Trump, media non vogliono verità
SPIN DOCTOR
21 Giugno Giu 2018 1852 21 giugno 2018

Come devono reagire i media per scongiurare il "seme del dubbio"

Trump, Grillo e Berlusconi sono maestri nel bollare come fake news ciò che dicono i mezzi d'informazione. E secondo i sondaggi la gente ci crede. Si può replicare con un dibattito aspro e non autoreferenziale.

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“Fake news e i semi del dubbio” è il titolo di un bell’editoriale apparso sul Financial Times e firmato da Andrew Edgecliffe-Johnson, giornalista di punta dell’edizione americana del quotidiano finanziario. Un pezzo molto severo sul “linguaggio dell’ambiguità” parlato dalla politica e dai suoi rappresentanti e che ha come bersaglio privilegiato i media e i giornalisti. Il campione di tale linguaggio è ovviamente il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

PR, UN AMBITO SOLIDO E RAFFINATO. L’editoriale, che vi invito a leggere, prende le mosse da un episodio che sembra piuttosto irrilevante: una chiacchierata in taxi con un professionista delle Public relations, ambito che sappiamo essere negli Stati Uniti ben più solido e raffinato di quanto siamo abituati a pensare per via della declinazione italiana del termine. Un decennio fa, ammette Edgecliffe-Johnson, il cosiddetto «momento della rivelazione» avvenne proprio a bordo di quel taxi, durante una corsa condivisa che si trasformò in un dibattito sulle rispettive professioni.

I COMUNICATORI SMORZANO I TONI. Un bravo giornalista ha come compito quello di mettere in pagina storie da raccontare, a beneficio dei suoi lettori e, più in generale, della società e dell’opinione pubblica, sosteneva Edgecliffe-Johnson. Chi sovrintende alle relazioni esterne di una grande azienda o è portavoce di un politico ha in alcuni casi la necessità di smorzare i toni di una storia o di fare in modo che la “notizia” non esca in una veste troppo penalizzante per la reputazione che deve salvaguardare o costruire.

Seminare il dubbio può provocare uno squilibrio tra politica e media in una relazione che dovrebbe comunque mantenersi nei binari del rispetto reciproco

Non si tratta ovviamente di interferire con il sacrosanto diritto di cronaca della stampa, quanto di «seminare il dubbio», come concluse bruscamente il suo compagno di viaggio. Una tattica, certo, che in alcuni casi può essere vista come legittima: mettere in dubbio fonti non dichiarate, pretendere maggiore chiarezza su alcuni dettagli, “smontare” eventuali accuse rispondendo con l’evidenza dei fatti o con dati inattaccabili. Ognuno fa il suo mestiere, controbattere alle certezze di un collega giornalista rappresentando la posizione di un’azienda fa parte di quello del comunicatore.

THE DONALD COME GRILLO E IL CAV. “Seminare il dubbio” può però diventare un’attività radicalmente più estrema e soprattutto polarizzante. Può significare, nella riflessione di Edgecliffe-Johnson, che i propri interlocutori vengano pervicacemente delegittimati, provocando uno squilibrio in una relazione che dovrebbe comunque mantenersi nei binari del rispetto reciproco. È quello che accade quando chi fa politica (il bersaglio polemico del giornalista è chiaramente Trump, ma possiamo ricordare anche le invettive di Beppe Grillo o le passate esternazioni di Silvio Berlusconi contro la categoria) bolla come falsità tutto ciò che viene riportato dai mezzi di informazione.

ATTACCO PERMANENTE A UNA CATEGORIA. Non si tratta più di reagire a un rischio reputazionale fornendo informazioni puntuali su un determinato tema, ma di attaccare in modo permanente un’intera categoria professionale. Lo si può fare come mero argomento retorico per galvanizzare i propri sostenitori (presentando una copertura mediatica negativa come la dimostrazione che si sta davvero facendo qualcosa che va contro lo status quo) oppure additando i media come “avversari” di cui diffidare.

Il presidente americano Donald Trump.

I dati citati dal giornalista nel suo editoriale sono sconfortanti: secondo il Digital News Report di Reuters, su una trentina di Paesi analizzati solo il 43% degli intervistati si fida dei media. La potenza di fuoco della Casa Bianca, d’altronde, non è indifferente: sono più di 200 i tweet che Trump ha pubblicato dal giorno del suo insediamento sul tema delle fake news. Stigmatizzando quelli che lui ritiene esserne i maggiori produttori: i grandi network televisivi e i quotidiani.

TRUMP «GENERATORE DI INCERTEZZE». Un’azione, denuncia Edgecliffe-Johnson, che sembra funzionare molto bene: secondo un recente sondaggio di Monmouth, il 77% degli americani è convinto che i media diffondano falsità. Il 43%, inoltre, afferma che i giornalisti lo fanno deliberatamente. Trump diventa quindi un «prolifico generatore di incertezze», che facilita il consolidamento di un dubbio ricorrente: i media non scelgono semplicemente se dare oppure no una notizia, ma utilizzano il loro ruolo pubblico come un’arma di delegittimazione politica.

NO A CIRCUITI AUTOREFERENZIALI. Come reagire alle pessimistiche osservazioni di Edgecliffe-Johnson? Sicuramente è utile riflettere sulla percezione che talvolta i media e i loro rappresentanti rischiano di creare: un circuito autoreferenziale, che parla un linguaggio incomprensibile, che si rivolge a un pubblico ristretto, che abdica al suo ruolo di raccontare senza dare giudizi, distinguendo, come diceva lo storico direttore di Panorama Lamberto Sechi, «i fatti dalle opinioni».

Abbiamo bisogno di inserire le notizie del giorno in un’analisi che non si riduca sempre e solo al “qui e ora”: ben vengano editoriali, inchieste, copertine controverse

Non si può però ridurre tutto a uno sterile mea culpa di un’intera categoria. È utile che entrambe le parti trovino una dialettica costruttiva nella loro relazione, che non dovrebbe essere né di subordinazione né di contrapposizione a prescindere. Abbiamo bisogno di inserire le notizie del giorno in un’analisi che non si riduca sempre e solo al “qui e ora”: per questo, ben vengano gli editoriali da leggere con attenzione, le inchieste, le copertine controverse che gettano un sasso nello stagno.

NIENTE TATTICISMI O MESSAGGI IN BOTTIGLIA. Nell’era dell’immediatezza, è salutare che ci siano occasioni dai tempi lunghi, in cui i testi vanno letti e riletti, gli interventi ascoltati e ponderati, i fenomeni decrittati e approfonditi. Un’intervista su un quotidiano può essere un modo per lanciare un messaggio a certi mondi, per mettere un tema nuovo sul tavolo, per raccontare in poche battute un problema che si intende risolvere, per rassicurare, per prendere un impegno. Non riduciamo dunque tutto a tatticismi o a “messaggi in bottiglia” per interlocutori selezionati, altrimenti il cosiddetto circuito mediatico contribuirà a confermare le percezioni più negative dell’opinione pubblica sul suo ruolo nella società.

REAGIRE È DURA, MA NON CI SI PUÒ ARRENDERE. Alimentando invece un dibattito vivo, anche se aspro, i media saranno in grado di reagire con fermezza alle accuse di partigianeria, alla disaffezione crescente, all’irrilevanza. È un compito duro, ma non possiamo arrenderci ora. L’alternativa è il dilagare di un “dubbio” che, dopo aver contagiato i mezzi di informazione, potrebbe ritorcersi anche contro chi l’ha seminato con troppa leggerezza.

*Professore di Strategie di comunicazione, Luiss, Roma

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