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24 Novembre Nov 2018 1645 24 novembre 2018

Chi è Simone Marchetti, futuro direttore di Vanity Fair

Dagli inizi a Donna Moderna fino a Velvet e La Repubblica. Fino alla guida del magazine di Condé Nast. Storia di un fashion editor. 

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Nessuno scheletro nell’armadio. I suoi vecchi colleghi, alcuni perlomeno, sono pronti a metterci la mano sul fuoco: «Vestiti, giusto quelli puoi trovarci». Se la ridono, ma con un po’ di amarezza, che non hanno neanche interesse a nascondere. Chi ha avuto Simone Marchetti come collega nel gruppo Gedi non ha dubbi: «È qui con noi ancora per poco. Ma se lo merita». E anche i suoi ex capi sanno fin troppo bene che stanno per perdere un pezzo da novanta. Ancora qualche mese, infatti, e l’attuale fashion editor di Repubblica inizierà la sua avventura come nuovo direttore dell’edizione italiana del settimanale Vanity Fair.

LA RIVOLUZIONE DI CONDÉ NAST

L’uomo giusto al posto giusto, secondo le valutazioni di Condé Nast. Perfetto per prendere in mano la rivista di punta del gruppo, con l’obiettivo di completare la rivoluzione dell’informazione avviata a inizio anno con Lisa, il primo magazine social only e la scelta di Riccardo Pozzoli, ex amministratore delegato di The Blonde Salad, come direttore creativo di Social Talents, prima agenzia per influencer. L’obiettivo è chiaro: coniugare le tecnologie e i nuovi canali a disposizione e le esigenze della comunicazione di oggi. Probabile un cambio di rotta anche sul taglio editoriale del giornale stesso, dato che Simone Marchetti porta con sé una profonda conoscenza del mondo della moda, da sempre suo pane quotidiano e grande passione, assieme al teatro (la sua prima volta alla Scala è stata a 7 anni, e al Piermarini ha lavorato anche come maschera) e alla letteratura.

«INSTAGRAM? UNA PIATTAFORMA ECCEZIONALE»

Sarà il tempo a dirci se la scelta è stata azzeccata o meno. Di sicuro, Marchetti, un occhio attento ma soprattutto curioso nei confronti del web, dei blogger e degli influencer l’ha sempre avuto. I social network fanno parte della sua quotidianità. Story a portata di smartphone in ogni momento della giornata e fotografie quasi sempre caratterizzate dai suoi outfit, che a volte possono apparire eccentrici ma che restano pur sempre «molto raffinati» come assicurano molti giornalisti del settore. Scatti sul lavoro alternati a quelli in vacanza più qualche comparsata dei suoi compagni a quattro zampe, Kim e Rocky, due pitbull: eccolo qui, in buonissima sostanza, il profilo Instagram di Simone Marchetti, 45 anni nato a Seregno, laurea in Filosofia alla Statale di Milano. «Viviamo in un’epoca di storie e di possibilità innumerevoli di raccontarle grazie a Instagram, piattaforma eccezionale per veicolare contenuti e racconti», aveva dichiarato a Sky poco prima di iniziare la sua prima trasmissione tivù: Mix&Match ovviamente dedicata alla moda. Ma Marchetti non è solo social network, anzi.

A VELVET LO CHIAMAVANO «SAPIENTINO»

C’è chi vede i blogger con diffidenza. Per lui, al contrario, sono diventati veri e propri consulenti di azienda, non a caso sono le figure più ricercate come social media editor, capaci, prima degli altri, di usare al meglio i nuovi strumenti di comunicazione. Sua una delle prime interviste a Scott Schuman, uno dei pionieri del fashion blogging. Erano i tempi di Velvet dove Marchetti approdò nel 2006 sotto la direzione di Michela Gattermayer, uno dei nomi più influenti del giornalismo di moda italiano e oggi vicedirettrice di Elle. «Dodici anni fa il web non era certo sviluppato come lo è oggi», racconta Gattermayer a Lettera43.it, «ma ricordo bene che lui già era molto proiettato su di esso. Il problema era che io l’avevo assunto per la rivista». A Donna Moderna, dove Marchetti aveva mosso i primi passi, «aveva fatto parecchia gavetta», continua Gattermeyer. E a Velvet trovò una situazione apparentemente caotica, ma che all’interno nascondeva un certo ordine nel quale avevamo trovato il nostro equilibrio. Tutti facevano tutto, a ognuno toccava il 50% di rotture di scatole e il 50% dei lati più piacevoli del mestiere. Non ci mise molto ad ambientarsi, lui era avanti su tutto: lo chiamavamo Sapientino».

«IL SUO È UN DOPPIO TALENTO»

Non certo perché amava vantarsi, né andare in giro a dispensare gratuitamente la sua preparazione. Quel soprannome è dovuto al fatto che «era un vero e proprio smanettone». «Ogni volta che non funzionava qualcosa ci pensava lui», ricorda ancora la vicedirettrice di Elle. «Non appena usciva un sistema operativo nuovo lui già lo conosceva a menadito. Ah, e poi scriveva anche bene». «La sua curiosità lo faceva vedere lontano ed è per questo che mi sembra decisamente adatto come direttore di Vanity, il più giusto per i tempi che corrono», continua la giornalista. «Della sua generazione credo sia il migliore, e sapete perché? Il suo è un doppio talento. Ha lavorato per anni con chi i giornali sapeva farli per davvero e ha la curiosità per le novità di oggi, nella moda, ma non soltanto».

GLI INIZI CON LE DIDASCALIE A DONNA MODERNA

Il primo a dargli fiducia, facendogli scrivere un articolo, è stato Alessandro Calascibetta, l’attuale direttore di Style. Erano i tempi della rivista Uomo anche se, per ammissione dello stesso Marchetti la sua passione per la scrittura era già emersa durante i primi lavori nelle agenzie di comunicazione. La vita di redazione, quella vera, l’ha assaggiata a Donna Moderna, sotto Patrizia Avoledo e Cipriana Dall’Orto: per lui due giornaliste esigenti e con un grandissimo intuito. Non a caso fu proprio con loro che la rivista, nel 2011, scelse di non far più posare modelle di professione per far spazio alle donne “normali”: fu una piccola rivoluzione culturale. Qui Marchetti è partito da zero scrivendo didascalie, come una sorta di ragazzo di bottega. Eppure, per lui è proprio quello il periodo in cui ha imparato di più in assoluto. «Le dida? Sono lo scheletro del mio mestiere», ripete spesso.

«LA MODA È OVUNQUE»

Come detto però, quello che emerge soprattutto dai racconti dei suoi ex colleghi è una curiosità sempre forte, viva. «Merito della moda», risponde a chiunque glielo chieda. Ne conosce ogni sfumatura ed è in grado con estrema semplicità di inserirla in qualunque contesto. «La moda per me è entrare in una biblioteca e scegliere il libro che non abbiamo ancora letto. Non vai al ristorante con una poltrona sulla testa, un quadro sul corpo o con una macchina incollata alle gambe. Ci vai con giacca, pantaloni, gonna e camicia. Questo significa che sono gli abiti ad accompagnarci ogni giorno, a definirci e a condizionare i nostri movimenti», è una delle frasi che il futuro direttore di Vanity ripete con più costanza a chi lo interroga su cosa voglia dire essere fashion editor. Insomma, che piaccia o no, la moda è ovunque, e anche chi dice: "No ma non so niente, anzi, io la moda la odio" ne è comunque coinvolto.

L'UNICO DIFETTO? QUEL RITARDO A BACKSTAGE

Nell'allora gruppo Espresso, Simone Marchetti ha saputo farsi definitivamente strada. Dopo aver lasciato Velvet nel 2009 e diretto Victim, rivista indipendente, ha partecipato al lancio di D di Repubblica, iniziando a scrivere per il quotidiano, per l’Huffington Post e tenendo una rubrica su Affari e Finanza chiamata Backstage. Il suo caporedattore, Luigi Gia, però gliela sospese per un mese. «Lui ci teneva tantissimo, era libero di scriverci quello che voleva», spiega Gia, «ma consegnava il testo sempre in ritardo. Per me i professionisti devono essere in orario, siamo come capistazione. Lui mi ripeteva che aveva molto da fare, e infatti era sempre in giro, Parigi, Milano, New York. Gli credevo, ma per me era comunque un problema. Arrivava sempre lungo e per noi che aspettavamo al giornale per l’impaginazione i tempi erano eccessivamente dilatati». Rancori? Macché. «Avrebbe potuto mandarmi a quel paese ma lui non lo fece, anzi: da quel momento non consegnò più una sola volta in ritardo i suoi pezzi», continua. «Non per la paura che io potessi sospenderlo di nuovo, credo che avesse capito l’importanza della puntualità. E io agii in quel modo non certo per antipatia o cosa. Simone è un fuoriclasse, quello del ritardo, forse, era l’ultimo difetto rimasto. Adesso sono curioso di come si comporterà nel suo nuovo ruolo». Come a dire: sospenderà anche lui qualche rubrica se consegnata in ritardo o chiuderà un occhio per non sentirsi dire: «Dai, che lo facevi anche tu»?

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