Dario Corallo Pd congresso
IL DIBATTITO
12 Ottobre Ott 2018 1507 12 ottobre 2018

Dario Corallo risponde a Peppino Caldarola sul futuro del Pd

La lettera del candidato al congresso dem: «Non siamo ragazzi maleducati, ma ragazzi che si sono stancati della crassa banalità e della stupidità della nostra classe dirigente».

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Caro Caldarola,

ti scrivo per rispondere a un tuo articolo uscito l'altro giorno nel quale chiedi un congresso «vero» invece che la solita tiritera sulle facce. Innanzi tutto perdona se ti do del tu, ma in sezione mi insegnarono che tra compagni si fa così. Se a questo aggiungi che sono romano, capirai che il Lei non lo uso quasi mai. Credo che nell'elenco che fai all'inizio dell'articolo, io sia incluso in quel «ragazzi maleducati» e sinceramente mi dispiace. Il punto che cogli circa la nauseabonda campagna fatta di nomi senza analisi ha due diverse origini. La prima è quella della pochezza di una classe dirigente che non analizza la situazione Italiana e globale per un semplice motivo: non è interessata a farlo. Come è facile vedere anche in queste ultime ore, i giochini sono sempre gli stessi: i renziani che in un momento di difficoltà tirano indietro il leader, fanno scudo e lanciano nomi per creare caos (l'ultimo è Marco Minniti), Francesco Boccia che cerca di reinventarsi, Cesare Damiano che lancia una mezza-candidatura sperando che Nicola Zingaretti lo raccolga, Matteo Richetti che si lancia prima di essere bruciato e infine lui, il presidente del Lazio, reduce da una vittoria di fortuna dovuta a un sostanziale suicidio delle destre. Tutti questi parlano di singole proposte e non offrono una linea realmente alternativa.

Il secondo punto, del quale però non parli, riguarda il modo da parte di un pezzo della stampa di seguire questa vicenda. Provo a raccontarti la mia esperienza che credo sia emblematica. Sin dalla fondazione del Pd, io continuo a chiedere in ogni occasione possibile se l'aggettivo «democratico» stia a rappresentare un aggettivo di linea politica (ovvero il partito che cerca di promuovere la democrazia allargando la partecipazione alla vita politica del Paese) o di metodo (ovvero il partito le cui cariche interne sono elette democraticamente). Questo è un nodo mai sciolto e sulla cui ambiguità molte persone hanno costruito una carriera, a partire dal suo fondatore.
Dopo anni di ragionamenti con alcuni compagni siamo arrivati alla conclusione che il Pd, con il suo nome, non portava nessuno dei due significati di cui parlavo prima, ma era semplicemente uno scimmiottamento farsesco del Partito democratico americano o, come spesso mi ritrovo a dire, una “Veltronata”.

Caro Caldarola, il problema è che non siamo ragazzi maleducati, ma ragazzi che si sono stancati della crassa banalità e della stupidità della nostra classe dirigente

Con questi compagni abbiamo pensato che invece proprio il restringimento del campo democratico e della partecipazione sia una delle cifre del presente e che benché il Partito democratico non sia mai nato, questo non vuol dire che non ci sia bisogno di un partito che promuova la democrazia e la partecipazione. Dico questo perché siamo convinti del fatto che l'essere cittadini non possa ridursi a mettere una croce ogni cinque anni su un foglio di carta. Siamo convinti che alla visione del mondo della Lega non possiamo rispondere con la subalternità di chi dice «l'immigrazione è diminuita grazie a noi», ma che invece una forza di sinistra come il Partito democratico abbia il dovere di rilanciare sul tema e porsi come soggetto che organizza e rappresenta anche gli immigrati. Questo perché c'è un altro grandissimo nodo: in Italia abbiamo 5 milioni di persone che lavorano, pagano le tasse, ma non hanno diritto di voto. Questi sono proprio gli immigrati.

Siamo convinti serva ricostruire la democrazia di questo Paese attraverso una legge di attuazione dell'articolo 49 che comprenda anche un finanziamento pubblico e che il pericolo più grande per l'Italia sia il senso di disgregazione del tessuto sociale dovuto a una mancata interazione tra classi e gruppi diversi. Siamo convinti che la destra la si sconfigga rafforzando la partecipazione. Naif? Non credo. Il punto di cui però parlavo prima è che di queste cose non ci è dato di parlare. Negli ultimi giorni mi hanno chiamato molti giornalisti, mi hanno fatto molte domande e mi sono accorto che (tranne in alcuni casi) nel momento in cui ho cercato di parlare di questi argomenti, l'intervistatore di turno mi diceva «vabbè, ma preferisci Renzi o Bersani? Minniti o Richetti?». E se, come ho fatto, si risponde dicendo «non è quello il punto», dall'altra parte arriva un «dai, dammi un po' di ciccia». Questo credo avvenga perché molti giornali hanno pensato che rendendo più semplice “la trama” e ammiccando a una visione della politica come se fosse un reality avrebbero venduto di più. In una parola, hanno rinunciato alla complessità.

La nostra candidatura (parlo di nostra non perché io abbia un ego particolarmente smisurato, ma perché veramente siamo un gruppo che cerca di lavorare sempre insieme) si infila proprio nel solco della riscoperta della complessità del mondo, delle sue sfaccettature e delle sue metamorfosi. Siamo convinti che per fare questo serva riazzerare il partito e rifondarlo non per giovanilismo, ma perché è una macchina che così non funziona. Non abbiamo un centro studi, non abbiamo uno strumento che permetta di conoscere la discussione che avviene nelle sezioni, non abbiamo neanche una scuola di formazione. Vogliamo riscrivere lo statuto per modificare anche le primarie e per capire come debba essere strutturato un partito che possa porsi come soggetto ricostituente del Paese e di un'Europa che va salvata da se stessa. La logica banale e banalizzante del “populisti contro responsabili” va combattuta perché banalmente non è reale. Non è reale perché buona parte delle sinistre europee che promuovono questa visione altro non sono (sebbene non lo ammetteranno mai) che populisti di sinistra, affatto diversi dai loro avversari. Per farlo, quindi, è necessario che una classe dirigente che si è misurata con il governo del Paese negli ultimi 20 anni, si levi di torno. Perché se i poveri sono saliti sopra quota 5 milioni, la colpa non può essere di chi governa da 4 mesi. Se alla caduta del governo Berlusconi la sinistra abdica alla propria funzione preferendo soluzioni “tecniche” facendo finta di non sapere che non esiste il “non-politico”, poi arriva alle elezioni e perde. Perché è stucchevole che la cifra dell'attuale classe dirigente sia lo stupore (o il finto stupore) davanti a ogni sconfitta. Caro Caldarola, il problema è che non siamo ragazzi maleducati, ma ragazzi che si sono stancati della crassa banalità e della stupidità della nostra classe dirigente.

Un abbraccio,
Dario

LA RISPOSTA DI PEPPINO CALDAROLA

Caro Dario,

ovviamente ci diamo del “tu”, non so immaginarmi una situazione in cui fra compagni ci si dia del “lei” o peggio del “voi”, che io ho usato con i vecchi quando ero giovane. Ricordo il mio stupore nelle mie prime telefonate al Pd quando le segretarie mi davano del “lei”. C’era da insospettirsi subito. Ho parlato di giovani maleducati e fra questi forse ci sei anche tu. I giovani devono essere maleducati. Noi lo fummo contro la classe dirigente anche del partito, il Pci, in cui militavamo e che aveva come leader personaggi di spessore eccezionale. Il mio riferimento alla mala-education si rivolgeva a quel modo di trattare la politica come una continua rottamazione, ma capisco dalle tue parole che è stata una trappola giornalistica.

Io difendo i giornalisti, oggi poi li difendo a prescindere. Ho spesso litigato, fra le altre cose anche con Massimo D’Alema per la sua alterigia verso colleghi che cercavano di fare il loro mestiere sulla base delle richieste dei loro giornali. Purtroppo la “ciccia” a cui tu ti riferisci, è questa poltiglia politica che poi ha costituito la base del populismo frutto anche di un giornalismo superficiale che faceva eco a una politica superficiale, un giornalismo gridato che faceva da cassa di risonanza a una politica gridata. Nel declino dell’Italia abbiamo tutti una grave responsabilità, soprattutto quella di aver esaltato il nuovo anche quando era vecchio, vecchissimo, perché i movimenti plebei, oggi chiamati populisti, sono la cosa più vecchia del mondo.

Il Pd è stato un errore, penso io. Ci si poteva arrivare per gradi. Si poteva non arrivare. Nei vari Paesi occidentali ci sono state forze leader della sinistra che sono state democratiche tout court, come negli Usa, o socialdemocratiche o laburiste e oggi vediamo in Germania che l’unica forza democratica che resiste è verde. Il Pd è nato per imitazione perché noi comunisti italiani abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. L’acqua sporca era non il comunismo sovietico, ma le esperienze della sinistra storica, compresa quella contraddittoria del socialismo di Craxi. Il nuovo inizio è diventato una religione, il Pantheon si è allargato a dismisura di figure fantastiche. Maria Elena Boschi ci ha messo pure Fanfani. Ci siamo perso quelli che avevano pensato. Per esempio Gramsci. Oggi che fare? Oggi temo la dissoluzione. Io sono inguaribilmente ottimista perché credo che l’Italia di destra si stia organizzando, farà il pieno ma non è tutta l’Italia e ci sarà una ripulsa di popolo, in testa i moderati, contro l’Armata Nera.

Vorrei quindi che la sinistra trovasse un punto di unione su questo obiettivo. Mi piacerebbe che lo trovasse sulla base di una analisi concreta della situazione concreta. Bisogna criticare questo capitalismo ma non immaginare società anti-capitalistiche. Il socialismo è un fatto di modernizzazione e di umanizzazione. Serve a chi sta sotto, ma serve a anche a civilizzare chi sta sopra. Ci vuole un partito che abbia questo obiettivo storico. Non potrà averlo con primarie spettacolo. Enrico Berlinguer non avrebbe mai vinto le primarie quando divenne segretario del Pci. Dopo le avrebbe stravinte. Noi dobbiamo sapere che cosa vogliono fare i candidati e quelli che vanno loro dietro. Un mio amico pugliese mi dice che un congresso vero non si può fare perché nel Pd nessuno saprebbe farlo. Ma il Pd se è quel partito della democrazia che piace a te, deve imparare a praticarla anche se costa fatica.

La contrapposizione, caro Dario, non è fra populisti e responsabili. Non è neppure fra mondialisti e sovranisti. Posso dirlo? Sono tutte cazzate. Io sono patriota, sono mazziniano, per l'Italia nell’Europa federale. E quando si parla di diritti sociali e di costruzione di un modello economico eco-compatibile che produca sviluppo e che si avvalga di scienza e di istruzione sono “irresponsabile”. Noi dobbiamo smettere di usare categorie altrui. Il populismo ha una storia centenaria. Di fallimenti. Il sovranismo, come viene presentato ora, anche da Stefano Fassina, è povera cosa. Penso che la sinistra debba riprendere autonomia, coraggio nel pensiero e coraggio nello stare lì dove era e dove oggi ci sono gli altri. La battaglia contro l’Armata nera sarà lunga e difficile e spero, pacifica. Ma va fatta. Per questo la tua/vostra mala-education è il male minore.

Un abbraccio,
Peppino

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