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Interviste
29 Agosto Ago 2018 1137 29 agosto 2018

Voci dalla crisi migratoria tra Venezuela e Brasile

A Pacaraima, città di frontiera, monta l'intolleranza nei confronti dei migranti. In fuga da Maduro. Colpa di una percezione distorta, amplificata dal governo locale. La sociologa Araujo a L43.

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da Rio de Janeiro

La crisi in Venezuela non pare vedere la luce in fondo al tunnel e sono ormai 1 milione e mezzo i cittadini che hanno lasciato il Paese nell'ultimo anno. Molti di loro hanno attraversato la frontiera con la Colombia, altri sono andati in Brasile, nello Stato della Roraima, al confine Nord-Est. È proprio qui che, con l'aumento del clima di intolleranza verso i venezuelani nella città di confine Pacaraima, ci sono stati scontri con la popolazione locale. Il casus belli è stata l'aggressione di un fornaio, pare, da parte di alcuni giovani venezuelani. La notizia si è sparsa velocemente e ha fatto scattare la rivolta. Gli abitanti di Pacaraima hanno dato fuoco agli accampamenti e rispedito oltre il confine circa 1.500 migranti. Le immagini della cacciata hanno fatto il giro del Brasile e il caso ha assunto dimensioni nazionali.

Il Brasile, in campagna elettorale in vista delle elezioni di ottobre, sta vivendo la sua prima crisi migratoria dal dopoguerra e si è trovato impreparato nel gestirla. Perfino l'attuale presidente della Repubblica, Michel Temer, a giugno si è recato in visita nella capitale della Roraima Boa Vista sotto la pressione, da un lato, di un folto gruppo di deputati che chiedeva la creazione di un campo profughi e, dall'altro, del governo dello Stato che premeva per la chiusura della frontiera. Per capire meglio cosa sta accadendo in Roraima, tra la città di frontiera Pacaraima e la capitale Boa Vista, Lettera43.it ha parlato con la sociologia brasiliana Carla Araujo, che ha lavorato per la Ong Reach a Boa Vista da aprile ad agosto 2018. E spiega come il climax di tensione sia riconducibile alla «sensazione che i migranti si stessero approfittando eccessivamente dei servizi», amplificata dalla «retorica del governo statale».

Migranti venezuelani a Pacaraima, Brasile.

DOMANDA. Che tipo di lavoro svolge l'Ong Reach?
RISPOSTA.
Fa monitoraggio attraverso la raccolta di dati per aiutare le altre organizzazioni e l'esercito brasiliano a trovare le soluzioni migliori per la gestione dell'emergenza. Il nostro lavoro consisteva anche nello svolgimento di interviste direttamente ai migranti e alla popolazione locale per capire come viene percepita da entrambe le parti la convivenza

Partiamo dai numeri: quanti venezuelani sono entrati in Brasile dall'inizio della crisi nel 2017?
Circa 75 mila, di cui 50 mila sono rimasti in Brasile e 25 mila in Roraima.

Qual è il profilo di coloro che arrivano dal Venezuela?
Sono per il 70% uomini, giovani, con basso tasso di scolarità.

In Brasile qualcuno sostiene che con l'ingresso dei venezuelani il tasso di criminalità sia in aumento: è vero?
Il tasso di criminalità è in aumento, ma la percentuali di venezuelani coinvolta è circa la stessa dello scorso anno. Non è quindi imputabile alla loro presenza.

I venezuelani che passano il confine e arrivano in Roraima cosa fanno?
Molti di loro fanno avanti e indietro attraverso la frontiera per l'approvvigionamento di beni di prima necessità che nella loro città di confine, Santa Elena, iniziano a mancare. Altri stanno solo aspettando che la crisi e l'inflazione diminuiscano per poter tornare a casa. Pochi sono quelli che vogliono stabilirsi in Brasile.

Come definirebbe la Roraima?
È tra gli Stati brasiliani dimenticati dal governo centrale, l'economia è stagnante e la maggioranza degli abitanti sono dipendenti pubblici. Le città di confine con la Roraima hanno una forte tradizione migratoria. Il flusso è sempre stato reso facile e scorrevole dalla politica di “buona vicinanza”, non vi sono barriere alla frontiera e si transita senza passaporto, perché i venezuelani sono sempre stati visti come una opportunità per l'economia locale. Ora che il flusso si è intensificato le cose sono cambiate. Già nel 2017 è stata dichiarata l'emergenza da parte dell'Unhcr.

In che momento la convivenza tra i migranti e la popolazione locale è cambiata?
Ci sono vari fattori: il flusso si è intensificato negli ultimi mesi, complice la rielezioni di Nicolás Maduro che ha messo fine alle speranze di cambiamento da parte di chi credeva in uno storico cambio di rotta. Dall'altra parte, le elezioni in Colombia hanno portato, tramite il nuovo governo di destra, alla chiusura della frontiera a chi è privo di passaporto. Può sembrare banale, ma in Venezuela non hanno più i soldi nemmeno per fare i passaporti e i tempi di attesa sono lunghissimi. Nonostante questo la percentuale di venezuelani in Roraima non è alta.

Ovvero?
A Pacaraima sono il 10% della popolazione mentre nella capitale Boa Vista, che conta circa 300 mila abitanti, i venezuelani sono 25 mila, meno del 10%. L'isteria che si è scatenata nei video che sono rimbalzati sulla Rete non è giustificabile da queste cifre.

Quindi cos'ha portato all'esasperazione dei locali?
I nostri sondaggi hanno mostrato come l'intolleranza sia realmente aumentata soprattutto in relazione alla fruizione dei servizi pubblici, principalmente il settore della sanitario. Si è diffusa la sensazione che i migranti si stessero approfittando eccessivamente dei servizi. Ma anche la retorica del governo della Stato della Roraima ha fatto la sua parte. È a guida di destra e sta alimentando il clima di intolleranza. Spinge per chiudere la frontiera ed è in conflitto col Comune di Boa Vista e lo stesso governo federale, che invece vogliono mantenerla aperta.

A Pacaraima, i residenti brasiliani danno fuoco a gomme e beni appartenenti ai migranti venezuelani.

Chi gestisce l'emergenza sul posto?
È l'esercito brasiliano a gestire la crisi. L'esercito ha una forte esperienza in interventi in zone di crisi umanitaria. Nel terremoto di Haiti del 2010 fu protagonista nell'aiutare la popolazione dopo il disastro. L'esercito gestisce circa 190 milioni di reais (circa 43 milioni di euro) per organizzare la frontiera, creare centri di prima accoglienza e redistribuire i richiedenti asilo in altri Stati del Brasile. Quest'ultima operazione sembra essere quella più problematica. Sta cercando di ricollocare 500 migranti al mese, ma ciò può essere fatto solo tramite il trasporto aereo, dato che la regione è quasi isolata via terra essendo in piena foresta amazzonica.

Quindi c'è una ripartizione in quote per ogni singolo Stato?
Non esattamente. Non è ancora chiaro il criterio che stanno adottando, ma è su base volontaria. Viene fatto partire solo chi vuole andarsene dalla Roraima, non è in atto un ricollocamento coercitivo e al momento gli Stati interessati sono soltanto quelli del Sud Est del Brasile, come San Paolo, che sono i più ricchi.

Come si preannuncia il futuro?
Il Brasile ha dimenticato per troppo tempo la Roraima e, ora che si trova a gestire un'emergenza nuova, ha difficoltà nonostante i numeri non siano allarmanti. Non erano molti i migranti che dormivano per strada, solo una piccola percentuale. Il futuro dipenderà dalle scelte del governo centrale a dalla capacità organizzativa dell'esercito di gestire l'emergenza.

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