina. Ma gli alti costi nel proseguire la ricerca sono un ostacolo?
R. Sono in corso contatti con la Food and Drug Administration al fine di ottenere il sostegno per la conduzione di uno studio clinico per il diabete di tipo 1 e quindi immaginiamo di trovare al più presto dei partners italiani per poter sviluppare questo approccio di terapia genica in Italia.

D. Con quali costi si potrà guarire dal diabete di tipo 1? È ancora parecchio diffuso?
R. Sicuramente noi pensiamo che si guarirà dal diabete di tipo 1, con quale costo è una sfida tutta da discutere e da immaginare. La prevalenza del diabete di tipo 1 è intorno agli 1,4 casi su mille abitanti. Si stima che in Italia circa 84 mila persone abbiano il diabete di tipo 1 (il ministero della Salute parla di 300 mila, ndr). I picchi di incidenza sono due il primo nei bambini di 2-4 anni e il secondo nei ragazzi di 12-14 anni, anche se nel nostro Paese la media è spostata più su questa seconda fascia.

D. Qual è la stima di incidenza di questa patologia nel futuro?
R. Ogni anno si rilevano 84 casi ogni milione di persone in Italia (poco meno di 5 mila casi). Alcune regioni italiane, in primo luogo la Sardegna, hanno tassi di incidenza superiori alla media europea. Nel 2040, secondo l’International Diabetes Federation, in tutto il mondo ci potrebbero essere 642 milioni di diabetici dei diversi tipi in un’età compresa tra 20 e 79 anni.

D. Perché il numero di malati cresce?
R. Soprattutto perché ormai è possibile garantire a chi segue le cure un’attesa di vita sovrapponibile a quella della popolazione generale. Cresce però anche l'incidenza, cioè il rischio di sviluppare il diabete di tipo 1. Il diabete mellito sta crescendo nel mondo: nei Paesi sviluppati, in quelli emergenti e in quelli ancora in via di sviluppo. Si tratta di una malattia cronica caratterizzata dall’aumento della concentrazione di glucosio nel sangue. Responsabile di questa condizione è un difetto nella produzione o nella funzionalità dell’insulina, un ormone secreto a livello del pancreas e indispensabile per il metabolismo degli zuccheri.

D. Ci sono differenze a livello geografico?
R. Nelle zone del mondo più sviluppate, cioè Europa, Nord America e Australia, cresce meno che in Africa, Asia e Sud America ma cresce comunque moltissimo. Gli individui affetti dalla malattia nel mondo sono ormai vicini ai 400 milioni e la stima è che raggiungano i 600 milioni entro il 2035. Non conosciamo i numeri di quali sono i Paesi che hanno investito di più in ricerca, sicuramente gli Stati Uniti investono molto, la Germania in Europa e speriamo che anche l’Italia possa migliorare.

Questa nuova ricerca fa sperare che un domani, possibilmente non troppo lontano, i pazienti malati di diabete di tipo 1 possano finalmente liberarsi dalla schiavitù dell’insulina

Il professore Paolo Fiorina

D. Per il diabete di tipo 1 c’è un problema di prevenzione e di diagnosi?
R. Mentre la prevenzione del diabete tipo 2 nella popolazione a rischio è perseguibile attraverso corretti stili di vita, la prevenzione del diabete tipo 1 attualmente non è realizzabile.

D. Quali sono gli indizi?
R. La presenza di iperglicemia a digiuno, la ridotta tolleranza glucidica o la combinazione di entrambe queste condizioni costituiscono un insieme di categorie che vanno sotto il nome di "alterazioni della regolazione glicemica" che dovrebbero essere considerate non solo fattori di rischio per lo sviluppo di diabete, ma anche fattori associati allo sviluppo di complicanze sia macrovascolari che microvascolari. Attualmente, in Italia, vivono almeno tre milioni di persone con diabete (di tipo 1 e 2), cui si aggiunge una quota di persone, stimabile in circa un milione, che, pur avendo la malattia, non ne sono a conoscenza.

D. Fino a oggi quali progressi sono stati fatti nella cura della malattia?
R.
Sono state messe a punto nuove insuline e sono stati fatti i progressi nel campo degli infusori verso il traguardo del pancreas artificiale. Sono fondamentali e preziosi per la qualità di vita dei malati, anche se il sogno resta la cura definitiva. La vita di un paziente diabetico non è facile e questa nuova ricerca fa sperare che un domani, possibilmente non troppo lontano, questi pazienti possano finalmente liberarsi dalla schiavitù dell’insulina e dagli effetti collaterali del diabete di tipo 1.

D. È anche possibile effettuare un trapianto di cellule delle isole pancreatiche?
R. ll trapianto di pancreas può essere effettuato isolato oppure in associazione al rene. Se effettuato da solo non rappresenta all’oggi un’opzione indicata per i pazienti diabetici. Il doppio trapianto rene-pancreas è invece un’ottima opzione per i pazienti sottoposti a dialisi. Il trapianto di isole pancreatiche è ancora in fase sperimentale, la maggiore limitazione è dovuta al trasferimento di un numero sufficiente di cellule insulari nel ricevente. Nella mia visione il trapianto di pancreas e di isole pancreatiche hanno un senso se associati al trapianto di rene, infatti somministrarle a pazienti affetti da diabete di tipo 1 e sottoporli a terapia immunosoppressiva non rappresenta un’opzione consigliabile al momento.

D. Ci sono alternative?
R.
In alternativa al trapianto chirurgico, vi è la possibilità del trapianto di isole pancreatiche, anche se di minore consolidazione clinica, che generalmente viene proposto a pazienti che non sono in grado di sostenere un trapianto pancreatico tradizionale a causa delle precarie condizioni cliniche. La maggiore limitazione del trapianto di isole pancreatiche è dovuta all’ottenimento e al trasferimento di un numero sufficiente di cellule insulari nel ricevente per raggiungere il quale servono spesso più pancreas. Nella mia visione il trapianto di pancreas e di isole pancreatiche hanno un senso se associati al trapianto di rene, infatti somministrarle a pazienti affetti da diabete di tipo 1 e sottoporli a terapia immunosoppressiva non rappresenta al momento un’opzione intelligente.

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