Enrico Mentana Figlio Stefano Giornale
9 Luglio Lug 2018 1547 09 luglio 2018

Il giornale di Mentana visto dal figlio Stefano

Una speranza per le giovani penne. Ma con ancora tanti nodi da sciogliere. «L'idea di mio padre? L'ho scoperta aprendo Facebook. Ma se vorrà potrò dargli dei consigli», dice uno dei fondatori di Tpi.

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Sono già migliaia i curriculum piovuti sulla scrivania di Enrico Mentana, a soli due giorni dall'annuncio a mezzo Facebook del direttore del TgLa7 di voler promuovere la nascita di «un quotidiano digitale fatto da giovani regolarmente contrattualizzati». Un'iniziativa che ha immediatamente riscosso gli entusiasmi di legioni di giornalisti precari, che nel post di Mentana hanno intravisto uno spiraglio di luce in fondo al tunnel di una professione dai cordoni sempre più stretti.

CURRICULUM INVIATI ANCHE AL FIGLIO

Talmente tanti, i cv inviati, da raggiungere anche il desk di Stefano, 31enne figlio di Enrico e nipote di Franco, storico inviato de La Gazzetta dello Sport. Da anni al lavoro per il sito The Post Internazionale e il cui identikit, tutto sommato, non si discosta molto da quello verso il quale si rivolge il 'reclutamento' del padre. «In molti mi hanno scritto, ma non so come essere d'aiuto», dice Stefano Mentana a L43. «È ancora presto per capire se questo progetto andrà a buon fine».

DOMANDA. L'iniziativa di suo padre ha riscosso un successo forse persino superiore alle attese. Se l'aspettava?
RISPOSTA. Non può che farmi piacere, da giovane giornalista, che finalmente qualcuno faccia qualcosa di concreto per rispondere alle enormi difficoltà che chi intraprende questa professione incontra per entrare nelle redazioni.

D. Ha avuto qualche ruolo nella genesi di questa idea?
R. In realtà no. Parlo spesso con mio padre del nostro lavoro, ma ho appreso della suà volontà di fare un giornale leggendo il suo post su Facebook. Esattamente come voi.

D. Non ne avete discusso neppure dopo?
R. Non in maniera approfondita, ma se vorrà potrò dargli qualche consiglio. In fondo, sono un giovane giornalista che da 10 anni lavora nel digitale (ride, ndr). Per ora so solo che è stato sommeso dai curriculum

D. Crede che possa funzionare?
R. Mio padre è uomo di parola e quindi farà di tutto per portare a compimento la sua idea. Certo il suo il nome lo aiuterà a trovare sostegno e una buona concessionaria pubblicitaria, ma non possiamo sapere se, come ha detto anche lui, diventerà profittevole.

D. Detto fuori dai denti, quanto il suo cognome l'ha favorita e quanto le è pesato nel lavoro?
R. Sinceramente, per quanto qualcuno possa credere il contrario, al giornalismo sono arrivato per caso. Avevo poco pù di 22 anni quando, nel 2010, con Giulio Gambino abbiamo messo in piedi The Post Internazionale, che allora era poco più che un blog. Oggi ho un contratto stabile, ma nel frattempo ho fatto la mia gavetta, portando avanti diverse collaborazioni negli anni. Mio padre, insomma, c'entra ben poco.

D. Tanti pensano che questo mestiere passi ancora troppo spesso dalle raccomandazioni.
R. Non posso escluderlo, ma nemmeno si può pensare che tutti i figli dei giornalisti abbiano la strada spianata. Per esempio mio padre non ha fatto altro che darmi consigli. In ogni caso, lavorando sul web e lui in tivù non ho mai sofferto né beneficiato troppo dell''essere figlio di'.

D. Dalla lettura del suo 'manifesto' sembra che Enrico Mentana abbia ben chiare le attuali barriere all'ingresso che molti altri giornalisti della sua generazione sembrano non conoscere. L'ha mai spinta a lasciare questo mestiere?
R.
No, non lo ha mai fatto, pur avendo chiaro che la strada per un aspirante giornalista oggi è più irta che in passato. Condividiamo le stesse preoccupazioni, ma prima ancora la stessa passione. Che era anche quella di mio nonno.

D. E i suoi colleghi come l'hanno presa? Unanime entusiasmo o qualche voce fuori dal coro?
R. Devo dire la verità, non ho sentito critiche e nemmeno troppo disincanto. Forse si sentiva davvero il bisogno che qualcuno mettesse in campo un progetto nuovo. Staremo a vedere se funzionerà.

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