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5 Dicembre Dic 2018 1129 05 dicembre 2018

Nell’era del web, carta e tivù sono fondamentali per il “cittadino ibrido”

Televisione, giornali, radio e web hanno caratteristiche diverse nel mondo dell'informazione. Un comunicatore professionista deve saperli interpretare al meglio e capire la loro costante evoluzione.

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La morte annunciata dei giornali non è più una notizia. Da anni, infatti, esperti e professionisti della comunicazione riconoscono che all’emorragia di copie cartacee corrisponde un lento declino della stampa tradizionale, colta alla sprovvista dall’avvento ormai totalizzante del web e dei social media. Seppure basate su dati incontrovertibili, queste analisi rischiano però di fornirci una chiave di lettura troppo parziale dei trend che contraddistinguono il nostro contesto sociale. L’opinione pubblica, certamente legata in modo fortissimo ai contenuti informativi e non veicolati dalla Rete, non può però prescindere da altri canali, che si confermano vitali e in costante evoluzione: non solo la carta stampata (quotidiani e settimanali), ma anche la televisione e la radio sono protagonisti del tempo libero degli italiani. In queste settimane che ci separano dalla fine dell’anno è dunque utile fermarci a riflettere sui trend di questo 2018 e sui fenomeni che possono aiutarci a definire strategie di comunicazione sempre più efficaci e in linea con i nostri obiettivi.

LA TELEVISIONE CONTINUA A ESSERE LA PREFERITA DAGLI ITALIANI

Nella nostra analisi è utile passare in rassegna i dati presentati domenica 2 dicembre dal politologo Ilvo Diamanti sulle pagine di Repubblica. In un lungo articolo dedicato al rapporto tra italiani e informazione, Diamanti sintetizza le evidenze emerse dal decimo sondaggio condotto da Demos-Coop sui canali più utilizzati nel nostro Paese per «farsi un’opinione». In cima alla graduatoria si conferma la televisione, uno strumento utilizzato quotidianamente dall’80% degli italiani. Un primato che non desta sorprese, ma che va letto nell’ambito di un contesto sociale completamente diverso rispetto a quello degli scorsi decenni: alla moltiplicazione dei canali e alla frammentazione dei vecchi palinsesti, è corrisposto infatti l’emergere di una modalità di fruizione totalmente inedita. Guardare il nostro programma preferito non è più un appuntamento fisso con un orario immodificabile, ma un’attività che possiamo compiere quando e dove vogliamo, in modo totalmente sganciato dall’effettiva messa in onda. Inoltre, l’esperienza di spettatore non si esaurisce nel salotto di casa nostra, ma si amplifica tramite la condivisione “in diretta” sui social network, a partire dal sottovalutato Twitter.

LA RADIO NON CESSA DI RIMANERE UN PUNTO FERMO

Inutile dire che il web è ormai pervasivo, non solo per i momenti di evasione: per due terzi degli italiani rappresenta una fonte di informazione irrinunciabile. Presidiare il digitale non è più una scelta, ma una necessità che riguarda tutti gli ambiti, dal marketing alla politica. Sorpresa positiva, ma non totalmente inaspettata, è la resilienza della radio, che dimostra un trend stabile nell’ultimo decennio (quattro italiani su 10 la indicano come mezzo di comunicazione irrinunciabile della loro vita quotidiana). Anche in questo caso è l’ibridazione a farla da padrone. In particolare, la “radio-visione” ha rappresentato una novità di grande impatto, unita alla capacità dei social media di fare da “cassa di risonanza” per quello che viene diffuso in onde Fm. Quante volte ci troviamo a discutere di interviste radiofoniche che non abbiamo ascoltato direttamente, ma che sono giunte a noi tramite il tam-tam della Rete? E quante volte riusciamo a riascoltare la nostra trasmissione preferita scaricando semplicemente un podcast?

I GIORNALI ANCORA SCELTI DA CHI HA INCARICHI DI RESPONSABILITÀ

Il dato più interessante dello studio è quello sulla carta stampata, croce e delizia della comunicazione. A sfogliare i quotidiani ogni giorno sono due italiani su 10, mentre a leggere i settimanali sono oltre la metà. La carta, che potrebbe apparire “antiquata” nell’era degli smartphone, conserva un’autorevolezza difficilmente scalfibile (il 42% degli intervistati dichiara di nutrire molta fiducia). Il vero fattore critico, anche in questo caso, è il mix di vecchi e nuovi media: per il 56% degli italiani è naturale mixarne almeno tre, in un rimpallo continuo tra la carta, la timeline dei social network e la pagina web in costante aggiornamento delle principali testate. Per questo la vitalità dei quotidiani, non misurabile solo in termini di copie vendute nelle edicole, è un elemento da non trascurare nell’elaborazione delle nostre strategie di comunicazione.

La predominanza del digitale non comporta per forza un inaridirsi della valenza di un mezzo, ma piuttosto una graduale rimodulazione del suo impatto. Chi legge i giornali, Diamanti ce lo conferma, ricopre solitamente posizioni di responsabilità in ambito pubblico e privato, è alla ricerca di argomentazioni, di idee, di analisi non comuni dello scenario in cui si muove l’istituzione o l’azienda di appartenenza. Costruire una buona presenza sulla stampa, oltre a permetterci di raggiungere il pubblico diversificato di lettori, ci consente di posizionarci anche in questa dimensione, di trasmettere messaggi mirati ai nostri interlocutori, di dare risalto ad iniziative magari complesse, ma che hanno un’alta valenza strategica.

Il compito dei comunicatori professionisti è adottare le lenti più adatte per leggere i cambiamenti dell'informazione

Quale “lezione” possiamo dunque trarre dall’analisi firmata da Ilvo Diamanti? Il compito dei comunicatori professionisti non può limitarsi a prendere atto delle scosse telluriche che hanno sconvolto il panorama dell’informazione, ma deve piuttosto adottare le lenti più adatte per leggere questi fenomeni. Se le abitudini di fruizione dei cittadini diventano sempre più ibride e cross-mediali, tali devono essere anche le nostre strategie per raggiungerli.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma.
Twitter @gcomin

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