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29 Settembre Set 2018 1200 29 settembre 2018

Il racconto delle battaglie di Tripoli: «La Libia è perduta da 4 anni»

Mai scontri così lunghi e diffusi. E una crisi peggiore di quelle del 2011 e del 2014. Tra Isis, file ai bancomat e fughe dal Paese. La scrittrice Nadia Ramadan a L43: «Forse è tardi per salvare il futuro».

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Nadia Ramadan.

Più di 110 morti e 440 feriti in un mese, soltanto nella capitale, sono più di un fallimento per l’inesistente governo libico di unità nazionale di Fayyez al Serraj. A Tripoli si inizia a pensare che le battaglie tra milizie, infuriate per giorni in diversi quartieri dalla fine di agosto, siano come le rivolte contro Muammar Gheddafi nel 2011 e gli assalti del golpe islamista nella capitale del 2014 messi insieme: cioè peggio di entrambi. «La crisi», racconta a Lettera43.it la giovane scrittrice tripolina Nadia Ramadan, molto attiva sui social media, «potrebbe non avere soluzione futura, temo sia troppo tardi per ricomporla».

NODI IRRISOLTI, CLIMA INCANDESCENTE

Gli ultimi 15 morti dimostrano che la pax armata raggiunta tra le milizie grazie all’ennesima mediazione dell’Onu e di diverse cancellerie straniere è una foglia di fico. I problemi - dal cartello mafioso-criminale che controlla i business e la politica della capitale alla grande diffusione delle armi, non ultimo alle forti influenze esterne - restano tutti sul tavolo. «Si è combattuto pesamente per giorni in parecchie zone di Tripoli, non solo a Sud», spiega Ramadan, «e le battaglie possono riesploderre per un nonnulla». Vivere a Tripoli è sempre più difficile, alcuni residenti stati evacuati e chi non resiste alle privazioni lascia la Libia come i migranti.

DOMANDA. La parte meridionale di Tripoli è la più coinvolta negli scontri: ancora 15 morti il 21 settembre. Ma anche l’aeroporto Mitiga, a Nord-Est, è stato bersagliato da razzi. Quanto si sono propagati i combattimenti tra milizie nella capitale?
RISPOSTA. Sono iniziati nei quartieri a Sud, la zona più colpita specialmente lungo la strada del vecchio aeroporto. Poi si sono estesi a tutta Tripoli. Dove abito io, nella parte Est di Tajoura, se ne è sentito il rumore per giorni. I colpi di artiglieria sono continuati a cadere in molte zone della città, incluso l’attuale aeroporto Mitiga e le aree di Abu Saleem e di Hai al Andalus.

Al Andalus è l’area residenziale della Tripoli bene. C’erano mai state battaglie così diffuse in città, anche durante le rivolte del 2011 e durante gli assalti all’aeroporto e al parlamento e ai ministeri del 2014? Ed è vero che i residenti pensano di lasciare le loro case e che alcuni l’hanno già fatto?
Scontri a fuoco tra milizie c’erano stati in altre occasioni, soprattutto dal 2014 in poi. Già allora alcuni residenti furono evacuati. Ma non erano mai durati così a lungo come questa estate, al massimo una settimana o poco più. Stavolta invece si ha la sensazione di trovarsi in un periodo che è la combinazione delle rivolte del 2011 e delle battaglie del 2014.

Non si intravedono soluzioni a breve termine, anzi la situazione va continuamente peggiorando. Quanto è dura la vita a Tripoli? Come è possibile lavorare con l’elettricità che a volte manca ormai anche per 8-9 ore al giorno?
In queste settimane le milizie che tengono in ostaggio Tripoli si combattono per il controllo di una banca, di un aeroporto, per qualche ucciso per sbaglio o anche per ragioni minori e inspiegabili. Vivere e lavorare è diventato molto difficile per la maggioranza di noi libici. Oltre a non avere elettricità, internet è debole, i prezzi sono alti e le banche non hanno liquidità.

Fate la fila ai bancomat da oltre due anni: il governo al Serraj che doveva essere di unità nazionale si è insediato nel 2016 senza risolvere nulla, anzi aggravando. Ma prima eravate abituati a queste privazioni? Come si reagisce al progressivo impoverimento?
Questo è uno dei periodi in assoluto più difficili per i libici, soprattutto nel Sud che è ancora più fuori controllo di Tripoli. Tra noi c’è chi si sforza di trarre, ogni giorno che passa, il meglio dal peggio e chi invece trova un modo per lasciare il Paese.

In Libia tutte le notizie legate all'Isis sono pilotate dalla politica, è impossibile farsi un'idea

Fayez al Serraj.

Saranno tutti infuriati con il governo di al Serraj. In alternativa ripongono fiducia nella Settima brigata e nelle altre frange di milizie unite all’offensiva e venute, a loro dire, “per liberare Tripoli dai corrotti”?
Tra la gente c’è un misto di speranza e disillusione. Una parte vuole sperare che le forze venute ad attaccare Tripoli da fuori siano buone e portino un cambiamento. Un’altra ha capito che si tratta, ancora una volta, di milizie arrivate per servire i propri interessi.

È vero, come hanno ricostruito gli analisti esperti di Libia, che al momento Tripoli è in mano a un potente cartello mafioso-criminale di quattro milizie?
Quanti siano esattamente i gruppi armati è quello che tutti vorrebbero sapere qua in Libia. Purtroppo invece spesso conosciamo soltanto i nomi dei capi dei gruppi. Io ho l’impressione che in gioco ci siano molte più di quattro milizie.

E dell’Isis cosa sapete? L’attentato del 10 settembre che ha rivendicato contro la Compagnia nazionale del petrolio (Noc) - l’unico mai compiuto contro la sede centrale di Tripoli - puntava a destabilizzare quel poco che rimane unito in Libia. Il petrolio è il collante delle milizie, tutte vivono dei suoi introiti.
I report dicono che l’Isis è contro le forze speciali Rada del governo Serraj e nel comunicato dell’attacco l’Isis afferma di voler distruggere il Noc, proprio perché unica fonte di reddito dei gruppi armati. Ma il punto è che in Libia tutte le notizie legate all’Isis sono pilotate dalla politica, noi cittadini non riusciamo a farci un’idea.

Anche il Movimento dei giovani libici sceso in piazza a protestare per gli scontri armati e la crisi stagnante è sbucato fuori come dal nulla nelle ultime settimane.
Io stessa ne sono rimasta sorpresa.

La Libia può essere ancora salvata? Che prospettive nutre per il futuro?
Per me la Libia è perduta da quattro anni. Prima delle battaglie del 2014, i gruppi armati non erano ancora così frammentati e forse le elezioni avrebbero potuto essere rispettate. Oggi non sono sicura che questo disastro si possa più risolvere, temo sia troppo tardi.

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