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18 Luglio Lug 2018 2055 18 luglio 2018

Con Android l'Ue ha svelato il trucco dell'open source di Google

Una strategia di business nata a metà Anni 2000. Con cui big G ha usato un software libero per prendersi il mercato del mobile. E poi come argomento antitrust.

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da Bruxelles

Android, che era open source e distribuito attraverso licenza gratuita, ora potrebbe avere un prezzo e diventare un software proprietario. Questa è la conclusione minacciosa a cui è arrivato l'amministratore delegato di Google Sundar Pichai dopo la giornata campale in cui la Commissione europea ha comminato a Google una multa da 4,3 miliardi di euro per abuso di posizione dominante. Ma la verità è che la conclusione era prevedibile da tempo, tanto che Google - o meglio dire Alphabet - ha guadagnato in Borsa invece che perdere. E questo perché il sistema open source di Android era sostenibile soltanto visto che era stato concepito fin dall'inizio come cinghia di trasmissione della posizione dominante di Google da un mercato all'altro. Cioè esattamente quello su cui l'Antitrust europeo ha puntato il dito. Ma andiamo con ordine.

LE TRE RESTRIZIONI IMPOSTE DA GOOGLE

La commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager ha elencato tre restrizioni che Google ha imposto alla concorrenza attraverso accordi con i produttori di telefonia mobile: secondo le indagini Ue, in cambio del software Android gratuito e della licenza dello store con le sue application più popolari Google chiedeva che venissero pre installati il sistema di ricerca Google search e il browser Google Chrome. E infine rendeva impossibile la sostituzione del sistema operativo Android con una delle sue versioni alternative. Google ha rivendicato la natura open source di Android sostenendo che la decisione della Commissione europea può «inviare un segnale preoccupante a favore dei sistemi proprietari rispetto alle piattaforme aperte».

La commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager.
Ansa

Ma a questo punto bisogna chiedersi anche dell'altro. Android è veramenteun software libero? Richard Stallman, uno dei padri del software Gnu e quindi dell'open source, se lo domandava sul Guardian già nel 2011. E la sua risposta era: no, anche se Android è migliore e «più buono» dei suoi concorrenti, non poteva comunque considerarsi un software veramente aperto. In particolare Stallman faceva già notare che «alcuni modelli di dispositivo sono progettati per impedire agli utenti di installare e utilizzare il software modificato. Le application non sono gratuite anche se sono state create da fonti gratuite e disponibili». A essere precisi la parte open source del codice era quella basata su Linux. In più, spiegava Stallman, «risultavano generalmente proprietari anche il Gps, la grafica 3D, la fotocamera, l'altoparlante e, in alcuni casi, il microfono».

SOFTWARE LIBERO? STRATEGIA DI METÀ ANNI 2000

Di fatto è quello che, sette anni dopo, ha affermato anche Vestager: «Ogni volta che Google realizza una versione di Android pubblica i codici sorgenti online, ma allo stesso tempo rende disponibili solo le funzioni di base, non include tutte le app». Per questo la commissaria ha concluso che «Android è incastonato in un ecosistema illegale». Del resto secondo la numero uno dell'Antitrust europeo, il business model di Android e il suo ruolo nel mondo Google sono frutto di una strategia precisa: «Google ha capito in anticipo che ci sarebbe stato il passaggio al mercato mobile. Ha realizzato quanto potesse essere un rischio e un'opportunità e, eravamo a metà degli Anni 2000, ha sviluppato una strategia». Quella strategia di fatto è un sistema operativo gratuito collegato al proprio motore di ricerca, al proprio browser e ad alcune delle migliori app sulla piazza ma a pagamento.

L'amministratore delegato di Google Sundar Pichai.
Ansa

La migliore spiegazione del modello di business di Android si può leggere sull'edizione britannica di Business Insider, in un articolo firmato da Matt Rosoff, non a caso un uomo di impresa - prima di diventare giornalista era analista per Microsoft - e datato 2015. Il titolo era provocatorio - "È ora che Google butti l'open Android sotto un bus" -, ma l'analisi limpida e oggi si può dire anche visionaria. Innanzitutto Rosoff osservava come in realtà esistessero due Android paralleli. Il primo, l'Android Open Source (Aos), non includeva alcuna app o collegamento ai servizi di Google o ai suoi annunci pubblicitari. Da questa versione Google non guadagna niente e anzi lo mette a disposizione liberamente: Amazon per esempio ha utilizzato questo sistema per costruire il Kindle Fire e il Fire Phone e alcune community ne hanno sviluppato versioni alternative come il sistema Cyanogen sviluppato fino al dicembre del 2016 e poi diventato LineageOs. Soprattutto Aos ha iniziato a diventare molto popolare in Cina e a rubare fette di mercato al secondo Android, cioè quello collegato alle app e ai servizi di Google search e che viene utilizzato dalla maggioranza dei produttori di telefonia mobile, da Samsung a Lenovo.

A COSA SERVE L'ANDROID APERTO

Rosoff si chiedeva a cosa servisse la versione libera di Android. E si dava tre risposte: prima di tutto l'open Android era stato il mezzo con cui Google era riuscito a evitare che altri «monopolizzassero» il mercato della telefonia mobile, poi era servito per mantenere «a bordo» i produttori telefonici. «Nel 2007 quando inizia il decollo dell'iPhone», scriveva l'ex analista, «Google si unisce a un gruppo di partner commerciali per creare la Open Handset Alliance, che dovrebbe vendere e promuovere Android come piattaforma alternativa (ne fanno parte i maggiori produttori e distributori di telefoni con installato Android)». Open Android era per i produttori la garanzia che il loro accordo con Google non avrebbe fatto la fine di quello tra i produttori di pc e Microsoft negli Anni 90, con il creatore del software ad aumentare progressivamente ed esponenzialmente i profitti e quelli dell'hardware a vederseli assottigliare anno dopo anno. Il terzo motivo, infine, era che Google considerava l'Android open source un ottimo argomento contro l'antitrust. Ma secondo l'autore questa strategia ha fatto il suo tempo, il suo consiglio era che big G iniziasse a produrre un Android a pagamento. Preveggente.

Rosoff scriveva tutto questo nel 2015 quando l'indagine della Commissione europea era già iniziata e ne prevedeva praticamente gli sviluppi. Del resto, come hanno confermato i risultati sul mercato finanziario, si tratta di logica: l'open source di Android è funzionale, si potrebbe dire che è il centro, della strategia di restrizione delle scelte del produttore e del consumatore che Google usa per mantenere una posizione dominante sul mercato. Se quella strategia viene messa in discussione, ne esce minato anche il software libero che le fa da paravento.

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