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Interviste
26 Ottobre Ott 2018 1300 26 ottobre 2018

Cambridge Analytica e Brexit, le mani della politica su internet

Poteri forti che profilano gli utenti sul web. Con un uso massiccio e deviato dei big data. L'esperto degli algoritmi Vessilin Popov a Lettera43.it: «Vi spiego questa lotta contro Golia».

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Facebook resta sotto torchio dalle autorità dell'Ue anche «in vista delle elezioni europee del 2019» e ha introdotto blocchi per lo screening dei like degli utenti da parte di società o altri enti terzi. Non di meno nuovi algoritmi del Centro psicometrico dell'Università di Cambridge (sì, il centro di eccellenza che una decina di anni fa inventò l'algoritmo di my personality, finito poi nella mani della società privata Cambridge Analytica per profilare consumatori ed elettorato) continuano a essere creati e affinati, anche attraverso l'uso consensuale dei dati dei social network. «Per definire le diverse abilità e atteggiamenti umani, che è lo scopo scientifico e l'unico della nostra disciplina», racconta a Lettera43.it il direttore dello Sviluppo business del Centro psicometrico di Cambridge, Vessilin Popov. All'Internet festival di Pisa 2018 per parlare dell'uso massiccio e deviato dei big data da parte di un «potere tecnologico che è ormai potere politico», Popov spiega che gli «algoritmi sono anonimi, ma le profilazioni dei privati con l'incrocio dei dati a scopo commerciale e politico no». E su Facebook ironizza: «Ci andiamo ancora, ma per noi è molto più difficile».

Il direttore dello Sviluppo business del Centro psicometrico di Cambridge, Vessilin Popov.

DOMANDA. Un anno fa, sempre a Pisa, prima che esplodesse lo scandalo di Cambridge Analityca, illustrava i criteri delle classificazioni, attraverso il database della app my personality. Il suo team ha anche creato una app, gratuita e online - ora bloccata da Facebook - per risalire al tipo di profilo ricavato dai nostri like e dai test in Rete. Promuovere la consapevolezza è encomiabile, ci rende certo meno passivi, ma basta? Voi siete sempre, per così dire, un passo avanti.
RISPOSTA.
Certo che no, non è per niente sufficiente. Ma è anche molto difficile fare qualcosa per bloccare gli abusi. Con l'accumulo e la manipolazione della mole di dati personali è come per la violazione dei diritti umani. Ci sono leggi internazionali, per le quali hanno un mandato esplicito per esempio, le Nazioni unite. Ma le leggi internazionali sono astratte e nessuno finora è davvero riuscito a rafforzarle. E si ha certo diritto a chiedere alle società i termini di utilizzo dei dati e anche di denunciare alle varie autorità per la protezione dei dati le violazioni. Ma poi si ottiene un qualcosa?

È scivoloso per gli Stati, e anche per entità statali sovranazionali come l'Ue, restringere il margine d'azione alle aziende e la libertà di espressione ai cittadini: soprattutto per i dati online, il salto verso la censura è breve.
Non solo, le multe dei garanti nazionali sono irrisorie e per le grandi compagnie vale bene la pena pagarle, di fronte all'alternativa di perdere enormi data base. Questa estate l'Autorità britannica per la protezione dei dati (Ico) ha annunciato una multa di 500 mila sterline per Facebook. Cioè niente: il costo di un data scientist, gli statistici che elaborano i nostri dati, in un anno.

Le sanzioni precedenti dell'Ue a Facebook e anche a Google erano state molto più dure. Oltremanica 500 mila sterline è il massimo per legge, ma l'Authority è stata molto soft anche verso la politica, esprimendo «preoccupazione per i partiti» che acquistano dati personali da intermediari. Perché tanta indulgenza?
Il caso di Cambridge Analytica del 2018 e prima ancora la propaganda della Brexit ha dimostrato come il potere tecnologico delle grandi compagnie sia ormai un potere anche politico. Una commissione elettorale ha appena appurato, in Gran Bretagna, che la campagna per il referendum è stata esercitata in modo illegale nello stanziamento dei budget e anche con provate attività criminali. Non di meno la polizia metropolitana e neanche la politica sono è andate oltre. Il governo non ha agito ed era prevedibile: non è opportuno per i politici riconoscere che la Brexit è stata ottenuta illegalmente.

L'attività di consulenza di Cambridge Analytica (ora chiusa), come di altre società analoghe, non si limitava alla politica del Regno Unito e non era stata fermata neanche altrove. Dalla piega presa, il groviglio è ormai inestricabile?
Di nuovo, è come per i diritti umani. Ci sono vuoti legislativi, che a vari livelli si cerca di colmare ma riuscendoci molto poco. Anche negli Stati con una giurisdizione a riguardo manca la volontà politica di agire, se il prezzo politico da pagare è alto. L'Ue e altre organizzazioni sovranazionali possono intervenire contro i governi e le aziende che violando anche le leggi sulla concorrenza, raccogliendo prove contro i grandi gruppo e, con le sanzioni, finanziare poi start up e altre iniziative per redistribuire le tecnologie colmando la mancanza di scelta. È il percorso giusto da perseguire, anche con gli attivisti, le comunità scientifiche e chi fa politica. Lo stiamo facendo ma è una lotta contro Golia, finora i risultati sono stati scarsi.

La psicometria è una materia multidisciplinare e la nostra comunità è molto ristretta a pochi centri di eccellenza

Il Centro psicometrico di Cambridge è il più avanzato? Esiste qualcosa di simile in Europa o negli Stati Uniti?
Definirci i soli è una parola grossa. Senza dubbio siamo una comunità molto ristretta, anche se sparsa. In Europa si sono affermati un paio di altri centri di eccellenza di psicometria, in Olanda e in Germania. Anche in Italia ci sono alcuni poli di livello molto alto di Psicologia, con dei ricercatori nel nostro ramo. Un altro paio negli Stati Uniti.

Si può dire che con l'informatica e lo screening dei big data la psicologia è diventata una scienza?
Lo è sempre stata e inoltre la psicometria non si è esaurisce nelle tecniche di elaborazione dei dati: fondamentalmente non siamo data scientist, perché alla base della nostra ricerca ci sono le menti e il loro comportamento. In generale gli informatici sono aumentati ovunque e ora sono presenti anche nel campo della psicologia comportamentale, semplicemente per effetto dell'era digitale. Oggi c'è una mole di dati da analizzare in Rete che prima non c'era.

Cos'è esattamente la psicometria?
Ha una storia lunga secoli e la particolarità della nostra comunità sta nella multidisciplinarietà, per questo restiamo sempre pochi. La psicologia si fonde con la filosofia, l'informatica, la statistica, l'ingegneria, la legge, la linguistica... Lo scopo degli psicometri è misurare le diversità di attitudini tra la gente: esistono e sono la bellezza della vita, c'è chi è più organizzato, chi introverso... Usiamo valutazioni per creare meritocrazia.

L'agoritmo di My personality che ha poi permesso la profilazione di milioni di utenti da parte di Cambridge Analytica si basava sul classico test della personalità, dei cinque tipi, incrociato con i like di Facebook. Ed è incredibile come, con poche decine di like, si possa risalire a una descrizione caratteriale e dei nostri gusti più accurata, a detta degli ideatori della app, di quanto non trasmettiamo ad amici e addirittura famigliari.
L'accuratezza sta nella classificazione in tipi di mente, non nella profilazione individuale. Nelle nostre predizioni non ci interessano le singole identità, per loro natura gli algoritmi sono astrazioni dai dati personali. Nomi e cognomi non ci servono, al contrario delle società di marketing che li conservano e poi li usano. Il Centro psicometrico di Cambridge non ha mai scannarizzato nessun utente di internet.

I profili servono alle società private che poi incrociano gli algoritmi delle personalità con altri dati disponibili, per intercettare consumatori e manipolarli. È possibile sfuggire a questo screening usando, per esempio, false identità su Facebook e su altri social network?
In realtà anche per il marketing e la pubblicità contano più gli orientamenti espressi in Rete che non i nomi e cognomi in sé. Se poi, per esempio, si è impostato l'account di un social network sul computer di casa, basta il suo numero Id per essere localizzati e individuati nelle vere identità. Ai nomi e cognomi, le società di consulenza risalgono anche dalle liste elettorali.

Il data mining, l'estrazione di dati incrociati, si fa da anni nel marketing per fini sia commerciali sia elettorali. Facebook, a causa degli scandali se non altro per mancati controlli, ha disposto dei blocchi. Voi riuscite ancora a raccogliere dati per gli algoritmi sulla piattaforma di Zuckerberg o vi siete fermati?
No, continuiamo a creare e perfezionare algoritmi ma per noi è molto più difficile di prima, oltre che sbagliato. Facebook non vuole far sapere alla gente cosa sa dei dati che possiede e come li usa. Noi dicevamo da diversi anni al mondo quanto accadeva con le informazioni degli account. Le nostre ricerche proseguono perché chi è su Facebook può scegliere personalmente di condividere o meno i like e i post con il Centro psicometrico, il consenso è dato nei contratti con i partecipanti alle ricerche.

Con il flusso di internet anche il giornalismo, soprattutto quello online, si è piegato al marketing. Per avere ricavi spesso indispensabili, si inseguono i Google trend, riportando non ciò che è più importante come notizia, ma ciò che è più seguito. Anche questa, in fondo, è profilare lettori: che ne è dell'informazione come servizio pubblico?
Ne ho discusso anche con altri giornalisti nel mondo e in effetti le dinamiche dell'online e le leggi del mercato vi spingono ad agire come addetti al marketing. La questione dell'integrità dell'informazione non è mai stata attuale come di questi tempi, non risparmia neanche istituzioni del giornalismo come la Bbc. Per i britannici una fonte da sempre autorevole, tradizionalmente molto affidabile e solitamente neutrale. Eppure non ha coperto la notizia delle illegalità commesse per il referendum sulla Brexit.

Allora è vero che il medium è sempre più il messaggio, per tutti?
Da un giorno all'altro la Bbc ha perso credibilità, quando ci sono crisi l'opinione pubblica va ancora a informarsi su fonti credibili o ritenute tali e se non trova le infomazioni è delusa. Nel complesso quindi credo che il messaggio resti più importante del mezzo che si trasmette l'informazione. Il contenuto pesa ancora di più.

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