Rachidboudjedra
Interviste
19 Maggio Mag 2018 1200 19 maggio 2018

Dialogo con Rachid Boudjedra, un intellettuale ateo in Algeria

L'opposizione all'integralismo islamico. La persecuzione. Le condanne a morte. La sfiducia nelle Primavere arabe. Lo scrittore a L43 sulla sua storia, sulla forza del terrorismo e sul futuro fiorente delle destre.

  • Paola Rizzi
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È un irriducibile combattente Rachid Boudjedra, 76 anni, intellettuale e scrittore algerino tra i più autorevoli e ascoltati, autore di capolavori della letteratura francese e araba (ha scritto in entrambe le lingue) come Il Ripudio, La Pioggia, La Lumaca Testarda. Non ha difficoltà a definirsi da sempre comunista e ateo. Posizioni scomode, soprattutto la seconda, per le quali ha pagato un prezzo pesantissimo negli anni prima e durante la guerra civile, quando gli islamici del Fis (Fronte islamico di salvezza) lo condannarono a morte otto volte, ben prima della fatwa a Salman Rushdie. Lo incontriamo a Milano in occasione dell’esecuzione di un brano per coro ed ensemble di Gabriele Manca, Lettres comme à l’envers ispirato al suo libro Topographie idéale pour une agression caractérisée, scritto nel 1975 e tradotto in 43 lingue, viaggio delirante di un immigrato nordafricano analfabeta nel metrò di Parigi, che finirà ucciso nell’indifferenza generale. Una riflessione sferzante sull’impossibilità dell’integrazione.

CULTURE CHE NON RIESCONO A PARLARSI. Sono passati quattro decenni eppure sembra oggi. Lo spaesamento e la violenza del processo migratorio protagonisti tanto di quel libro quanto delle cronache quotidiane. «Topographie idéale pour une agression caractérisée non è tanto un storia di razzismo, ma di scontro violento tra due culture che non riescono a parlarsi», dice Boudjedra a Lettera43.it. «E in questi anni non è cambiato nulla: il capitalismo e la diseguaglianza continuano a far sì che la povera gente vada nei Paesi più ricchi, un processo che continua a causare vittime. Tra i 27 libri che ho scritto questo resta il mio preferito anche perché è ispirato ad un’esperienza reale».

A sinistra, Rachid Boudjedra. A destra, proteste ad Algeri contro il fondamentalismo islamico nel 1993.

DOMANDA. Qual è l’esperienza reale a cui si riferisce?
RISPOSTA.
Incontrai in metrò un marocchino giovanissimo dallo sguardo atterrito, che vagava con dei bigliettini in mano, indirizzi di persone che avrebbero dovuto ospitarlo o dargli un lavoro. Mi disse che da due giorni si era perso nel metrò e nessuno lo aiutava, parlava solo berbero. Così gli pagai un taxi. Mi sembrava in pericolo. L’Algeria, come altri Paesi produttori, nel 1971 aveva nazionalizzato il petrolio e le potenze occidentali erano molto contrariate da questa legge. In Francia c’era una campagna d’odio molto violenta nei confronti dei Paesi nordafricani. In questo clima 71 migranti vennero uccisi senza motivo e non sono mai stati presi i colpevoli.

D. Cosa pensa delle attuali politiche europee sull’immigrazione?
R.
Tutto il male possibile, soprattutto quelle messe in atto da parte delle ex potenze coloniali, anche se il Sud dell’Europa ha tenuto una politica più accogliente. Ma quello che sta succedendo nel Mediterraneo è una catastrofe. Una delle rotte dei trafficanti passa attraverso l’Algeria e anche noi abbiamo 100 mila migranti. Vediamo bambini piccolissimi, donne per le strade, anche tanti siriani che chiedono l’elemosina e ci sentiamo impotenti. Ci sono progetti per riportarli a casa, ma poi ritornano. È terribile.

D. Il terrorismo, assieme all’immigrazione, è la principale preoccupazione dei cittadini europei. Come pensa che si evolverà?
R.
Il terrorismo ha un gran futuro. Anche perché è molto ricco. Non ci sono veri rivoluzionari tra i terroristi, sono stati finanziati da tutti, dall’Arabia Saudita, dagli Stati Uniti, dalla Francia, magari anche dall’Italia. L’obiettivo dell’Occidente è stato spaccare e destabilizzare il Medio Oriente e il Nord Africa per interessi materiali, il petrolio per esempio. Il risultato è che adesso vediamo come possibile una Terza guerra mondiale. Quarant’anni fa, quando il mondo era diviso in due blocchi e c’era l’equilibrio del terrore, la situazione non era pericolosa come oggi.

D. Lei non è mai stato un sostenitore nelle Primavere arabe. Resta della stessa idea?
R.
Assolutamente sì. Ho scritto un libro a proposito, Primtemps (2014). I giovani volevano cambiare. Ma poi le cose sono andate diversamente, perché gli interessi dell’Occidente erano altri. Crede che qualcuno, in Europa, premesse per una vera rivoluzione sociale in Tunisia? Ora lì governa il partito islamico Ennahda, il Paese è diviso in due, come la Libia. Il Sud di fatto non riconosce il Nord. E i soldi per pagare gli stipendi dei funzionari pubblici tunisini li dà l’Algeria ogni mese. Una prova del fallimento e della delusione è quanta poca gente sia andata a votare in Tunisia alle ultime elezioni: solo il 34%.

D. Alle politiche algerine del 2017 che hanno riconfermato il partito al potere dall’indipendenza, il Fronte di Liberazione Nazionale, ha votato solo il 37%. E so che lei ha sottoscritto appelli perché si verifichino le condizioni di salute del presidente Bouteflika, che probabilmente sarà ricandidato per la quinta volta nonostante un ictus che lo ha colpito anni fa.​
R.
Lo chiedo praticamente tutti i giorni. Dappertutto la gente non crede più nella politica, anche in Europa. La democrazia è diventata molto fragile anche perché quella che si è vista all’opera è la democrazia del capitalismo, delle élite. La gente vive sulla sua pelle il peggioramento delle condizioni di vita. In Francia si viveva meglio 40 anni fa, c’era meno disuguaglianza. Il partito socialista al governo cosa ha fatto per la gente? Nulla. Questo ha creato molta sfiducia e per questo temo che per 20 anni vedremo vincere partiti di estrema destra.

Dal punto di vista politico gli islamisti in Algeria non contano più nulla. Ci sono quattro partiti che alle elezioni nel 2017 hanno preso il 2,7%. Nel 1991 avevano l’80%

D. Nei suoi libri ha descritto la società algerina come opprimente, patriarcale e misogina: lo è ancora?
R.
Le cose sono un po’ cambiate. La misoginia c’è ovunque, mi pare anche in Italia, anche se certo in Algeria e nei Paesi arabi ce n’è di più e non solo a causa dell’Islam. Ma oggi le donne sono più libere, la poligamia è vietata, la società si evolve. C’è una certa libertà, una certa democrazia, una certa libertà di pensiero. Ci sono 50 giornali, molti editori, non c’è censura. In Algeria non si sta così male, siamo un Paese ricco, grazie al petrolio, non abbiamo debito pubblico, un caso unico. Ma come dappertutto ci sono disuguaglianze.

D. Lei si è sempre opposto all’integralismo islamico e per questo è stato perseguitato e obbligato all’esilio.
R.
Sulla mia testa hanno pesato otto condanne a morte, ma questa dell’esilio è un’invenzione della propaganda francese per screditarmi, perché io, un uomo delle colonie, ho osato attaccare molto spesso la Francia come potenza coloniale e noecoloniale. Le do una prova concreta: durante il periodo del terrorismo e della guerra civile in Algeria, tra il 1992 e il 1998, Massimo Cacciari mi invitò a stare per un anno a Venezia, quando era sindaco. Una situazione meravigliosa. Sono stato lì per tre settimane, poi sono tornato, perché non potevo rimanere lontano dall’Algeria e dalla mia gente mentre il mio Paese soffriva.

D. Però nel suo Paese continuano ad attaccarla: l’anno scorso una tivù islamica le ha fatto una sorta di candid camera in cui finti terroristi l’hanno minacciata obbligandola a fare una professione di fede.
R.
Sì, non era la prima volta, era già capitato che su canali islamici venissi attaccato in un modo o nell’altro perché sono ateo. Quando sono stato condannato, quando il terrorismo era terrificante in Algeria avevo paura e ho avuto paura, non sono un eroe, ma ho delle convinzioni. La società algerina è islamizzata, ma dal punto di vista politico gli estremisti non contano più nulla. Ci sono quattro partiti che alle elezioni nel 2017 hanno preso il 2,7%. Nel 1991 avevano l’80%. Questi partiti lavorano sottotraccia nella società ma io credo che l’estremismo islamico in Algeria sia morto, e questo è avvenuto senza l’aiuto di nessuno, anzi l’Europa è rimasta a guardare.

D. Di mezzo c’è stato l’annullamento delle elezioni in cui avevano vinto, seguito da una sanguinosa guerra civile che ha fatto 200 mila morti. Era necessario?
R.
Sì, annullare le elezioni è stato necessario, altrimenti avremmo fatto la fine dell’Iran o anche peggio. Non è stato molto democratico ma necessario. A volte la storia procede per strappi.

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