Doaa
Interviste
4 Giugno Giu 2018 1215 04 giugno 2018

Doaa, la profuga siriana sopravvissuta all'odissea nel Mediterraneo

Senza saper nuotare, la ragazza nel 2014 ha resistito per quattro giorni a una strage di naufraghi in mare. Come quella del 3 giugno 2018. Fleming, capo Comunicazioni Unhcr, racconta la storia: «Farà l'avvocato».

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Chi legge in Più profondo del mare (Piemme, 2018) riga dopo riga la storia vera di Doaa, o vedrà il film di Steven Spielberg che presto la racconterà per immagini, si ricrederà - casomai dovesse - sulla tragedia umana che si ripete nel Mar Mediterraneo, con il neo ministro dell'Interno Matteo Salvini che promette guerra ai migranti mentre l'ennesima strage si è compiuta il 3 giugno davanti alla Tunisia e alla Turchia.

DALLA DISPERAZIONE ALLA MORTE. Per due ragioni la ragazza siriana che, per terrore dell'acqua, non sa nuotare e che nel 2014 è sopravvissuta sconvolta, con una tenacia e un sacrificio estremi, per quattro giorni a una strage di naufraghi, mantenendo in vita due bambine strette al petto, non smette di testimoniare la sua odissea. Convincere - ancora traumatizzata - a non far più salire sui barconi chi scappa dalla guerra e dalla fame, e far capire al mondo che quelli come lei non sono terroristi. Se avessero un'alternativa farebbero di tutto, ma proprio di tutto, per non salirci sopra e passare «dalla disperazione alla morte».

VUOLE COMBATTERE PER LA GIUSTIZIA. A 23 anni (ne aveva 19 all'epoca dell'accaduto), Doaa è una profuga insignita in Europa di un premio per l'eroismo. Dopo aver assistito alla morte atroce del fidanzato e di chiunque attorno a sé in mare, vive in Svezia con i genitori che sono riusciti a ricongiungersi a lei. Una delle due bambine orfane accudite in mare è morta appena salvata. L'altra, come lei, è straordinariamente sopravvissuta ed è stata rintracciata dagli zii palestinesi. Quanto vissuto nel Mediterraneo, denuncia Doaa, è peggio dell'orrore dei cadaveri in strada, dei proiettili sfiorati, dell'assedio e delle bombe scampate in Siria. Melissa Fleming, autrice dell'accurato libro sull'eccezionale storia e capo delle Comunicazioni dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), profonda esperta di migrazioni, spiega a Lettera43.it: «È decisa a diventare avvocato, perché di giustizia ne ha vista davvero troppo poca nella vita».

Melissa Fleming. (Getty)

DOMANDA. Ha avuto modo di incontrare e seguire Doaa dopo il naufragio e l'approdo, stremata e ai limiti umani della sopravvivenza, in Grecia. L'ha accompagnata nel ricominciare una nuova vita e ha portato la sua storia alla ribalta mondiale, anche con un libro. Siete ancora in contatto? Come sta Doaa?
RISPOSTA.
Assolutamente sì, i rapporti tra noi restano stretti. Doaa vive in villaggio remoto della Svezia con la famiglia, il padre, la madre, le sorelle e il fratello. Sta studiando duro per padroneggiare la lingua: non è facile, sta combattendo. I traumi subiti giocano ancora brutti scherzi alla sua memoria. Ma mi hanno detto che è la prima della classe.

D. La fermezza, come ha ricostruito nel racconto con i ricordi di famigliari e amici, è stata sin dall'infanzia la straordinaria forza interiore di Doaa.
R.
Non a caso adesso il suo focus è la piena integrazione in Svezia. Là continua ad aspirare a studiare legge, è giovane e ce la farà.

D. Doaa si impegna ancora in iniziative e campagne a difesa di migranti e profughi?
R.
È venuta al lancio del libro e partecipa ai dibattiti pubblici. Con sforzo: per lei è come rivivere il trauma, anche dalle continue immagini e notizie che riceve sulla distruzione della sua terra. Ma Doaa vuole in tutti i modi mettere in guardia i profughi da viaggi pericolosi e far capire quanto siano disperati per intraprenderli.

D. Per Doaa, il fidanzato morto Bassem e i famigliari non c'era futuro neanche dopo aver riparato in Egitto. Sotto il regime militare del presidente al Sisi vivevano denutriti, sfruttati, persino perseguitati.
R.
Se non si ha speranza di tornare nel proprio Paese o di ricostruirsi una vita altrove, con un lavoro e con un'istruzione, la gente continuerà a scappare. Il messaggio che Doaa si sforza di trasmettere è anche di trovare una soluzione diplomatica e pacifica alla guerra in Siria, investendo nei rifugiati.

D. Nel 2017 l'Italia ha imposto alle Ong che li soccorrono in mare un codice per limitarne l'azione. Come si fa a far investire nei profughi quando si ha l'impressione che non si vogliano neanche salvare?
R.
Le Ong continuano a salvare oltre il 40% dei naufraghi nel Mediterraneo. Ci aspettiamo che quante più persone possibili salgano su queste navi, non viceversa. C'è bisogno di più, non di meno salvataggi. Di conseguenza per l'Unhcr qualsiasi azione contro questi operatori - inclusi gli operatori navali della Ong - che metta a rischio sopravvissuti ed equipaggi è fonte di seria preoccupazione.

Profughi siriani in Libano.

D. Nel 2014, quando l'Italia aveva a sue spese messo in campo la grande operazione di salvataggio Mare nostrum, Doaa fu addirittura avvistata da una nave cargo di passaggio: con grande scrupolo il comandante obbedì alla legge del mare che impone a tutti i naviganti di salvare, in qualsiasi acque, le vite in pericolo.
R.
Quell'anno soltanto le navi cargo salvarono circa 40 mila esseri umani in mare. Di frequente hanno supportato Mare nostrum e anche le operazioni europee di Frontex, rispondendo all'obbligo a soccorrere della legge del mare.

D. Ma per l'Unhcr il codice italiano per le Ong è compatibile con il diritto internazionale e con la legge del mare? E la cooperazione delle autorità italiane con quel che, dalle milizie, si va formano come Guardia costiera libica è sicura?
R.
Per noi, come detto, la priorità assoluta resta salvare vite umane, come pure il diritto all'accesso all'asilo dei profughi, un dogma. Allo stesso tempo, proprio per contrastare le rotte illegali e pericolose alle quali i profughi sono costretti, è necessaria un'azione forte contro i trafficanti. Il discrimine cruciale, per l'Unhcr, è che la sicurezza di chi è coinvolto nelle operazioni di salvataggio non sia mai messa a rischio.

D. A proposito, la Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e le condizioni dei campi - legali e illegali - per i profughi che si vuol trattenere là sono documentatamente terribili, con continue ed evidenti violazioni dei diritti umani.
R.
È un'altra fonte di grande turbamento. Circa 70 mila tra rifugiati e migranti, comunque diverse migliaia di loro, restano in questi centri. Non abbiamo accesso a quelli non ufficiali, gestiti dai trafficanti e in condizioni ancora peggiori degli ufficiali.

D. L'Unhcr è riuscito almeno a migliorare le condizioni dei centri profughi visitati in Libia e di quelli aperti di recente in collaborazione con le autorità libiche, grazie anche all'accordo con l'Italia?
R.
In questi mesi siamo riusciti ad avere maggiore accesso ai punti di sbarco e anche ai centri di detenzione per profughi, abbiamo portato loro assistenza medica, provviste di base e un po' di sostegno psicologico. Riusciamo anche a identificare gruppi di richiedenti asilo e a svolgere alcune importanti operazioni di evacuazione di soggetti tra loro altamente vulnerabili. Verso Paesi terzi come il Niger e anche europei.

D. Doaa e il fidanzato erano scappati in Egitto. Altri milioni di siriani si trovano nel limbo dei Paesi confinanti. L'Ong Medici senza frontiere ha di recente denunciato la riduzione dei servizi di cure mediche pubbliche per i profughi siriani in Giordania: come possono Paesi poveri e piccoli - come anche il Libano - sostenere da anni il peso di quest'esodo?
R.
Senza tutte le cure gratuite in particolare i malati cronici andranno a soffrire il doppio. E parliamo di siriani abituati ad avere, prima della guerra, sanità gratuita, servizi del governo, abitazioni dignitose. Ma la Giordania è solo un esempio, lo andiamo ripetendo dal 2011 alla comunità internazionale: servono fondi per investire sui profughi in esilio, in modo che possano dare un contributo ai Paesi che li ospitano, preparandosi al loro ritorno.

D. Dopo anni di stenti, in che condizioni versano i siriani in Libano e in Giordania?
R.
Degradanti e disperate. I profughi siriani vivono nel deserto o in case miserevoli, anche in Turchia. Tra loro aumentano i matrimoni precoci e il lavoro minorile, quando il mondo non si può permettere una generazione perduta di giovani siriani: è pericoloso. Grazie agli investimenti internazionali per fortuna sta crescendo il numero dei rifugiati iscritti a scuola. Ma siamo solo al 50%, alle classi elementari. Per l'istruzione superiore la percentuale crolla.

D. In passato lei è stata a lungo portavoce dell'Aiea, l'agenzia dell'Onu che promuove il nucleare pacifico. È all'ordine del giorno l'uscita degli Usa dall'accordo internazionale sul nucleare con l'Iran, che avvicina il conflitto tra Iran e Israele, anche nel Golan siriano: quanto destabilizzante è questo sviluppo per la tragedia siriana e in generale per le popolazioni del Medio Oriente?
R.
Da tempo non lavoro più per l'Aiea e sono un po' riluttante ad addentrarmi nella questione. Di fatto c'è che quella siriana non è più una guerra civile, si è internazionalizzata. È una guerra per procura di molti Paesi e attori. Il che aumenta enormemente il rischio.

D. Anche di azioni di guerra non convenzionali. Ritiene appropriata la risposta dei raid mirati di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia all'ultimo sospetto attacco chimico di Assad?
R.
Come Doaa, l'Unhcr non crede in nessuna soluzione militare per la Siria. Uccidere civili - comunque li si uccida, anche bombardando scuole e ospedali - è inaccettabile. Serve un movimento internazionale che rivendichi la fine di questa carneficina.

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