abusi infantili conseguenze

Otto cose da sapere sulle vittime di abusi infantili

Molte reazioni social a Leaving Neverland di Dan Reed hanno mostrano pregiudizi, ignoranza e luoghi comuni verso le presunte vittime di Michael Jackson. Lo spiega la neuropsichiatra Malacrea.

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Leaving Neverland non è stato un successo, si è fermato al 2% di share e a 469 mila spettatori, non ci ha dato certezze, prove nuove e inconfutabili, elementi per giudicare ex post il re del pop Michael Jackson. Quattro ore di testimonianze senza contraddittorio non possono sostituirsi o cancellare anni di indagini e due processi.

Eppure il film di Dan Reed una risposta l'ha data: ci ha confermato che siamo lontanissimi da un riconoscimento consapevole del ruolo della vittima e delle dinamiche che possono muovere le sue azioni. Mettiamo in dubbio le parole di chi sostiene di aver subito abusi e lo facciamo con argomentazioni che denotano una scarsa conoscenza del tema, siamo abituati a ragionare in termini di bianco e nero e non conosciamo scale di grigi. Così su Twitter, nelle ore in cui il documentario andava in onda sul Nove, i fan di Jackson demolivano un pezzo alla volta la credibilità di Wade Robson e James Safechuck. Sì, una persona che ha subito violenze sessuali da bambino può negare con fermezza tutto davanti a una madre che glielo chiede esplicitamente, portare avanti per anni una vita normale, prendere le difese del suo abusante, mettere su famiglia e avere dei figli.

Tra i bambini abusati, quelli che si sono rivolti a istituzioni che potevano fare qualcosa sono appena il 5%

Marinella Malacrea, neuropsichiatra infantile.

«Non c'è niente di inverosimile in tutto questo», spiega a Lettera43.it Marinella Malacrea, neuropsichiatra infantile responsabile diagnosi e terapia nel Centro Tiama (Tutela Infanzia e Adolescenza Maltrattata) di Milano, autrice di libri come Bambini abusati, Linee guida nel dibattito internazionale e Curare i bambini abusati. «Si tratta di fenomeni impensabili, è l'incredulità stessa, il rifiuto, che genera i luoghi comuni», ha aggiunto, «si parla di bomba a orologeria. Ho curato parecchi bambini abusati, alcuni, dimessi a 12 anni, sono tornati quando ne avevano 16 dicendo di non ricordare bene o di dubitare anche di ciò che hanno rivelato in epoca infantile ed era documentato in atti giudiziari. In un caso particolarmente eclatante l'abusante aveva confessato, ma l'abusato aveva dubbi».

Marinella Malacrea, neuropsichiatra infantile.

Si può dimenticare e negare, restare in silenzio per anni: «Le statistiche dicono che un terzo di chi ha subito questo tipo di abusi non ne ha mai parlato con nessuno e l'ha rivelato solo sotto anonimato, gli altri due terzi ne hanno parlato con qualcuno: fidanzati, marito, moglie, il prete. Tutte persone che però non avevano voce in capitolo, quelli che si sono rivolti a istituzioni che potevano fare qualcosa sono appena il 5%. Stupefacente che ci stupiamo che questi siano fenomeni che rimangono segreti. Nelle testimonianze di Safechuck e Robson non c'è niente che esuli dall'abitualissimo cliché delle azioni dell'abusante e delle vittime infantili». Con lei abbiamo provato ad analizzare alcuni dei commenti più critici apparsi su Twitter.

1- NON SEMPRE SI ODIA IL PROPRIO MOLESTATORE

«Gli abusi sessuali infantili non sono stupri, se non in una piccolissima parte di casi, ma sono seduzioni. Creano legami molto forti ai quali viene sacrificato tutto il resto. Legami che durano anni, anche rischiando dolore fisico. Nella maggior parte dei casi le molestie avvengono in contesti vicini al bambino, e gli abusanti possono essere insegnanti, istruttori di discipline sportive, il cugino più grande, l'amico di famiglia più grande, e molte volte sono familiari stessi. Il bambino è dipendente da quel legame, e questo passa avanti a qualsiasi altra considerazione. Se poi il cosiddetto molestatore fa di tutto, sapientemente, per non fare del male e conquistare il bambino, ripagando queste prestazioni con affetto, per forza le vittime possono stare per molti anni vicini ai loro abusanti».

2- SI PUÒ ESSERE GELOSI QUANDO SI È SOSTITUITI DA ALTRE VITTIME

«Può succedere che un bambino molestato provi sentimenti di gelosia se un altro subentra al suo posto. Si tratta di un sentimento che si basa sempre sulla questione del legame affettivo speciale, molto enfatizzato dall'abusante, che convince il minore che in ciò che sta accadendo non ci sia niente di male. Fa parte delle abituali tecniche degli abusanti. In alcune interviste, pedofili condannati che avevano fatto mea culpa avevano ammesso una serie di tecniche che usavano per adescare i bambini e mantenerli legati a loro. I bambini hanno il 'difetto' di fidarsi degli adulti».

3- IL LEGAME TRA ABUSATO E ABUSANTE PUÒ DURARE PER DECENNI

«Non è una cosa rara nemmeno l'illusione della vittima di avere un rapporto speciale con chi ne abusa e che questa sia una persona speciale. A volte, al di là di questi aspetti altamente patologici, l'abusante ne ha effettivamente altri invece fortemente apprezzabili. Nel caso di Michael Jackson è subentrato anche il desiderio di notorietà e di fare un certo tipo di carriera che ha accecato chi avrebbe dovuto proteggere quei bambini. Anche la minaccia e la creazione del senso di colpa è tipica, ma il 90% è seduzione, vicinanza, giocosità».

4- IL PEDOFILO 'COSTRUISCE' LE SUE VITTIME SU MISURA

«Quando si crea un legame affettivo l'abusato è portato a volere che all'abusante non accada nulla di male. Le cose sarebbero andate lisce senza che ci fosse nessuna denuncia da parte di Robson, ma le accuse arrivate da un'altra vittima hanno fatto sì che Robson venisse ripescato come testimone della difesa. Si tratta di una strategia esplicita che fa leva sul grande legame e sull'aspetto seduttivo e luccicante. La vittima, che ha sviluppato quel tipo di affetto con l'abusante e da questo era stata dimenticata, sente di essere ritornata importante, utile, amata di nuovo. Queste dinamiche sono spiegate bene dalla ruota della tela del ragno descritta da Perrone e Nannini nel libro Violence et abus sexuels dans la famille: c'è un rapporto di emprise dell'abusante nei confronti della vittima. È l'abusante che costruisce la vittima sulla sua misura».

5- LA VERGOGNA È LA GABBIA IN CUI I MOLESTATI RESTANO PRIGIONIERI

«Quello che maggiormente caratterizza le lunghe interviste di Leaving Neverland è l'altissimo senso di vergogna. Si vergognavano di esserci cascati, di avere amato Jackson così tanto, di essersi fatti sedurre, di avere dei punti deboli sui quali l'abusante ha potuto fare leva. Il senso di disistima di sé viene fuori in maniera enorme, il vissuto di colpa è tipico e tappa la bocca ancora più delle minacce e delle richieste dell'abusante. Ci si sente responsabile di non aver reagito nella maniera giusta, come se un bambino di 7 anni potesse reagire nella maniera giusta».

6- SI PUÒ RICORDARE OGNI SINGOLO MOMENTO DI UN ABUSO

«Della memoria, dei suoi meccanismi, della sua deformazione, ho parlato in un libro scritto nel 2002 con una collega, Bambini abusati, linee guida nel dibattito internazionale. Revisioni e aggiornamenti successivi sono stati pubblicati sul sito del Cismai (Coordinamento italiano servizi maltrattamento dell'infanzia, ndr). Si dice che la memoria sia una curva gaussiana, che ci siano delle parti in cui è debole se legata a eventi che si imprimono poco, ma che si rafforzi quanto più questi eventi diventano speciali e carichi emotivamente. Quando diventano eccessivamente carichi e traumatici si può assistere a dei processi dissociativi. Ciò che raccontano Robson e Safechuck è coerente con la tipica progressione dell'abusante: l'erotizzazione della vittima, la seduzione, una crescita degli atti dai meno intrusivi ai più intrusivi secondo i normalissimi cliché».

7- SI PUÒ PIANGERE LA MORTE DEL PROPRIO STUPRATORE

«Anche in clinica si vede che si possono instaurare dei legami che rimangono a lungo. In questo caso specifico, poi, la morte di Michael Jackson è avvenuta prima della brusca presa di coscienza che ha determinato il coming out successivo. Prima questa consapevolezza non c'era, anche se loro erano cresciuti, c'era l'idea di un rapporto molto speciale, molto paritario, perché Jackson faceva in modo di creare questa illusione, si mostrava come un bambino in mezzo ai bambini. Non si possono giudicare le reazioni se stanno all'interno di questa non consapevolezza che sei stato abusato».

8 - DIVENTARE GENITORI PUÒ CAMBIARE LE PROSPETTIVE DEGLI ABUSATI

«Tutto ciò è molto coerente con quello che avviene quando si conoscono le vittime come pazienti. Nel momento in cui diventano loro stessi 'protettori' di bambini e il figlio arriva alla stessa età in cui sono cominciati gli abusi, improvvisamente è come se nella mente si aprisse un clic che fa vedere l'assurdità della situazione che loro hanno vissuto e quanto sia stato il frutto di una sapiente manipolazione da parte dell'abusante. Ci si chiede: “Che cosa penserei se qualcuno facesse a lui quello che è stato fatto a me?". Nel momento in cui si ha un figlio i veli cadono dagli occhi».

25 Marzo Mar 2019 1700 25 marzo 2019
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