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25 Novembre Nov 2018 0900 25 novembre 2018

Gedi-Repubblica, la cessione non è più un tabù

Un interessato ci sarebbe: è l'imprenditore ceco Daniel Křetínský, già azionista di Le Monde. Ma ogni possibile trattativa deve essere preceduta da una dura ristrutturazione.

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Ci sarebbe già un interessato, che in maniera molto discreta avrebbe bussato alla porta della famiglia De Benedetti, azionista di maggioranza assoluta e decisore di ultima istanza, ma anche di John Elkann, le cui azioni nel gruppo Gedi, per dirla alla Enrico Cuccia, pesano più di quel che contano. L’interessato che potrebbe comprare Repubblica e La Stampa si chiama Daniel Křetínský, classe 1975, giovane e ricchissimo imprenditore ceco di Brno assurto agli onori della ribalta per aver recentemente acquisito da Matthieu Pigasse il 49% della società attraverso cui l'imprenditore francese assieme ad altri soci controlla Le Monde, monumento dell’editoria transalpina che negli ultimi anni ha dovuto più volte fare i conti con la crisi del settore passando nelle mani di più padroni.

LA CESSIONE DI GEDI NON È PIÙ UN TABÙ

Gedi dunque come Le Monde? Per ora un dato è certo: la sua cessione non è più un tabù. Tutto dipende, ovviamente, dal prezzo. Che per Křetínský, visto il patrimonio di cui dispone, parrebbe essere l’ultimo dei problemi. I suoi interessi vanno dall’editoria (è azionista al 50% e presidente del Consiglio di amministrazione di Czech News Center, casa editrice leader nel mercato ceco) all’energia e al calcio (ha il 40% dello Sparta Praga).

L'imprenditore ceco Daniel Křetínský.

Pensare che un tempo, a domanda sul futuro dell’Espresso (da una cui costola figliò Repubblica) fondato da Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari, Carlo De Benedetti rispondeva secco: «Il nostro gruppo si chiama Editoriale l'Espresso, e io fin che vivo non chiudo tanto meno vendo». Ma da allora molta acqua è pasata sotto i ponti: l'azienda ha cambiato nome e anche un po’ pelle, l'editoria è sprofondata in una crisi da cui fatica a riprendersi, l'Ingegnere ha da poco compiuto 84 anni (festeggiati negli Stati Uniti) e pur godendo di ottima salute si limita a fare il padre nobile avendo lasciato a Rodolfo e Marco la guida operativa del gruppo. Cosa che non gli impedisce di essere spesso assai critico, anche pubblicamente, sulla linea di Repubblica.

I PROGETTI DEI DE BENEDETTI JUNIOR

Ma come spesso accade, i figli hanno progetti e ambizioni diversi dai padri. Marco, che è appena stato insignito a Parigi di una importante onorificenza come protagonista di spicco nel private equity, che di Gedi è il presidente, di mestiere è un pezzo grosso del potentissimo Carlyle Group, una delle più grandi società finanziarie del mondo. Rodolfo, che ha sempre considerato i giornali un business come gli altri, è presidente esecutivo di Cofide e Cir, la capogruppo operativa. Poi c’è Monica Mondardini, che dopo una epica litigata con l’Ingegnere ha mollato Repubblica e si è trasferita in pianta stabile a Milano a fare l’ad di Cir. I due, per la cronaca, si sono poi visti a pranzo e hanno fatto pace. Ma sul fatto che la signora pugno di ferro, il cui nome oramai salta fuori ogni volta che c’è un posto importante da coprire – solo per citare gli ultimi, si era parlato di Poste, Generali, Exor e ora Atlantia – resti ancora a lungo con i De Benedetti nessuno si sentirebbe di scommettere più di una pizza.

IL SENSO DI JOHN ELKANN PER I GIORNALI

Naturale che, a fronte di una congrua offerta, Gedi sia considerata più come un'occasione per fare cassa che partecipazione strategica e dunque invendibile. Alla pari dell'altro grande azionista dell'azienda che ha messo assieme due colossi dell'editoria come Repubblica e la Stampa: John Elkann. I tre eredi sono, anche se con modalità e tempi diversi, tutti convinti che sia arrivato il momento di vendere quello che per i loro padri e nonni era una intoccabile roccaforte che garantiva influenza e potere, cioè l’editoria e, per quel che riguarda Torino, l’automobile. Risuona, a molti anni di distanza, il perentorio quanto disatteso invito di Cuccia a Gianni Agnelli che stava per comprarsi la Rizzoli: «Avvocato, stia lontano dai giornali». È toccato molto tempo dopo al nipote John esaudire quell’invito, smobilitando prima la partecipazione nel Corriere della sera, e poi fondendo La Stampa e il Secolo XIX nel gruppo Espresso. In compenso, noblesse oblige, ha pensato bene di comprarsi l’Economist.

REPUBBLICA VERSO LA RISTRUTTURAZIONE

Che il gruppo Gedi (il cui nome piace solo agli appassionati di Guerre stellari) possa essere venduto è oramai un segreto di Pulcinella. Tutto, come abbiamo detto, dipende dal portafoglio del compratore. Ufficialmente però nessuno proferisce parola. Interpellati, i vertici del gruppo fanno solo capire che questo Křetínský è tutto meno che uno sconosciuto. Ma che non è il solo ad aver messo a Gedi gli occhi addosso. La bocca chiusa si spiega anche per un altro dirimente motivo: Repubblica è alla vigilia di una dura ristrutturazione il cui obiettivo è tagliare costi per 15 milioni di euro. L’organico del quotidiano si avvale di più di 400 giornalisti, un numero oggi iperbolico rispetto alle copie e ai ricavi. L’ad Laura Cioli, ha iniziato una trattativa sindacale dove aleggia lo spettro dell’inevitabile ricorso alla solidarietà. I giornalisti hanno risposto minacciando un nutrito pacchetto di scioperi. Si vocifera nei corridoi, ma anche qui nessuno si sbilancia, che la base della trattativa sia un taglio degli stipendi del 30% per trovare l’accordo al 20%.

OLTRE 2.400 DIPENDENTI

Prima di parlare dell’eventuale cessione, essa deve perciò essere portata a compimento. Chiunque compri non può trovarsi con il pesante fardello di oltre 2.400 dipendenti. Troppi rispetto a un giro d'affari che nel 2017 ha toccato i 636 milioni e registrato una perdita di 123 dovuta alla chiusura di un lungo contenzioso con il fisco. Migliori i risultati invece dei primi nove mesi dell’anno in corso, che hanno fatto segnare un fatturato di 469,7 milioni e un utile di 7,8. Ma preoccupa il deterioramento della posizione finanziaria netta negativa per oltre 124 milioni. Poi va viluppata l'integrazione tra le varie province dell'impero, che finora ha mosso timidi passi nell'online tra la Stampa e i quotidiani locali un tempo sotto l'ombrello della Finegil.

Carlo De Benedetti con Eugenio Scalfari.

IL GRUPPO VALUTATO INTORNO AI 300 MLN

Ma cosa c’è oltre a Repubblica e La Stampa dentro l’acronimo Gedi? Il quotidiano genovese Secolo XIX e le testate Finegil, i periodici (oltre a l'Espresso, Limes, Micromega o le Science), le radio (Deejay e Capital), le attività televisive. Ancora incerto il destino delle iniziative internet, come le edizioni italiane di Huffingtonpost e Business insider, e soprattutto della Manzoni, la prima concessionaria italiana non televisiva, la cui presenza è ancora più capillare dopo aver di fatto assorbito i clienti e il peso di mercato della Publikompass. Quanto vale il tutto? L'attuale capitalizzazione di Borsa è di poco inferiore ai 180 milioni di euro. Venerdì 23 novembre il titolo quotava 0,363 centesimi, il che significa che in un anno ha dimezzato il suo valore. Le simulazioni di alcune banche d’affari, fatte a perimetro intero, quindi Manzoni compresa, portano a una cifra intorno ai 300 milioni di euro

AZIONISTI RIUNITI A METÀ DICEMBRE

Ma qualcosa in più in questa direzione si capirà a metà dicembre, quando gli azionisti del gruppo si sono dati appuntamento. Parliamo della famiglia De Benedetti con il 43,780%, gli Elkann-Agnelli che attraverso Exxor controllano il 5,992, Giacaranda Maria Caracciolo di Melito Falck, che dal principe Carlo ha ereditato il 5,078, e Carlo Perrone, storico editore del Secolo XIX e forte di un altro 5%. Fino a qualche mese fa, i rumors davano per certa una crescita degli eredi dell'Avvocato, ma le ultime scelte - comprese quella di nominare come successore di Sergio Marchionne in Fca l'inglese Mike Manley e non l'italiano Alfredo Altavilla - dimostrano che il loro orizzonte strategico si allontana sempre di più dal Belpaese. Più articolata la situazione in casa De Benedetti, dove si susseguono le indiscrezioni. Si era parlato di una sorta di divisione tra i fratelli, con gli asset editoriali a Marco, e il resto a Rodolfo, convinto che l'editoria in Italia non abbia futuro (il terzo fratello, Edoardo, lavora da tempo come cardiologo in Svizzera, e non ha mai seguito le attività di Cir).

Ma ora lo schema della divisione appare superato. Piuttosto Marco e Rodolfo hanno valutato se mantenere il controllo della Manzoni, magari convertendola sempre di più sulla pubblicità online, arrivando alla conclusione che il gruppo senza la concessionaria e la sua rete perderebbe di appeal. Nel frattempo i rapporti con il padre sono migliorati, dopo un periodo di gelo in cui l’Ingegnere non perdeva occasione per criticare Repubblica e il suo direttore e financo il suo fondatore e compagno di molte battaglie Eugenio Scalfari, con cui però è arrivato a una epistolare rappacificazione. Racconta un vecchio amico di Carlo: «Il matrimonio tra Repubblica e la Stampa è stata un'unione di necessità, come si confà alle famiglie blasonate. Finora la fusione ha portato benefici importanti soltanto sul versante pubblicitario, qualcosa in meno sui costi gestionali, ma dal punto di vista strategico c'è molto da lavorare. E ci vuole tempo». Stando agli ultimi dati diffusioni, i due quotidiani vendono assieme poco più di 250 mila copie. Se pure ci mettiamo tutte le altre testate, le copie non raggiungono il mezzo milione.

Il direttore di Repubblica, Mario Calabresi.

IN CERCA DEL SUCCESSORE DI CALABRESI

A oggi, di fatto, l’integrazione tra i due partner non ha cambiato granché: La Stampa restare sotto il cappello degli Elkann-Agnelli e Repubblica dei De Benedetti. I fratelli stanno valutando anche la nomina di un nuovo direttore al posto di Mario Calabresi, con il quale una volta concluso il piano di ristrutturazione, e visto che non si sono mai amati, il divorzio sarà consensuale. Il giornalista, legatissimo a Elkann che si battè invano per portarlo in via Solferino, dice apertamente di voler fare altro. Per lui si parla di una posizione in Google News Europa (infatti, appena può, non disdegna di frequentare Richard Gingras, gran capo di Google News mondo) e, più di recente, della possibile presidenza della Ferrari. E già girano alcuni nomi del possibile successore, a cominciare da Ferruccio de Bortoli, che oggi è una lussuosa riserva della Repubblica (nomen, omen) dei giornali. L'ex direttore del Corriere e del Sole 24 Ore, per altro, ha di recente aggiunto alle sua numerose attività: editorialista di via Solferino e del Corriere del Ticino, presidente di Vidas e Longanesi, la pratica dello yoga. Forse perché alla ricerca di un'attitudine zen e una calma olimpica necessari per affrontare i bellicosi spiriti di Largo Fochetti?

Battute a parte, la realtà vera è che i De Benedetti non sanno proprio su chi puntare. Ed è ovvio che sia così: prima di fare qualsiasi nomina, onde evitare di sbagliarla, occorre capire che giornale si vuole fare. Perché, se è vero che la Repubblica di oggi non piace ai suoi editori e piace sempre meno ai suoi lettori, quella di domani è tutta da costruire. Partendo da tre convinzioni: che la fogliazione sia ridondante, la metamorfosi verso il digitale ineluttabile, e che il cerchio magico delle storiche firme che se non pubblicano ogni giorno vanno in crisi di astinenza debba essere spezzato. Quelle firme che, per amor di cronaca, si ritroveranno la mattina del 25 novembre al romano teatro Brancaccio per un raduno in difesa della libertà di stampa. Una orgogliosa chiamata alle armi contro quei poteri ottusi e cechi (pardon, ciechi) di chi vorrebbe limitarla.

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