Chief Executive Officer
SPIN DOCTOR
2 Maggio Mag 2018 1800 02 maggio 2018

Sì, anche gli amministratori delegati fanno politica internazionale

Colpi di scena in teatri di guerra e ribaltoni commerciali costituiscono rischi per l'impresa. Ecco perché il capo azienda deve diventare un chief geopolitical officer. Le nuove sfide nel campo della comunicazione.

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Il dialogo a sorpresa tra le due Coree, i continui colpi di scena nel martoriato teatro di guerra siriano, le intemperanze di Donald Trump e l’enigmaticità del leader cinese Xi Jinping, la ferrea determinazione di Vladimir Putin e il ruolo, ancora da scrivere, di Emmanuel Macron in un’Europa in attesa di riforme ambiziose. I “rischi geopolitici” sono parte della serie di fattori che un’azienda deve monitorare e considerare nella definizione e implementazione delle sue strategie. Ciononostante, tendiamo spesso a sottovalutare questo elemento, complice forse la “distrazione” della politica italiana e la scarsa dimestichezza del nostro Paese con tematiche di respiro internazionale.

ACCELERAZIONE PER VIA DEI SOCIAL. In questa rubrica abbiamo discusso molto spesso dell’evoluzione vissuta dalla comunicazione e dai media, alle prese con le dinamiche incontrollabili del web e con l’accelerazione improvvisa determinata dall’avvento dei social. La stessa diplomazia è però uscita da tempo dalle stanze ovattate delle cancellerie e delle ambasciate: oggi i leader politici comunicano tra loro a colpi di tweet e i dibattiti interni agli Stati vengono “influenzati” dall’intervento di fattori esterni e dal proliferare di informazioni create ad arte.

SCENARI E TENDENZE DA FILTRARE. Oggi più di prima, quindi, analizzare razionalmente gli scenari e filtrare le tendenze di lungo periodo dal “rumore di fondo” della cronaca diventa un’esigenze ineludibile. Ce lo ricorda in un report interessante pubblicato a marzo del 2018 la società di consulenza Kpmg, delineando una nuova figura per gli organigrammi aziendali: il chief geopolitical officer.

Serve una maggiore presa di coscienza dell’impatto che le dinamiche geopolitiche possono avere sul nostro business aziendale

Lo studio parte dall’assunto che è il fattore “tempo”, sempre più limitato, a richiedere una maggiore presa di coscienza dell’impatto che le dinamiche geopolitiche possono avere sul nostro business. Blocco dei traffici commerciali, imposizione non preventivata di regimi sanzionatori, acuirsi di tensioni a livello internazionale che rallentano l’accesso a nuovi mercati, aumento del “rischio Paese” e conseguente sfiducia degli investitori internazionali per gli attori economici che in esso hanno sede o operano.

I "NO COMMENT" NON BASTANO PIÙ. Inevitabile accettare, mette in guardia il rapporto firmato anche da Eurasia Group, che i capi azienda diventino a tutti gli effetti “player di natura politica”, sempre meno in grado di trincerarsi dietro generici “no comment” o “non facciamo politica”. A richiederlo sono gli stessi stakeholder dell’impresa: come dichiarato da alcuni amministratori delegati citati nello studio, sono per esempio le opinioni pubbliche (e i clienti) a pretendere prese di posizione più marcate in casi particolari. Gli azionisti, d’altro canto, sono meno propensi rispetto al passato ad accettare il mancato raggiungimento dei risultati promessi per via di criticità impreviste, come l’instabilità politica.

MA EVITIAMO DI ENTRARE A GAMBA TESA. Attenzione però a non intervenire a gamba tesa nel dibattito con dichiarazioni affrettate di carattere politico: il rischio potrebbe ritorcersi contro di noi, alienandoci le simpatie di un decisore o creando insoddisfazione tra i nostri dipendenti. Le tre risposte suggerite sono più organizzative che operative e vanno attuate a mio avviso tenendo ben a mente l’esigenza di proteggere innanzitutto il capitale reputazionale dell’azienda in patria e nei mercati esteri di riferimento.

Il chief geopolitical officer deve saper gestire anche le questioni più spinose di politica internazionale.

Il chief geopolitical officer immaginato dai consulenti di Kpmg ed Eurasia Group deve lavorare a stretto contatto con la direzione che sovrintende ai Public affairs e con coloro che si occupano di Strategy & risk. È un compito che deve ricoprire personalmente l’amministratore delegato, non per sostituire i manager che guidano le relazioni esterne, ma perché solo lui o lei hanno l’autorità necessaria per “parlare alla pari” con figure politiche di rilevo.

VANNO ANTICIPATI I CAMBI DI SCENARIO. In seconda battuta è utile abituare l’organizzazione alla predisposizione di stress test di natura geopolitica e a mettere in campo strumenti che consentano il monitoraggio dei contesti nei quali l’azienda potrebbe essere a rischio. Tutto questo richiede esperienza, capacità di visione e soprattutto di filtro: non basta seguire le breaking news per dare raccomandazioni di carattere strategico in politica internazionale, ma occorre piuttosto decrittare le tendenze di lungo termine e anticipare i cambi di scenario.

Il comunicatore d’impresa deve costruire una figura pubblica del proprio capoazienda che legittimi incursioni su temi spinosi

Il comunicatore d’impresa ha quindi davanti a sé un compito non banale, che potremmo articolare in tre sfide professionali. La prima consiste nel costruire una figura pubblica del proprio capoazienda che legittimi incursioni su temi spinosi come quelli di politica internazionale. Questo può avvenire anche lavorando per assicurarne la presenza ai tavoli in cui si discute di questi temi nell’ambito di think tank e iniziative, oltre che promuovendo la pubblicazione di editoriali sulla stampa che ne consolidino la reputazione di esperto.

CAPACITÀ DI ANALISI DEI CONTESTI ESTERI. La seconda è legata alla capacità di analisi dei contesti esteri di interesse: il ruolo di chief geopolitical officer può beneficiare di indicazioni sugli stakeholder di maggior rilievo in un dato Paese, traendo informazioni anche dalla valutazione del panorama mediatico, dalle discussioni sul web e dagli influencer che hanno maggior presa sull’opinione pubblica.

ABILITÀ DI ALLINEARE TUTTI GLI STRUMENTI. La terza risiede nell’abilità di allineare tutti gli strumenti di comunicazione a questa funzione: i comunicati stampa, i profili sui principali social media e i discorsi in pubblico dovranno amplificare determinate prese di posizione senza lasciare spazio ad ambiguità o incomprensioni. Ecco perché, anche quando si tratta di politica internazionale, la piena partecipazione dei responsabili della comunicazione alla declinazione delle strategie aziendali è un valore aggiunto essenziale.

*Professore di Strategie di comunicazione, Luiss, Roma

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