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Il futuro del Pd
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L'ARABA FENICE
11 Dicembre Dic 2018 1409 11 dicembre 2018

Cari democratici, fidatevi: senza Matteo Renzi c'è vita

Il Pd, nonostante i piani dell'ex segretario, non è morto. Ma in coma. Il problema è la sua incapacità di analizzare e anestetizzare la paura di perdere un presunto leader.

  • Giuliana Sias
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Quando Matteo Renzi dice che non ama le correnti intende dire che non vuole agire all’interno di un partito nel quale esistano altre correnti oltre la sua. È sempre stato così ma il suo autoritarismo è risultato fin qui imperfetto perché il Partito democratico ha dimostrato in questi anni di poter rinunciare a tutto - proprio a tutto - ma non alla sua democrazia interna. Si può passare sopra il fatto che le Feste si siano trasformate in party e che i dibattiti politici siano stati sostituiti dal luna park; si è accettata senza battere ciglio la fine ingloriosa dell’Unità e il fatto che il suo archivio storico venisse regalato a privati; si è potuto chiudere un occhio sulla chiusura di decine di circoli e sul crollo degli iscritti, ma lo spazio riservato alla tutela delle mozioni minoritarie non può in nessun modo essere messo in discussione, figuriamoci chiuso. Prova ne sia il fatto che morta una minoranza se n’è creata immediatamente un’altra e dove un tempo c’erano bersaniani e dalemiani oggi ci sono cuperliani e orlandiani e un domani potranno esserci addirittura gentiloniani e orfiniani.

​La democrazia interna, certo, come ci ricorda un memorabile titolo di Cuore, ha pure dei limiti - «votano anche gli stronzi» - ma se perfino il Movimento cinque stelle ha dovuto cedere, pian piano, almeno all’idea che le diverse voci che lo animano non possano fare politica sempre e solo all’unisono, è facile intuire quanto possa essere complicato convincere un democratico che si possa fare a meno di questo che è più di meccanismo di tutela delle minoranze ma un vero e proprio marchio di fabbrica.

Mentre l’ex segretario del Pd, anche se continua a negarlo, lavorava già da mesi alla nascita di un suo movimento (non si spiega altrimenti la tempistica che vuole logo e nome già pronti all’uso), quanti gli hanno tenuto il gioco al Largo del Nazareno avrebbero dovuto - nei suoi programmi ma a loro insaputa - occuparsi di mandare definitivamente a ramengo il più grande partito della sinistra italiana. In che modo? Essendo consapevole di essersi circondato di mediocri - in larga maggioranza saliti sul suo carro a giochi fatti, e solo perché quelli erano gli unici posti a sedere - Renzi sa perfettamente che è sufficiente lasciarli senza guida perché quelli, autonomamente, vadano a sbattere.

Candidiamo Marco Minniti? Fate, fate. Dare carta bianca a Dario Nardella e Luigi Marattin significa necessariamente accendere la scintilla dalla quale non potrà che scaturire un’implosione. D’altra parte la più grande abilità degli uomini provvidenziali consiste nel circondarsi di persone nettamente inferiori in modo che nessun luogotenente possa nemmeno lontanamente ambire a prendere in mano le redini dell’intera armata in assenza del comandante in capo. Difatti oggi la corrente che esprime il maggior numero di deputati in parlamento, di delegati in assemblea e di dirigenti in segreteria, non riesce a muovere un solo passo - nonostante formalmente abbia mano libera - in assenza di un chiaro segnale da parte di un tizio che ufficialmente non ha più alcun ruolo di rilievo all’interno del partito. Da questo punto di vista è ancora più ridicola l’accusa mossa un giorno sì e l’altro pure verso un fantomatico “fuoco amico”. Matteo Renzi non ha mai voluto vicino a sé amici perché averli avrebbe potuto comportare la messa in discussione il suo ruolo di guida suprema. E infatti oggi, mentre tasta il terreno in Europa, Renzi si porta al traino solo l’inconsistente Sandro Gozi, uno che nel Pd ha sempre avuto al massimo il ruolo di comparsa, e non certo Luca Lotti o Maria Elena Boschi.

Il piano renziano di smantellamento del Pd avrebbe potuto funzionare non fosse che sotto la pioggia di proiettili esplosi, invece che morire l’animale è entrato in coma

Così come quando si è trattato di decidere a chi cedere il proprio ticket alle ultime primarie la scelta è ricaduta sul mite Maurizio Martina e non su Lorenzo Guerini, e quando si è trattato di imporre un governatore per l’Emilia-Romagna è toccato all’ex bersaniano Stefano Bonaccini (mentre si chiedeva un passo indietro al fedele Matteo Richetti) è così via, all’infinito, finché del Giglio magico non rimarrà nemmeno lo stelo e dei renziani che hanno consumato scarpe e carriere rincorrendo le scelte di un eterno perdente non rimarrà manco l’ombra (eterno, sì, perché il famoso 41% delle Europee 2014 arriva cinque mesi dopo la sua prima elezione a segretario e non è ragionevole ritenere che quel risultato sia attribuibile esclusivamente alla sua segreteria).

Il piano renziano di smantellamento del Partito democratico preliminare al suo totale annientamento avrebbe potuto funzionare non fosse che sotto la pioggia di proiettili esplosi, invece che morire l’animale è entrato in coma, in un Paese in cui il suicidio assistito non è assolutamente contemplato. Nonostante tutti si augurino, arrivati a questo punto, che il Pd si dissolva, nessuno si assume la responsabilità di staccare la spina, di compiere quel gesto che proprio non appartiene alla loro cultura di cattolici perbene. Non funziona ormai da anni, non cammina, non parla, forse nemmeno ragiona. È attaccato solo alla macchina dei gazebo ma pur sempre respira. E finché respira, continuerà a respirare. E finché avrà fiato in gola, Matteo Renzi non potrà ambire a un suo superamento e dovrà continuare a rimandare la nascita di un suo partito personale a corrente unica e non alternata.

Lo stallo nel quale è precipitato per l’ennesima volta il Pd dopo il ritiro di Marco Minniti dalla corsa a segretario racconta questa storia. Che è la storia di uno - Renzi - che cerca invano una vittima sacrificale, uno che accetti placidamente di condurre il Pd in una condizione di caos totale, dalla quale potrà nascere la sua stella danzante. Ma trova, come è ovvio, solo gente che si sfila. Ed è la storia di un senatore semplice che al massimo, in questo momento, potrebbe avere la forza di fondare una pagina su Facebook e non certo una nuova formazione politica (pochi giorni fa è comparso l’account «Movimento LibDem» con tanto di simbolo e slogan, rilanciato da altre pagine di fede renziana e da Carlo Calenda, che se ne complimentava, ma è andato offline dopo poche ore).

Ma facciamo un passo indietro: l’esperienza di Liberi e Uguali è stata utile alla sinistra solo per un motivo: ha dimostrato che per l’elettorato di quel campo non c’è vita oltre il partito erede del Pci. E non c’è nome capace di far confluire i suoi voti, destinati in realtà non al singolo ma a una certa struttura organizzativa, in un contenitore vuoto. In questo caso il principio dei vasi comunicanti non funziona e due più due non fa necessariamente quattro. A quelle latitudini, rimane vero che il tutto è maggiore della somma delle parti. Ma soprattutto, per questo elettorato la personificazione della politica non è un male banale, nemmeno quando a personificare una certa tradizione o un certo ideale è un dirigente particolarmente amato. Leggi alla voce «Moderaramente Bersaniani». In tutto questo, peraltro, un ruolo fondamentale lo gioca il fatto che questi elettori siano gli ultimi veri militanti: hanno partecipato attivamente - spesso per una vita intera - alla costruzione del loro partito, investendo affetto e denaro, rinunciando regolarmente ogni estate alle proprie ferie e a ogni scampolo di tempo libero.

Renzi non ha mai voluto vicino a sé amici perché averli avrebbe potuto comportare la messa in discussione il suo ruolo di guida suprema

Ecco perché il Partito democratico non uscirà in tempi brevi dalla paralisi. Un PdR sarebbe dato Ipoteticamente al 12% ma solo se non esistesse più il Pd. Altrimenti è destinato, come è stato per qualsiasi altra formazione scissionista, all’irrilevanza. Ma non si tratta solo di una disputa sul voto inutile, il punto è che i partiti (e i fascisti, direbbe Olmo Dalcò in Novecento) non nascono mica come i funghi, così, in una notte: occorrono molti soldi (che Silvio Berlusconi, Beppe Grillo o Emmanuel Macron avevano e che Renzi non ha) e occorre un forte radicamento territoriale (vedi i Club Forza Italia e i MeetUp, al lavoro per almeno tre anni prima della nascita dei rispettivi movimenti politici) mentre Matteo Renzi è l’uomo delle scalate e delle guerre lampo e quindi per lui l’unica soluzione sarebbe avere a completa disposizione un apparato già collaudato come quello dem (iscritti, militanti, feste, giornali, fondazioni, case del popolo, circoli, sedi, amministratori). Insomma quella che dovrebbe condurre l’ex sindaco di Firenze alla fondazione di un nuovo movimento è una strada senza uscita, almeno finché esisterà il Pd. E abbiamo già spiegato perché il Pd esisterà ancora per parecchi anni, con questo o con un altro nome.

Rimanendo così le cose Renzi può solo tornare indietro, e infatti - per niente a sorpresa - spunta l’ipotesi di una sua ricandidatura alla guida del partito, ma è solo il gioco dell’oca, si tornerebbe dritti al punto di partenza con gli stessi problemi di sempre, a cercare invano di azzerare una minoranza interna che ha invece questa capacità inscalfibile di rigenerarsi e rinascere dalle sue stesse ceneri, nonostante tutto e tutti, al di là di qualsiasi abbandono eccellente. Ma anche quello nel quale si muove a tentoni il Pd è un vicolo cieco, comunicante con quello nel quale si trova Renzi. O forse è cieco proprio perché comunica con Renzi. Tutti i dirigenti di prima, seconda e terza fascia continuano infatti a dire che Matteo è una risorsa per il partito e che per lui ci sarà sempre spazio. Il problema fondamentale, in definitiva, è che tutti gli aspiranti segretari del post Renzi vogliono fare un salto ma da seduti, mentre occorrerebbe un deciso colpo di reni.

Un esempio? Si potrebbe iniziare col dire che un senatore che fonda un proprio movimento politico, o almeno ci prova, è fuori dal partito nel quale è stato eletto e deve quindi convergere in un altro gruppo parlamentare. Si persevera invece nell’inutile tentativo di tenere unito ciò che geneticamente è diverso perché si ha il terrore che senza Renzi si andrà incontro a una sconfitta storica (dopo una serie di storiche sconfitte) e si perderanno per strada una valanga di consensi (dopo essere scesi dal 41 al 18%). Ma aspetta, cosa mi ricorda questa discrasia tra dati reali e percezione della realtà? Ah, sì, quella storia che nonostante gli sbarchi siano calati sensibilmente la paura degli immigrati continua invece a crescere, la storiella insomma sulla quale si regge l’inesorabile avanzata della destra in Italia e in Europa.

A dover essere colmata è sempre una distanza tra percezione e realtà. Ma mentre nel caso dei flussi migratori su questa discordanza il Pd sta tentando di costruire la propria alternativa politica, quando si parla dello spettro del «senza di me» renziano, lo stesso partito si rivela assolutamente incapace di individuare, analizzare e quindi anestetizzare una paura obiettivamente infondata perché non trova riscontri reali nei numeri delle ultime tornate elettorali. E a quanto pare nemmeno nei sondaggi che danno Renzi dietro Nicola Zingaretti di 10 punti qualora l’ex segretario riproponesse la sua candidatura alle primarie del prossimo 3 marzo. Un bel paradosso, non credete?

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