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30 Novembre Nov 2018 1346 30 novembre 2018

Sandro Mayer nel ricordo del collega Renzo Magosso

Per 20 anni a suo fianco a Gente, l'amico racconta il direttore scomparso: «Aveva un istinto unico per cogliere cosa volevano leggere i lettori, cosa pensava la gente normale».

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Era il direttore della gente. Quello che più di ogni altro scandagliava i sentimenti popolari, si appassionava ai modi di dire e alle abitudini delle persone semplici, ai regionalismi, ai tradizionalismi e alla cultura dell’Italia dei vicoli. Di ogni latitudine. Che fosse carta stampata o piccolo schermo il linguaggio di Sandro Mayer, scomparso il 30 novembre all’età di 77 anni, era un lessico semplice e curioso, che parlava alle persone che si incontrano per la strada. E questa sua caratteristica era la stessa che voleva incarnassero i giornali che ha diretto, da Bolero a Novella 2000, da Epoca fino a Di Più, il giornale che ha fondato quando a 65 anni i francesi di Hachette (subentrata a Rusconi nella pubblicazione di Gente) gli dettero il benservito perché «volevano un direttore più giovane» e quando tutti gli dicevano che sarebbe stato un azzardo tuffarsi in un nuovo prodotto editoriale. «Aveva una testa napoletana, anche se non era nato a Napoli ma sua mamma era di lì», racconta Renzo Magosso, per 20 anni caporedattore al suo fianco al periodico Gente e suo amico intimo.

DOMANDA. Che direttore e che giornalista era Sandro Mayer?
RISPOSTA. Lui viveva di giornalismo. Era un titolista eccellente, forse perché i titoli li scovava tra le righe di quello che leggeva. Non li pensava prima che l'articolo fosse scritto. Aveva un istinto unico per cogliere cosa volevano leggere i lettori, cosa pensava la gente normale. Al di là delle idee sulla politica o trascendendo anche la cultura. Quando chiedeva un intervista magari mi diceva: «Sì ma tu gli hai chiesto se ama una animale?». Questa era la sua natura.

Una caratteristica che traspariva anche dalle immagini e dalle copertine delle riviste che dirigeva.
Esattamente. Catturava l’attenzione attraverso le foto che pubblicava. Ricordo che odiava le didascalie di cinque righe. Voleva che nelle descrizioni delle immagini si raccontasse cosa pensava la persona fotografata, far 'vivere' le pagine. Prima di lui Gente usciva in edicola con copertine dorate. Ecco le odiava. Diceva che l’azzurro del cielo, un colore rassicurante per le persone, avrebbe fatto vendere molte più copie.

E poi era un vulcano di idee e iniziative. Come i gadget che infilava nelle sue riviste.
Pensava: «D’estate i villeggianti vogliono godersi i pomeriggi sotto l’ombrellone, regaliamo delle carte da gioco col giornale». Aveva ragione lui. Ha portato Gente da 300 mila copie a picchi durante la bella stagione di un milione e mezzo.

E che tipo era nella vita privata?
Non tornava a casa a cena. Amava frequentare ristoranti dove ci fossero i vip. Gli piaceva essere riconosciuto. Ma allo stesso tempo possedeva una strana riservatezza. In redazione non mangiava mai in mensa, si rinchiudeva nel suo ufficio e se qualcuno entrava sorprendendolo a tagliare una mela arrossiva. Amava che le persone pensassero che fosse bravo, ma allo stesso tempo se qualcuno glielo diceva si imbarazzava.

E caratterialmente?
Era appassionato per il suo lavoro. Arrivava per primo in redazione e si aspettava che stessimo incollati alla sedia e ai televisori fino a tarda sera. Che vivessimo della sua stessa passione. E poi era duro, inflessibile. Solo una volta l’ho visto piangere: era morto il cane che aveva regalato a sua figlia.

Ci racconta qualche aneddoto che ha vissuto con lui?
Ricordo che a Napoli mi portava a San Gregorio Armeno, la via dei presepi. Una volta fu rapito da una mamma che comprava la statuetta di un bimbo con le orecchie d’asino per metterla sotto l’albero al figlio che era andava male a scuola. Mi disse: «Vedi, questo è il modo di comunicare degli italiani!». Oppure mi spiegava il motivo per cui gli automobilisti ignorassero i semafori: per lui era un’espressione di individualità. Era uno dei modi in cui le persone comunicavano la loro diversità, si mostravano agli altri. Come quando si indossa una giacca dai colori sgargianti.

E del populismo di Salvini e Di Maio, che parlano alla 'pancia' del Paese, cosa pensava?
No, non gli piacevano. Non amava l’opportunismo di chi cavalca il sentimento popolare sul potere o su denaro. Non era questo per lui il modo di interpretare gli italiani.

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