Baby Jihadisti
Interviste
25 Aprile Apr 2018 1800 25 aprile 2018

Il primo caso di deradicalizzazione in Italia: parla la psicologa

Un 15enne di Udine faceva propaganda jihadista. Per Caparesi, l'esperta che lo segue, è «una vittima». Come i ragazzini per i «predatori sessuali». Frustrazione, entusiasmo, dissimulazione: cosa scatta in testa.

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L'assunto è questo: combattere il terrorismo e l'estremismo violento necessita molto di più che la sorveglianza e la sicurezza. Perché “radicalizzarsi” o simpatizzare per un’ideologia estremista non è reato, a meno che non si dimostri che si stia studiando un attacco violento o ci si stia addestrando a tale scopo. Intervenire in questa zona grigia, quindi, è quello che stanno cercano di fare molti Paesi europei.

UNA LEGGE MANCATA. L'Italia si apprestava a farlo con la proposta di legge "Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista" approvata a luglio 2017 alla Camera (109 voti contrari da Movimento 5 stelle, Lega e Forza Italia) e poi arenatasi in Senato a dicembre dello stesso anno. Di fatto si trattava di istituire un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) con le funzioni di elaborare una strategia annuale e di intervenire nei casi di persone radicalizzate. La strategia proposta dal Crad sarebbe poi stata attuata da Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr). Nella proposta di legge c'era anche altro, ma è inutile parlarne visto che la legislatura è finita.

JIHADISTA A 15 ANNI. Resta il problema dei soggetti radicalizzati, un discorso che recentemente si è riproposto con l'operazione Ansar, l'inchiesta portata avanti da polizia postale, Digos e tribunale dei minori di Trieste. Hanno individuato in un ragazzo 15enne, il gestore di due canali Telegram in cui si veicolava la diffusione e la traduzione di contenuti propagandistici e si faceva proselitismo per Daesh, lo Stato islamico, nel nostro Paese.

Minorenne faceva propaganda pro-Isis: sarà rieducato

Per la prima volta in Italia, verrà avviato un percorso di "deradicalizzazione" nei confronti di un giovane minorenne di origine algerina denunciato per attività di proselitismo a favore dell'Isis attraverso chat e canali di Telegram. SARÀ SEGUITO DA UN IMAM.

Il minorenne, nato nel nostro Paese da genitori algerini e residente in provincia di Udine, è oggi protetto dall'anonimato e affiancato da un team di esperti che lo stanno guidando in un percorso di de-radicalizzazione. Si tratta del primo caso in Italia, per questo Lettera43.it ha intervistato Cristina Caparesi, la psicologa che lo segue e che dal 2012 è membro del Gruppo di lavoro della Commissione europea Ran, Radicalisation Awareness Network.

«RAGAZZI VITTIME». La Caparesi evita di esprimere opinioni su integrazione, immigrazione e politica, «temi scottanti che non aiutano la comprensione di problemi importanti con cui l'Italia ha appena cominciato a confrontarsi». Ma ha più di un punto fermo. Questi ragazzi sono «vittime, che vengono incastrate e senza rendersene conto». E il fatto che l'Italia non abbia una strategia nazionale che detti le linee guida è una questione che «chiunque andrà al governo dovrà affrontare».

DOMANDA. Sappiamo che il ragazzo continua ad andare a scuola, ma è seguito - all’inizio quotidianamente, ora settimanalmente - da un team che ha il compito di accompagnarlo nel percorso di de-radicalizzazione. In cosa consiste?
RISPOSTA. Non posso parlare del minore in questione ed essendo il primo caso in Italia abbiamo avviato una nuova procedura. Posso dirle che ci si muove su due fronti, quello del comportamento e quello dell'ideologia.

D. Ovvero?
R. Per prima cosa gli si impone un distacco dal web e dai social network e si verifica che questo divieto venga osservato. Poi c'è il percorso più complesso che riguarda l'ideologia. L'azione di de-radicalizzazione deve avere un approccio olistico, e quindi sfruttare tutte le opportunità che esistono per farlo ricredere. Ma per scegliere la strada più efficace per arrivare all'obiettivo, c'è bisogno conoscere il soggetto in questione. La terapia gli va cucita addosso.

D. Poi?
R. Bisogna poi contrastare le tematiche delle narrative jihadiste che propongono istanze religiose devianti e per questo sono fondamentali le figure che noi chiamiamo mentori, che conoscono religione e cultura di origine e sono in grado di spiegarla approfonditamente. Devono essere persone di cui soggetto si possa fidare e dunque affidare, ma che al contempo facciano attivamente parte del team che lavora alla de-radicalizzazione. In concreto: per spiegare che per l'islam la jihad non è la guerra santa a cui chiama l'Isis, devo conoscere cos'è e come viene interpretata dalle varie narrazioni.

I reclutatori manipolano e avvalorano motivazioni come il bisogno di far fronte a frustrazione e inadeguatezza sociale, il sentirsi vittima di ingiustizia

Cristina Caparesi, psicologa

D. Ma quali sono i soggetti più a rischio?
R. Non è possibile far altro che osservare gli aspetti ricorrenti. In primo luogo l'età: si tratta di giovani dai 12 anni in su, anche se all'estero abbiamo visto persino bambini di 8-10 anni, e spesso seconde generazione nate e cresciute sul territorio italiano: all'estero si parla anche di terze generazioni.

D. Bisogna mettere quindi in discussione il nostro modello di integrazione?
R. Di questo non mi occupo. Posso dire che le esperienze sono sempre soggettive. Qui siamo di fronte a temi propri dell'adolescenza come la ricerca di un'identità. Sono poi i reclutatori che manipolano e avvalorano motivazioni come il bisogno di far fronte a frustrazione e inadeguatezza sociale, il sentirsi vittima di ingiustizia o discriminazione, una bassa autostima o l'aver sofferto un lutto offrendo l'appartenenza a un gruppo che a sua volta genera dipendenza. Un po' come avviene con i predatori sessuali che adescano i ragazzini. Per questo dobbiamo parlare di vittime, che vengono incastrate e senza rendersene conto.

D. Ma cosa spinge un ragazzo cresciuto in Occidente a rischiare la vita?
R. Per vent'anni mi sono occupata di persone reclutate nelle sette, persone di tutte le età. Il meccanismo di reclutamento e le dinamiche di gruppo hanno caratteristiche simili. Gli adolescenti che vengono agganciati su un discorso di identità possono essere facilmente portati a un livello superiore. Vengono anche sottoposti a immagini molto forti che tendono a desensibilizzare l'individuo: violenze, torture... Inoltre non va trascurato che all'interno di queste reti ci sono dei bravi reclutatori che sanno individuare le vulnerabilità psicologiche della persona che hanno davanti e che quello dell'Isis è un brand vincente, non ancora decapitato.

D. Ma i reclutatori cosa cercano?
R. Manodopera gratuita, per loro questi ragazzini sono di fatto mercenari a costo zero.

All'inizio la persona irretita è entusiasta, e l'entusiasmo è difficile da dissimulare. È lì che è più semplice intervenire

Cristina Caparesi, psicologa

D. Ma è possibile che le famiglie non si accorgano di nulla?
R. Le famiglie non sempre sono consapevoli. Anzi. Spesso lasciano passare un linguaggio caricato che invece potrebbe essere sintomo di un cambiamento radicale in atto. E se anche se ne accorgono, magari hanno anche paura a chiedere aiuto.

D. Nel senso?
R. Potrebbero temere di subire delle conseguenze. Allo stato dell'arte, c'è solo l'opzione di segnalare alla polizia. E anche questo potrebbe non essere dirimente. Se non c'è un'ipotesi di reato, una segnalazione finisce lì. Ecco, il problema è proprio questo. Non c'è una rete a cui rivolgersi per ricevere assistenza e magari far intervenire i servizi sociali.

D. Certo, ma abbiamo letto che il ragazzo in questione era molto bravo a dissimulare, che nessuno si era accorto del percorso estremista che aveva intrapreso...
R. È questo il punto. In realtà la dissimulazione non avviene subito. All'inizio la persona irretita è entusiasta, e l'entusiasmo è difficile da dissimulare. Solo dopo il reclutatore censura, riesce a dirgli che certe cose vanno tenute all'interno del gruppo. È quando questo passaggio ancora non è avvenuto che è più semplice intervenire.

D. A queste tematiche lavoravate con la Commissione di studio su fenomeno della radicalizzazione e dell'estremismo jihadista di palazzo Chigi?
R. Sì, a questo e altro. Avevamo ipotizzato un percorso simile a quello di altri Paesi europei dove ci sono centri che funzionano in diversi punti, per esempio su base regionale, in cui le persone che hanno competenza sono riunite per trattare proprio questo tipo di casi. Deve esserci una rete di soggetti preposti in tutte le strutture: scuole, consultori, servizi sociali, enti locali... Una rete stratificata nella società, in modo che quando una persona viene individuata, si sa a chi rivolgersi e come trattare il caso. Ci vuole formazione, non ci si può improvvisare.

D. Era quello che si ipotizzava con l'istituzione del Centro nazionale sulla radicalizzazione. Ma il progetto di legge è ormai lettera morta...
R. Ma rimane il fatto che chiunque andrà al governo dovrà affrontare il problema della radicalizzazione. Questa è una questione che è destinata a segnare il nostro prossimo futuro.

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