Guerra Siria Rojava Raqqa intervista Locatelli
Interviste
14 Ottobre Ott 2018 1900 14 ottobre 2018

La liberazione di Raqqa vissuta dall'ex combattente Locatelli

Un anno fa la resa dei jihadisti dell'Isis nella città siriana, grazie alle forze guidate dai curdi. Tra loro c'erano anche quattro italiani. A L43 uno di loro ha raccontato la sua storia.

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Partigiano lo è sempre stato. Rientrato dalla liberazione di Raqqa come combattente nelle brigate socialiste curde (Ypg) dei territori autonomi della Rojava, il giornalista e attivista Claudio Locatelli ha ripreso la sua opera di informazione e militanza. Ai convegni in Europa spiega cos'è la psicologia del terrore dell'Isis e perché non è affatto morta. È in partenza per degli incontri in Catalogna e ovunque ci sarà una popolazione oppressa o in pericolo, come già in Palestina e tra i terremotati italiani, agirà. «Il libro sui sette mesi e mezzo trascorsi in Siria è uno strumento», spiega a Lettera43.it, «l'impegno non si è esaurito al campo di battaglia. Dal 26 al 28 ottobre terrò in corso a Padova, anche per giornalisti, per operare in zone di conflitto».

Fino a 30 anni Locatelli, ci tiene a ribadirlo nel libro scritto a quattro mani con Alberto Marzocchi, mai avrebbe pensato di imbracciare un kalashnikov

Fino a 30 anni Locatelli, ci tiene a ribadirlo in Nessuna resa (Piemme, 2018) scritto a quattro mani con Alberto Marzocchi, mai avrebbe pensato di imbracciare un kalashnikov, l'extrema ratio, ma infine «siamo giunti a questo», racconta. In Siria «la parola, in ultima analisi, era fallita» e la guerra al male è «necessaria, persino doverosa se l'alternativa è la morte», spiega heval Ulisse, compagno Ulisse, il suo ex nome di battaglia: «Era necessario rinunciare al cinema, alla birra con gli amici, a una cena al ristorante, perché anche in tutti i Paesi ragazzi e ragazze potessero fare la stessa cosa».

Claudio Locatelli durante la riconquista di Raqqa.

DOMANDA. È stato disposto a morire per gli ideali di libertà, uguaglianza e solidarietà. In Occidente ormai un coraggio raro. Eppure nel battaglione internazionale delle Ypg ha trovato altri italiani, tra gli europei, e americani. Alcuni di loro hanno perso la vita. Se li aspettava tutti questi volontari disposti al sacrificio?
RISPOSTA. Mi risulta che dal 2015 ci siano stati quattro italiani nelle unità Ypg. Sì, si è sempre un po' stupiti a incontrarli in quel contesto, ma presi su scala nazionale sono pochi. Entrare nella resistenza curdo-siriana significa anche continuare a combattere per il progetto di confederalismo democratico della Rojava, la nostra formazione non è solo militare ma culturale. E mi ha sorpreso, una volta lì, che diversi stranieri non fossero mossi da questa coscienza politica.

Ma allora perché si erano arruolati tra i curdi? Le Ypg non pagano, al contrario di altri eserciti e gruppi armati in Siria.
Solo il volo di ritorno è rimborsato, non esistono mercenari nelle Ypg e, per i controlli e il modus operandi, è improbabile anche che ci siano infiltrati delle intelligence straniere. Diversi occidentali si erano uniti non per fare i contractor, io stesso non avrei mai accettato di combattere al fianco di mercenari. Semplicemente volevano rendersi utili, fare qualcosa in concreto contro i terroristi che uccidevano innocenti negli attentati e tra le minoranze perseguitate come gli yadizi.

A proposito di terrorismo, nel libro e nei dibattiti non smette mai di ripetere come la minaccia non fosse confinata alle terre occupate e poi liberate. Ma è piuttosto una «mentalità», «l'espressione di un pensiero violento ed egoista» che riemerge sotto bandiere diverse. Cosa vede dietro l'etichetta dell'Isis?
Per me l'Isis ha la stessa mentalità del terrore sfociata in Italia nella strage tentata a Macerata da Luca Traini o nel gesto di chi scaglia sassi dai cavalcavia. È la storia che si ripete, qualcosa di molto più diffuso e contagioso di una realtà localizzata negli ex territori dell'Isis. È un modo di pensare, si riflette anche nel criminalizzare una donna - succede anche in Italia - perché troppo poco vestita: per me è questa la chiave di lettura dell'Isis.

Alla fine è la banalità del male del nazismo, sfogare la violenza su capri espiatori. Perché stavolta il mostro si è manifestato in Iraq e in Siria?
In realtà, l'Isis dall'Iraq e dalla Siria ha attecchito velocemente anche in Nigeria, tra gli affiliati di Boko Haram, in Libia e in diversi altri Stati con cellule, in Europa e tra i circa 40 mila combattenti stranieri che si stimano confluiti tra i jihadisti. Le condizioni perché il fenomeno riemergesse in quella regione sono state create dall'invasione americana dell'Iraq nel 2003.

Isis e al Nusra sono due facce della stessa medaglia. Derivano dallo stesso nucleo di al Qaeda e non sono diversi per atrocità

Il tatuaggio dopo uno degli attentati terroristi a Londra del 2017, "battaglia, solidarietà, passione".

Nelle battaglie per la liberazione di Tabqa e poi di Raqqa ha potuto toccare con mano l'esistenza anche di altri gruppi jihadisti: è vero che al Nusra, il maggiore tra loro, per violenza e barbarie non è così diverso dall'Isis?
L'Isis non è sbucato dal nulla, prima era Isi e prima ancora al Qaeda in Iraq di Abu Musab al Zarqawi. È quello il nucleo sia di al Nusra sia dell'Isis, che si sono separati e poi fronteggiati in Siria dove, con la guerra, avevano trovato uno spazio d'espansione dall'Iraq. L'elettorato, per così dire, sparso di al Qaeda non può operare in modo molto diverso, se la matrice è la stessa: non cambia nulla se tagli la testa o se prima tagli un braccio e poi la testa. E oltre ad al Nusra, che adesso si fa chiamare Hayat Tahrir al Sham, nella regione ci sono altri jihadisti e salafiti come Ahrar al Sham, Liwa al Islam...

Dal marzo all'ottobre del 2017 ha combattuto in Siria non solo per la questione curda, ma contro l'Isis e per i valori della Rojava, opposti a quelli dell'Isis ma anche lontani, per laicismo e per costumi, dai movimenti islamisti alla guida delle Primavere arabe. Pensa che questo programma sia condivisibile dalle altre popolazioni della regione mediorientale, oltre che dai curdi?
I partiti religosi islamici sono emersi vincitori alle prove elettorali dopo le Primavere arabe, come la Democrazia cristiana in Italia nel Secondo dopoguerra. E tuttavia nella Rojava convivono anche la minoranza religiosa degli yazidi e poi i cristiani, oltre ai musulmani. Ci sono curdi, arabi e turcomanni. Il processo è avviato e sta funzionando. Viene portato avanti con sacrificio e impegno, perché le difficoltà certo ci sono anche lì, ma il modello confederale e democratico di affrontarle insieme tiene da anni. La stessa offensiva su Raqqa è stata guidata dalle Ypg curde, che erano meglio addestrate, ma il 70% delle forze sul campo erano arabe e islamiche. Più esperte del territorio.

Il progetto socialista della Rojava resta autonomo dalle ingerenze americane. L'alleanza era solo militare per liberare Raqqa

Alla Rojava non sono stati garantiti i territori curdi riconquistati dalle rivolte del 2011, lo si è visto con l'occupazione del cantone di Afrin dei turchi che minacciano anche Kobane. Eppure i curdi-siriani hanno il merito storico di aver liberato Raqqa dall'Isis, mantenendo la promessa di cedere poi la città alla maggioranza araba.
Quanto sarebbe accaduto ad Afrin, per gli interessi contrapposti, era già chiaro nei mesi del mio impegno in Siria. D'altra parte la liberazione di Raqqa del 17 ottobre 2017 fu appoggiata dagli Stati Uniti, ma solo a livello militare: è accaduto come nel 1945, quando Russia, Stati Uniti e le altre potenze europee si unirono per prendere Berlino e sconfiggere il nazismo. Politicamente il progetto socialista della Rojava resta autonomo dalle ingerenze degli Usa e per fortuna. Io stesso non ero andato lì per gli americani.

Sul braccio ha tatuato le parole «battaglia, solidarietà, passione». Valori universali che, scrive, «superano i confini del tempo e quelli dello spazio». Puo riconoscersi nel significato più alto e spirituale del jihad, lo sforzo estremo dei musulmani verso una causa nobile e per migliorarsi?
Anche la svastica in origine era un simbolo orientale di vita e di infinito, ma poi è diventata l'emblema dell'orrore nazista. Per me ormai vale lo stesso anche per la guerra santa del jihad.

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