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26 Settembre Set 2018 1825 26 settembre 2018

Panorama ceduto a Belpietro: l'epopea di un settimanale storico

Il motto "I fatti separati dalle opinioni”. Lo stile british con Sechi. Le inchieste scandalo come quella sulla P2. Il racconto del potere. Cos'è stato il magazine che Mondadori ha lasciato dopo 56 anni.

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Da Lamberto Sechi a Maurizio Belpietro. Da chi ha costruito un giornale intorno al motto molto british "I fatti separati dalle opinioni” (e in fondo mai davvero applicato neanche da lui) al direttore de La Verità. Già nella serata di mercoledì 26 settembre, a Roma - alla festa per i due anni del giornale in programma sulla terrazza dell'hotel Star dalle parti del Cupolone - Belpietro dovrebbe annunciare di aver messo le mani su Panorama.

RIDUZIONE DELLO STIPENDIO PER I GIORNALISTI

Nello stesso giorno il cda Mondadori ha dato via libera all'operazione. In pratica è tutto definito: Belpietro, che ha già diretto quello che una volta era l’ammiraglia dell’informazione di Segrate, avrebbe avuto sia la testata a costo zero sia la garanzia che i giornalisti che lo seguiranno dovranno accettare una riduzione dello stipendio tra il 30 e il 40%. Da decidere ancora la nuova sede (nella chicchissima Porta Nuova o nel cuore di Porta Venezia) e se il settimanale sarà un allegato del quotidiano oppure un prodotto a se stante. In ogni caso per Belpietro un doppio colpo: perché rafforza la sua iniziativa editoriale, che ha appena lanciato il numero del lunedì, e perché ha strappato Panorama agli Angelucci, gli stessi editori che due anni fa lo cacciarono da Libero perché troppo anti-renziano.

Maurizio Belpietro, direttore de La Verità.
Ansa

Oggi Panorama vende in edicola 40 mila copie, troppo poche anche pensando agli altissimi costi di distribuzione. Deve essere in ogni edicola di un Paese lungo e stretto. Soprattutto non ha il peso politico e sociale di un tempo. E la mente corre a Lamberto Sechi, lo storico direttore che nel 1967 lo ha trasformato da mensile in settimanale sul modello di Der Spiegel, dell’Express e del Time. Roba sconosciuta in Italia.

STORICHE COPERTINE CON IMMAGINI DURE

Per rincorrere i più autorevoli l'Espresso (troppo radical chic) e i più borghesi L'Europeo e Epoca, sono arrivate copertine con immagini dure se non cruente, inchieste (sul terrorismo, sulle trame nere e dello Stato parallelo e sulla corruzione), grandi battaglie civili (come quella sul divorzio), ma soprattutto si è aperto al centrosinistra e al Partito comunista italiano (Pci), si è indagato seppure con distacco sui movimenti studenteschi. Tutto nel tentativo di slegare l’Italia e l’illuminata borghesia milanese dalla Democrazia cristiana. Anche contrastando chi negli anni appena successivi, come Bettino Craxi, provò a incarnare quello stesso cambiamento.

Lamberto Sechi.

Come detto, il mantra in redazione è sempre stato "i fatti separati dalle opinioni", stampato in copertina sotto la testata. Oppure ancora un motto di Sechi, «il direttore ha tanti amici e Panorama no», pronunciato come una preghiera laica dal direttore all'ultimo fattorino. Stile british e secco per articoli con tesi molto nette, politicamente schierati come si confà al giornalismo di successo di quegli anni. Ma la rivoluzione nella scrittura sta soprattutto nell’abolizione della prima persona, la guerra agli aggettivi, la scomunica ai toni sguaiati. I giovani di Sechi (gente come Claudio Rinaldi, Toni Pinna, Giulio Anselmi, Chiara Valentini, Carlo Rossella, Rachele Enriquez, Claudio Sabelli Fioretti) ricordano ancora con tenerezza tutte le riscritture alle quali erano soggetti i loro pezzi. Con il capo che faceva strani ghirigori sulle minute perché il ritmo e la prosa dovevano essere uniformi.

SABELLI FIORETTI: «SECHI CI HA INSEGNATO A COMANDARE»

Poi c’erano le cene a casa sua, le partite di pallone, sempre organizzate dal padre padrone. Sabelli Fioretti ha raccontato: «Una volta mi fece rifare un pezzo sul tennis 14 volte e non lo pubblicò. Ci ha difeso, quando il vecchio Mondadori chiedeva di licenziare "quelli delle stanze rosse". Ci ha insegnato a scrivere, a fare un giornalismo in anni nel quale era difficile essere in Italia liberali progressisti o di sinistra. Soprattutto ci ha assunto ragazzini e ci ha insegnato a comandare: 25 di noi siamo diventati direttori».

Una copertina sul caso Moro.

La stagione di Sechi si è conclusa nel 1979 dopo una burrascosa assemblea di redazione, dove i suoi giovani si ribellarono perché il direttore non voleva promuoverli a inviati. Qualche anno prima aveva accettato a malincuore di concedere loro di firmare i pezzi col nome al posto del più asettico pallino nero. Fatto sta che il capo - stanco - se ne ebbe a male: restò in Mondadori per un po' dove provò a fare il padre nobile della sua creatura, poi traslocò con alcuni dei suoi a L’Europeo.

CON ROGNONI IL RECORD DI COPIE VENDUTE: 360 MILA

Panorama con la direzione del suo successore Carlo Rognoni (fu lui a raggiungere il record di copie vendute in edicola, 360 mila) era sempre più vicino ai comunisti e fu il primo a parlare dello scandalo di P2. «Feci una copertina con la foto di un cappuccio e su scritto "l’Italia trema", ma per due mesi nessuno tremò», ha ricordato poi l’allora direttore. La barra non si spostò più di tanto, anche se l'editore provò a commissariare Rognoni, imponendogli come vice Carlo Gregoretti.

Oltre alle inchieste contro i socialisti, la degenerazione della politica e lo strapotere contro i boiardi di Stato arrivarono i pezzi sul cambiamento dei costumi e delle mode

Poi nel 1984 tornò Claudio Rinaldi e mai, come dice uno dei suoi inviati, Giampiero Mughini, «ci fu un Panorama più bello». Rispetto al suo maestro Sechi, Rinaldi concesse ai giornalisti di più spazio e abbandonò i toni seriosi per una scrittura più brillante e una titolazione più aggressiva. Alle inchieste contro i socialisti, la degenerazione della politica e lo strapotere contro i boiardi di Stato seguirono pezzi sul cambiamento dei costumi e delle mode che tanto fanno la felicità della pubblicità. Soprattutto Rinaldi - che le dinamiche del potere le aveva capite in Lotta continua - portò e raccontò sulle pagine del settimanale il potere della politica e dell’economia. Argomenti che tanto interessavano al nuovo editore Carlo De Benedetti.

NIENTE SCONTI SU MANI PULITE O CON LA LEGA

Dopo la guerra di Segrate e con l’arrivo di Silvio Berlusconi in Mondadori cambiò tutto. Il primo direttore Andrea Monti fece un prodotto ancora più british di quello di Sechi, quasi asettico nonostante i tanti nudi in copertina. Seppure fossero note le idiosincrasie del suo editore per la sinistra - ma forse spinto per la presenza di una redazione non certo berlusconiana - continuò a mostrarsi molto indipendente. Per esempio non fece sconti su Mani pulite anche quando il pool alzò il tiro sul Cav o raccontò la Lega - che ha contribuito a scoprire come fenomeno prima sociale e poi politico - in chiave negativa.

Andrea Monti.
Ansa

Complice un restyling non andato a buon fine, la Mondadori decise di puntare su Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista. L'Elefantino e il Tricheco provarono a fare un Panorama più aggressivo, più mordace, molto simile allo stile de l'Espresso. Voleva essere "L'Espresso di destra" e rinunciò a Enzo Biagi, ma accolse l'ex capo di Lotta continua, Adriano Sofri. Il prodotto era bello, vennero pubblicati anche saggi di carattere storico o letterario. E non mancavano inchieste che fecero scandalo come quella di Marco Gregoretti sugli abusi dei militari italiani in Somalia. Ottimo giornale, ma copie ancora in calo. E anche l'Elefantino fu costretto a fare un passo indietro. Anche perché i giornalisti - in questa fase arrivarono le prime firme di centrodestra - si lamentavano perché Ferrara faceva un «uso di collaboratori esterni che ha raggiunto un livello tale da rischiare di essere interpretato come un'implicita valutazione negativa della professionalità della redazione».

  • Alcuni dei numeri più "famosi" in epoca recente.

In quegli Ninni Briglia, già direttore di Epoca e potentissimo capo dei periodici, capì che il mondo stava cambiando e decise di fare di Panorama non un newsmagazine politico, ma un contenitore patinato che potesse sfidare in edicola i grandi Oggi e Gente e attrarre così i grandi inserzionisti. Un giornale d'attualità, per famiglie, dove la politica divenne via via soltanto uno strumento per appoggiare la causa berlusconiana. A questo corso si adeguarono più o meno tutti i direttori - Carlo Rossella, Pietro Calabrese, Giorgiò Mule, lo stesso Belpietro e Raffaele Leone - costretti a fare i conti sia con l'erosione delle copie vendute nell'era di internet sia con le richieste sempre più pressanti del marketing. Per la cronaca sia Calabrese sia Belpietro provarono a riscoprire le inchieste, ma il tempo era cambiato. Anche perché stava sparendo la pubblicità, l'unico serbatoio che teneva in piedi la baracca. Con il risultato che oggi la Mondadori può fare a meno di quello che un tempo era l'ammiraglia di Segrate.

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