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19 Aprile Apr 2018 0800 19 aprile 2018

La resistenza digitale di Telegram contro Russia e Iran

Mosca blocca l'applicazione di messagistica fondata sulla crittografia. E lo stesso vuole fare Teheran. Pavel Durov, il fondatore, non si lascia intimorire e contrattacca: «La privacy non è in vendita». La battaglia.

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Un regime autoritario e una teocrazia contro un giovane imprenditore di 33 anni reo di aver bucato il muro della censura e della sorveglianza. Se fossimo in Matrix Pavel Durov, fondatore del servizio di messaggistica istantanea Telegram, sarebbe molto probabilmente Neo, il difensore dell'ultima roccaforte libertaria in un mondo ossesionato dal controllo.

BLOCCATI 15 MILIONI DI INDIRIZZI. La battaglia che da tempo Russia e Iran hanno ingaggiato nei confronti di Telegram è arrivata a un punto di svolta. Il 17 aprile 2018 l'autorità per le telecomunicazioni russa, Roscomnadzor, ha bloccato 15 milioni di indirizzi Ip di proprietà dei più grandi hosting provider a livello globale, Amazon e Google, nel tentativo di fermare così anche Telegram, e la campagna ha provocato una serie di disservizi per tutti i siti che usano le risorse di Amazon e Google.

«LA RUSSIA COSÌ SI INDEBOLISCE». Telegram, però, ha continuato a funzionare - in Russia ha 15 milioni di utenti - e Durov è tornato all'attacco: il blocco è «anticostituzionale» e «indebolirà la sicurezza nazionale russa» poiché «una parte» dei dati personali dei russi passerà a WhatsApp e Facebook «controllati dagli Stati Uniti».

Pavel Durov, fondatore di Telegram.

La decisione del governo è arrivata dopo una sentenza del tribunale Tagansky di Mosca e alla fine di una battaglia con Durov che va avanti da anni: l'imprenditore è accusato dal Cremlino e dai servizi segreti russi di non voler fornire le chiavi di accesso alle informazioni della sua app che consente agli utenti di comunicare in modo sicuro grazie alla crittografia, e per questo Durov non può più entrare nel Paese.

IN DIFESA DEI «DIRITTI UMANI». «La privacy non è in vendita, e i diritti umani non dovrebbero essere compromessi per paura o avidità», ha scritto l'imprenditore su Twitter. «Negli ultimi due giorni la Russia ha bloccato oltre 15 milioni di indirizzi IP nel tentativo di bandire Telegram sul suo territorio. Indipendentemente da ciò, Telegram è rimasto disponibile per la maggioranza dei residenti della Russia #digitalresistance».

Il Roskomnadzor ha chiesto ai provider di telefonia di dare seguito alle restrizioni e il suo direttore, Alexander Zharov, ha detto che presto intimerà ad Apple e Google di rimuovere l'applicazione dai loro negozi online. Ma il vero obiettivo di Mosca è bloccare il maggior numero possibile di fornitori di servizi Vpn, i virtual private network, le reti private che consentono ai cittadini di utilizzare le applicazioni vietate dai governi di Paesi autoritari e dittature.

TENSIONI ANCHE IN IRAN. Per gli ayatollah di Teheran Telegram è un incubo: vorrebbero censurarlo, all'interno di un piano più ampio che il regime porta avanti da anni per riuscire a costruire una rete nazionale chiusa, controllabile dalle autorità, ma si scontrano col fatto che Telegram in Iran è usato da più di 40 milioni di persone ed è uno strumento di business per centinaia di migliaia.

La guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei.
ANSA

Dopo il 2009, quando le proteste dell'Onda verde spinsero i pasadaran a bloccare Facebook e Twitter, e poi dopo il 2014, quando fu censurata un'altra applicazione, Viber, Telegram è cresciuto a ritmi veritiginosi diventando la prima applicazione per numero di utenti in Iran. Da dicembre 2017, quando è stata usata per coordinare le proteste di piazza, l'app è entrata nel mirino dei conservatori e la sua possibile chiusura, come ha raccontato sul New York Times Hossein Derakhshan, analista dei media iraniano che ha trascorso sei anni in prigione in Iran per blogging e attivismo online, è materia di scontro con i riformisti del presidente Rohani, che aveva promesso riforme e più libertà a partire proprio da quella digitale.

SOSTITUZIONE ENTRO FINE APRILE. Il 18 aprile, la guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, ha rimosso l'account dall'applicazione, entro fine mese l'app dovrebbe essere sospesa in tutto il Paese e sostituita da Soroush, una app iraniana di messaggistica. Sempre che i riformisti di Rohani non riescano a spuntarla.

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