Emman Macron Jean Jacques Bourdin Edwy Plenel
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19 Aprile Apr 2018 1112 19 aprile 2018

François Jost: «I reporter divi fanno male al giornalismo»

Nell'epoca dell'infotainment sempre più spesso la star non è più l’intervistato ma chi fa le domande. E lo spettatore è più interessato alla lotta verbale che alla ricerca della verità. Il semiologo francese sullo stato dell'informazione.

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Tra un discorso all’europarlamento di Strasburgo, i missili in Siria e le telefonate con Donald Trump, il protagonismo del presidente francese Emmanuel Macron si è infranto domenica 15 aprile su due più protagonisti di lui: Edwy Plenel e Jean-Jacques Bourdin. Giornalisti, direttore del sito d’inchiesta Mediapart il primo – quello che ha scoperchiato la storia delle presunte tangenti versate da Gheddafi a Nicholas Sarkozy, per cui l’ex inquilino dell’Eliseo andrà a processo - e della trasmissione omonima il secondo, sono due celebrità del settore, note per lo stile diretto e la capacità di torchiare l’interlocutore. Presidenti inclusi: Macron è stato interrotto, pungolato, spinto in un angolo per due ore di diretta.

QUELLA ACCEZIONE FALLACIANA DEL GIORNALISMO. Sensazionali cani da guardia del potere, per dirla all’anglosassone? Certamente. Ma in parte, hanno notato molti aldiqua e aldilà delle Alpi, anche forse due star del giornalismo, nell’accezione “fallaciana” del significato: due che finiscono per il diventare i reali protagonisti del dibattito, al centro dell’attenzione più di quello di cui si discute. A discapito dell’informazione stessa, e con tutto quello che comporta nell’impastare il lievito impazzito dell’antipolitica.

«UN DIBATTITO ASSURDO E RIDICOLO». «Quando Plenel ha detto al presidente: “Non mi interrompa”, il dibattito è diventato assurdo e ridicolo», spiega per esempio François Jost, semiologo, docente alla Sorbona di Parigi, fresco autore di un testo La méchanceté en actes à l'ère numérique (Cnrs editions) (La malizia in atto nell’era digitale, non ancora tradotto in Italia). «Per non dire di quando Plenel si è permesso di dirgli: “Lei non è il mio professore”, come aveva fatto Mitterrand a Giscard D’Estaing durante il debattito dell’elezione presidenziale del 1981. Come se fosse lui il professore!».

François Jost.

DOMANDA. O come se non ci fosse da ascoltare?
RISPOSTA. Sembrava che i giornalisti scambiassero opinioni con il presidente: lo consigliavano, senza interessarsi al suo modo di pensare e di trattare i dossier che, logicamente, non possono conoscere quanto lui: per questo lo intervistano.

D. Una delle regole della buona stampa è non prendere mai per buona la versione ufficiale dei fatti.
R. Plenel è un giornalista molto conosciuto, le indagini che fa che sono spesso interessanti. Viene però chiamato “pubblico ministero” perché questo è l’atteggiamento che ha davanti al suo intervistato: è aggressivo in tutto, dal modo di porre le domande alla mimica facciale. Bourdin è molto più populista: in questo caso ha fatto domande su avvenimenti di cui non tocca nemmeno a Macron rispondere, perché non dipendono da lui o sono antecedenti. Aveva l’attitudine di uno che è contro il presidente senza dirlo apertamente.

D. Per esempio?
R. Gli ha chiesto: «Come si vive con 1.200 euro al mese?».

Capita che i reporter diventino loro le stelle. È un cambiamento importante nello show politico, la star non è più l’intervistato ma chi gli fa le domande.

D. Mettere “sotto torchio” il potere, o rivelarne i privilegi, non è l’anima del giornalismo?
R. Macron si è trovato nella condizione di dovere difendere la propria posizione prima ancora di poter parlare: così non si possono dare informazioni. Prova ne è che a un certo punto Plenel gli ha detto di non innervosirsi, ma lui non lo era affatto: Macron è una persona molto controllata. Quella di Plenel è una tecnica per rendere l’altro nervoso.

D. In Italia molti hanno apprezzato. O addirittura sperato che anche da noi si fosse usata la stessa durezza con la politica.
R. Anche la Francia è divisa: qualcuno deplora questo modo di fare il giornalista, e altri si esaltano. Personalmente, in certi momenti ho pensato che i cronisti fossero più interessati alle loro domande che alle risposte.

D. Addirittura!
R. Non penso che i giornalisti francesi abbiano una chiara idea di cos’è l’impertinenza: non si tratta del banale rifiuto di rivolgersi al presidente chiamandolo «presidente». Si tratta invece dello spingere l’interolcutore in una trincea quando non vuole rispondere: così facendo, però, non può rispondere, perché è prevenuto.

D. In compenso, risalta più il giornalista dell’intervistato.
R. Capita che i reporter diventino loro le stelle: durante questa intervista spesso la camera stava più sui giornalisti che sul presidente. È un cambiamento importante nello show politico, la star non è più l’intervistato ma chi gli fa le domande.

Edwy Plenel, Emmanuel Macron e Jean-Jacques Bourdin.

D. Il giornalista che si fa star è una degenarazione, ma non nuova. Alla fine anche una come Oriana Fallaci, acclamatissima per le sue interviste, diventava il vero focus del pezzo. È un pericolo?
R. Non per la democrazia, almeno non in modo diretto. Sicuramente per la capacità di capire: nel caso di Macron ci siamo persi in mille direzioni, ma alla fine non ricordiamo molto di quello che è stato detto.

D. E il modo indiretto?
R. Il presidente è uno dei pilastri fondanti della democrazia in Francia. Secondo la teoria del “doppio corpo del re” concepita dallo storico Kantorowicz, da una parte il presidente è un corpo fisico, e dall’altra parte un corpo simbolico. Pertanto non si deve svalutare il secondo, maltrattando il primo. Ci dobbiamo fidare della figura istituzionale che lui incarna, soprattutto per evitare di cadere nel populismo di base, che rigetta la politica.

D. Per non fomentare l’antipolitica, qual è il modo corretto di porsi?
R. Il modo corretto, ammesso che io possa dare lezioni, è fare domande finché la risposta non viene fornita in modo chiaro, ma non finché il giornalista è soddisfatto di quello che viene detto. Non si può applicare il pregiudizio alle domande, essere accusatori, e dunque mai contenti della risposta.

Nell’era dell’infotaintment il piacere arriva più dalla lotta verbale che dalla ricerca della verità in quello che viene detto

D. Crede al mito della neutralità del giornalista?
R. Penso che le domande possano essere poste da un punto di vista che interessa la società, o anche solo una sua parte, ma non debbano esprimere un parere personale. L’obiettività conta meno della capacità di ascoltare l’altro. Più importante dell’obiettività in sé e per sé è l’empatia per l’interlocutore.

D. Questo modo di fare informazione cosa ci dice di come è cambiata la società stessa?
R. La gente è interessata dalla lotta, al match: nell’era dell’infotaintment il piacere arriva più dalla lotta verbale che dalla ricerca della verità in quello che viene detto. Lo show con Macron è stato puro intrattenimento, molto più di qualsiasi discussione mai vista prima: da questo punto di vista è stato un successo.

D. Ma lei cosa pensa di Macron?
R. È molto intelligente e brilliante, ha cultura, gli piacciono i libri. Durante l’intervista, non seguiva neanche una scheda e non aveva un foglio per scrivere qualcosa: ha una memoria e una mente eccezionali. Ma complessivamente sono un po’ deluso che Macron tenda a essere più di destra che di sinistra.

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