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13 Agosto Ago 2018 1950 13 agosto 2018

Perché il crollo della lira turca è figlio della grandeur di Erdogan

Miliardi in opere faraoniche poco ecologiche e in campagne militari estere. Epurazioni post-golpe che hanno svuotato le risorse pubbliche. Così il sultano fa affondare il Paese.

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No categorico all'austerity e miliardi di lire turche in faraonici progetti. Le sanzioni degli Usa contro l'ex alleato della Turchia hanno scoperchiato un vaso di Pandora che, più presto che tardi, sarebbe traboccato. Può anzi salvare a Recep Tayyip Erdogan la faccia la sua virata verso l'asse dei non allineati di Iran e Russia: voltare le spalle all'Occidente significa, per l'autoproclamato sultano di Ankara, giustificare all'opinione pubblica l'implosione del sistema economico e finanziario nazionale come il risultato di un complotto americano. Ormai il presidente Erdogan parla come l'omologo venezuelano Nicolas Maduro, compagno di crac, e certo schierarsi con l'Iran allo scoccare del nuovo embargo Usa anche verso Teheran ha fatto da detonatore al precipitare degli eventi. Ma il problema di sostanza è che la lira turca è molto esposta agli attacchi dei mercati, dopo anni di enormi sperperi e di moniti continuamente ignorati.

ERDOGAN CONTRO LA BANCA CENTRALE

Tutta l'opposizione ha denunciato la fragilità economica della Turchia nella breve campagna elettorale appena conclusa segnata dalla censura. Lo stesso Erdogan aveva anticipato di un anno le Legislative e le Presidenziali per rischiare di non perdere la maggioranza. La crisi, con il rallentare della crescita e la svalutazione della moneta nazionale, era già presente. Il tracollo drammatico che Erdogan cerca di scongiurare era nell'aria, pur negato fino all'ultimo, anche per le lobby politico-economiche che controllano il Paese: una gestione sempre più familistica dei grandi appalti legati agli indirizzi finanziari e geopolitici, che ha portato Erdogan e accoliti in collisione anche con la Banca centrale turca. Alla vigilia del voto del 24 giugno 2018, il leader islamista dell'Akp aveva bollato i tre aumenti in extremis del tasso di interesse, per tamponare l'inflazione galoppante, «la madre e il padre di tutti i mali».

Il ministro delle Finanze Berat Albayrak.
GETTY

GLI USA NON PERDONANO PIÙ I TURCHI

Dal 2016 la lira turca aveva perso il 30% di valore nei confronti del dollaro americano, il 50% dal 2015. Diversi investitori stranieri, spaventati dal deficit in aumento (al 6% del Pil, il più alto tra i Paesi emergenti del G20) e dall'instabilità per gli attentati degli ultimi anni, si erano disimpegnati dal Paese. L'ennesima vittoria dell'Akp che, con la nuova Costituzione, ha dato a Erdogan poteri pressoché assoluti, ha prodotto sui mercati un effetto rimbalzo subito sfumato, con il venerdì nero del 10 agosto e il nuovo record negativo di 7 lire turche per un dollaro: un altro tonfo del 25% (-40% da giugno) nel weekend del pericoloso contagio delle Borse europee. C'è un buco da coprire in Turchia e non tranquillizza i mercati la carta bianca che ha Erdogan sui decreti legge e la nomina del genero Berat Albayrak a ministro delle Finanze. Né, con il sultano pronto a uscire dalla Nato, i vecchi amici occidentali chiudono più un occhio o anche due sul disastro, anzi.

SPESA MONSTRE DEL SULTANO

Il problema dell'ex tigre del Bosforo non è il freno alla crescita, stimata dal +7,4% al +5,4% nel 2018. È la crescita stessa drogata dalle politiche espansive di Erdogan, presidente e tre volte premier che, dalle Primavere arabe del 2011, ha scialacquato fiumi di lire turche per finanziare le rivolte in Nord Africa e in Medio Oriente. Il sultano conta di chiudere la partita con gli appalti nella ricostruzione in Libia (all'aeroporto di Tripoli e in diversi cantieri interrotti) e con il controllo del Nord della Siria dall'avamposto di Idlib. Ma intanto se ne sono andati miliardi nelle campagne militari di terra in Siria e in Iraq - in funzione soprattutto anti-curda - ed è quasi terminata la muraglia di quasi 800 chilometri lungo la frontiera tra la Siria e la Turchia, maxi opera pubblica anti-terroristi (per Erdogan soprattutto i guerriglieri del Pkk curdo) e anti-migranti tirata su dall'agenzia nazionale per la pianificazione edilizia Toki e dai governatori locali.

La pubblicità del canale di Istanbul.
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L'EPURAZIONE HA SVUOTATO LE RISORSE PUBBLICHE

La barriera alta tre metri per due e sormontata da filo spinato e da sistemi di sorveglianza di ultima generazione ha richiesto 80 milioni di euro solo in tecnologie per la sicurezza dall'Ue. Poi c'è il costo della risposta militare e degli epurati a quello che Ankara denuncia come il fallito golpe di luglio 2016: oltre 160 mila tra funzionari pubblici di esercito, magistratura, scuole e amministrazioni pubbliche e oppositori politici e dissidenti sono stati arrestati o estromessi dalle funzioni. Questione anche di impoverimento di università, dipartimenti statali e vertici dell'esercito e dell'intelligence di personalità scomode ma capaci, diverse di loro di lunga esperienza: lo svuotamento materiale e intellettuale di risorse statali ha favorito naturalmente la cerchia di civil servant e imprenditori fedelissimi di Erdogan, parecchi anche familiari o parenti del leader dell'Akp che comanda in Turchia dal 2003.

OPERE FARAONICHE E CONTRO L'AMBIENTE

Un'eternità, per creare un sistema di potere per spartirsi le ricchezze. Il «sogno folle», parole dello stesso sultano, è un nuovo canale da Istanbul parallelo al Bosforo: i 45 chilometri scavati tra foreste e terreni tra il Mar Nero e il Mar di Marmara sono l'opera infrastrutturale di punta, tra le più grandi al mondo, nel piano di quasi 220 miliardi di euro di fondi pubblici per gli investimenti. Il cantiere, come se ci fosse da spendere e spandere, è annunciato per il 2018, finita la grandiosa diga sul Tigri di Ilisu, nel Kurdistan: oltre un miliardo di euro per riempire un bacino di quasi 40 mila ettari e cacciare migliaia di curdi dalle loro terre. Sia il canale di Istanbul sia la diga di Ilisu, oltre a sperperare soldi pubblici, stravolgono l'ecosistema. Il figlioccio di Erdogan promosso tesoriere promette «se necessario» strette alla spesa pubblica, ma da ministro dell'Energia Albayrak ha spinto per anni le banche statali al credito facile alle società elettriche e di costruzione. Con una bancarotta rischiano molto anche le banche straniere che hanno prestato a una miriade di piccole e medie imprese private turche.

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