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Interviste
8 Marzo Mar 2018 1100 08 marzo 2018

Dina Nayeri, essere donne in Iran e rifugiate in Europa

La fuga con la madre da piccola. Il successo e la ricerca d'integrazione in Occidente. Le battaglie per i richiedenti asilo e il cambio di regime a Teheran. La scrittrice si racconta a Lettera43.it.

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Il suo The long read del 2017 sul «rifugiato ingrato» pubblicato dal Guardian («perché noi non abbiamo debiti da ripagare») ha fatto molto parlare e, mentre dall'Iran continuavano ad arrivare immagini di donne che si ribellavano all'obbligo del velo e in Italia raggiungeva le librerie il suo secondo romanzo Rifugio (Piemme, 2018), la scrittrice iraniana Dina Nayeri volava dalla Gran Bretagna verso la Grecia, per visitare campi profughi e raccogliere nuove storie da raccontare. Il tema della condizione dei rifugiati in terra straniera, dell'integrazione in ripari che spesso diventano esili la tocca personalmente a fondo. Come quello dell'eguaglianza dei diritti alle donne: «In Iran», ha scritto, «anche solo lasciare la casa per le donne è un piccolo atto di sovversione».

«HO COSTRUITO LA MIA CASA NEGLI ALTRI». A 38 anni Nayeri è una giovane e promettente autrice internazionale. Il suo primo romanzo Tutto il mare tra di noi è stato tradotto in 14 lingue. I suoi commenti vengono pubblicati sui fogli più prestigiosi, dal New York Times, al New Yorker, a The New Republic. Ha studiato e lavorato nelle migliori università americane ed europee. Ma Nayeri resta anche la bambina immigrata costretta a scappare a 8 anni con la madre diventata cristiana (in Iran i convertiti dall'Islam sono perseguitati) e il fratello. Rifugio è un romanzo sulla separazione dal padre e sulla costruzione dell'identità, delicato e profondamente autobiografico. «Con il tempo mi ho imparato a costruirmi la mia casa negli altri, nelle mie comunità» racconta la scrittrice a Lettera43.it dalla Grecia.

Dina Nayeri.

DOMANDA. Ha vissuto in Iran, negli Stati Uniti, in Olanda... Passando da luoghi di transito come Roma e a Dubai. Ora vive a Londra: con quali parole – e concetti – definirebbe la «sua casa»?
RISPOSTA.
Una cosa che ho capito nel cercare per anni la mia casa è che, come luogo, una casa per me non ci sarà mai. Dopo aver lasciato l'Iran e vissuto tutto il seguito, ci sarà sempre un luogo del quale sentirò un po' la mancanza e nessun posto sarà per me del tutto prominente.

D. La soluzione sono gli altri, la condivisione di una comunità.
R.
È questa la conclusione alla quale sono arrivata, costruirmi la mia casa negli altri. Certo, diventando molto veloce a ritagliarmi da sola case nelle comunità che abito, deduco. Ora che ho una figlia poi la mia casa viene interamente definita da dove lei si trova.

D. Di questi tempi l'odio verso i migranti cresce sempre di più in Europa. Pensa che per gli iraniani sia ancora meglio scappare dal regime per venire qui?
R.
Domanda interessante, in Grecia visito campi profughi e vedo molti di loro abbandonati, approdati in un luogo dove non si sentono voluti. Psicologicamente è un male, il trattamento è duro, si portano dietro anche tutti i luoghi lasciati alle spalle. Ma il punto è che queste persone sono scappate da esistenze in pericolo. Per loro non è una scelta su cosa sia meglio, dovevano andar via.

D. Attraverso un personaggio inventato, in Rifugio ricorda il suicidio drammatico nel 2011, ad Amsterdam, dell'iraniano Kambiz Rustayi, richiedente asilo da 11 anni che infine si diede fuoco.
R.
Il suo atto ultimo è stato simbolico, proprio per il suo non essere mai stato creduto, venire ignorato da gente silente. Ciò che può averlo spinto alla fine è il trovarsi in un eterno purgatorio: non aver casa e non appartenere a nulla. Stretto tra il non poter tornare indietro e il non andare avanti, schiacciato tra questi due spazi. Perché anche la vita di Kambiz Rustayi in Iran era a rischio, per lui non c'era speranza neanche là, non sarebbe potuto restare.

Il regime iraniano è una teocrazia arretrata, sessista e contorta. Non si può migliorare qualcosa di sbagliato nel cuore

Donne a Teheran.
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D. Le capita adesso di visitare parenti e amici in Iran? Vorrebbe tornare a viverci un giorno?
R.
Dall'età di 8 anni manco dall'Iran, rientrare per me è pericoloso. Diversi magazine mi hanno anche offerto bei lavori di scrittura, di riportare storie dall'Iran, ma non possono garantirmi la sicurezza. Spero un giorno di tornarci, con un cambio di regime... Voglio rivedere e mostrare a mia figlia tutti i luoghi che si stanno dissolvendo nella mia memoria.

D. Ha scritto: «Sto imparando a non sottovalutare mai i miei simili iraniani». Spera davvero in un'altra rivoluzione?
R.
Sì, per me è la sola risposta. La teocrazia iraniana è un regime arretrato, sessista e contorto: impiccano gli omosessuali e non danno alle donne che una frazione dei diritti legali degli uomini, sono corrotti ed entrano nelle vite della gente. In qualsiasi momento se qualcuno ce l'ha con te e ha un qualsiasi potere, in Iran può inventarsi bugie per cercare di farti imprigionare o comunque metterti nei guai.

R. Rispetto ad Ahmadinejad, il nuovo presidente Rohani è considerato un moderato. Alcuni iraniani mi hanno raccontato che i controlli della polizia religiosa stanno diventando meno invasivi. Le cose non possono lentamente cambiare?
D.
Non si può migliorare qualcosa sbagliato nel cuore. Rohani o altri restano mullah, chierici di un regime basato su una religione che dice che le donne sono meno degli uomini, che devono obbedire ai mariti e coprirsi. Non che il cristianesimo dica cose diverse, per carità, ma non vivrei in teocrazie di nessun tipo.

D. Le recenti proteste delle donne in Iran contro l'obbligo del velo sui capelli (hijab) possono impattare sulla politica e sul cambiamento dei costumi?
R.
È certo un atto politico e queste iraniane hanno tutto il mio sostegno, sto pienamente con la loro battaglia. Ma non sono sicura che possano vincere contro un regime che non vuole siano libere, felici e che possano esprimersi. Protestare contro lo hijab non basta, è necessario riuscire a liberarsi da questo regime.

La chiave dell'integrazione è capire che le persone non devono cambiare loro stesse per diventare un po' più simili agli altri

Un campo profughi in Grecia.
GETTY

D. Visitando l'Iran ho visto molte più donne in chador (il velo integrale non obbligatorio) di quanto mi sarei immaginata di trovare. Alcune di loro solidarizzano in chador contro l'imposizione del hijab: le foto sono apparse sui social media. Quante donne pensa che in Iran si coprano con il chador davvero per libera scelta?
R.
Davvero non riesco a stimare numeri. Ma credo che una gran parte di queste donne assolutamente non voglia, che da sole non sceglierebbero il chador. In Iran c'è un'enorme fetta di popolazione secolarizzata, che vive le libertà nel segreto delle loro case. Ma guardando alle immagini delle strade in Iran, molte donne vorrebbero essere libere mostrare i capelli, si truccano e si vestono alla moda... Beh, credo che queste donne cerchino di dirci qualcosa.

D. Che cosa ama di più della cultura iraniana e cosa della occidentale?
R.
Dell'Iran amo il cibo, la musica, il narrare storie, ritrovarsi insieme la sera con famigliari e amici... È curioso, potrei rispondere la stessa cosa dell'Occidente, anche se in forme diverse. Della cultura occidentale amo anche la letteratura: sì, la amo un po' di più dell'iraniana. Credo per l'essermi formata in Occidente. La mia educazione in Iran era quella di una vita di paese, così quel che amo tende a essere più provinciale.

D. Per la sua esperienza può esistere una società sinceramente multiculturale e globalizzata? Dove, insomma, un immigrato non debba dire grazie?
R.
Sì, per me in questi tempi la chiave dell'integrazione è capire che le persone hanno bisogno di essere loro stesse, che non devono credere di dover cambiare loro stesse per diventare un po' più simili agli altri. Ognuno di noi dovrebbe essere un mix. Dovremmo cioè dare identità a noi stessi, ma coesistendo e migliorandoci l'un l'altro.

D. L'integrazione perfetta.
R.
Penso dovrebbe essere esattamente così. Purtroppo molti si aspettano che gli altri, ossia i rifugiati, cambino e che diventino come loro. Accade spesso perché la gente vive già dove i rifugiati arrivano e non ci si può neanche aspettare che queste persone cambino da come sono.

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