Der Spiegel caso relotius
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21 Dicembre Dic 2018 0940 21 dicembre 2018

Chi è il reporter dello Spiegel che inventava bufale

Giornalista dell'anno. Pluripremiato e ripreso dai media internazionali. Invece quello di Claas Relotius era solo un bluff. 

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Storie troppo belle, con il senno di poi, per essere vere. E che, infatti, si sono rivelate bufale. È un colpo al cuore per der Spiegel la scoperta che una delle sue migliori penne, il giovane e pluripremiato – in Germania e all'estero – reporter Claas Relotius ha falsificato «su larga scala» alcuni dei suoi reportage esclusivi che avevano fatto il giro del mondo, pubblicati nell'edizione inglese del magazine tedesco e che erano stati ripresi da prestigiose testate internazionali. Lo yemenita per 14 anni ingiustamente incarcerato a Guantanamo, la testimone alle esecuzioni letali negli Usa, il racconto del ragazzino di Daraa che, scrivendo sui muri contro Assad, avrebbe acceso le rivolte siriane, infine i vigilanti statunitensi al confine con il Messico, con i quali è venuto a galla tutto.

NEL 2014 REPORTER DELL'ANNO PER LA CNN

Alla fine si è scoperto che le citazioni dei vigilanti Usa (foto comprese), come ha ammesso il giornalista che per giorni ha lavorato con Relotius per realizzare il reportage, erano inventate o scopiazzate da altri giornali, addirittura dal New York Times. Il reporter non ha mai parlato con loro, come invece spacciava nei suoi articoli. Azzardava Relotius, che ha lavorato anche per Süddeutsche Zeitung, die Welt, die Zeit, Frankfurter Allegemeine Zeitung, l'edizione tedesca del Financial Times e Time, e nessuno ne ne accorgeva, tanto la stima verso di lui era incondizionata. Così le testate pubblicavano a occhi chiusi i suoi lavori anche da freelance. Nel 2014 la Cnn lo aveva premiato come giornalista dell'anno, neanche 30enne. Il 3 dicembre scorso, sempre a Relotius, era andato per la quarta volta il premio annuale di reporter tedesco, per l'intervista-reportage dello scorso giugno al 13enne di Daraa, che il giornalista sosteneva di aver realizzato via whatsapp e con una fotocamera.

La sede dello Spiegel.

L'ALIBI DELLE FONTI RISERVATE

La storia che Mouawiya Syasneh fosse stato l'iniziatore delle rivolte del 2011 girava da un po' in Rete e, ovvio, Relotius non se l'era fatta scappare. Per la giuria, composta dai mostri sacri del giornalismo tedesco, «un testo di leggerezza e allo stesso tempo di densità e rilevanza ineguagliabili e che», passaggio profetico, «non lascia mai trasparire le sue fonti». Le gole profonde sono un terreno sul quale neanche i fact-checker dello Spiegel, un team di 60 esperti di vari ambiti, si possono avventurare. Così come gli spostamenti personali: si verifica se corrispondono i nomi citati e tutte le indicazioni, idem per i documenti raccolti, inclusi quelli riservati; ma non gli alberghi e biglietti presi dai giornalisti. La segretezza delle fonti resta, come da regole di giornalismo anglosassone, un totem.

MAGO DI PROSA E COLLAGE

C'è da mettersi le mani nei capelli, perché il metodo Relotius consisteva nel fiutare le storie eccezionali su altre testate, riprendere i nomi da articoli già pubblicati (anche anni fa) con una ricerca quasi maniacale, e cucire ad hoc dichiarazioni e dettagli inventati (mischiando a volte anche le identità dei protagonisti). Così, con geniali collage e una prosa brillante, Relotius montava ad arte storie e personaggi: chissà se Syasneh è mai stato contattato via whatsapp... Per copiare invece bastano i ferri del mestiere. Dallo Spiegel ammettono che «purtroppo come altri suoi lavori, anche quello si è rivelato un manufatto pieno di fantasia». Almeno 14 dei 60 articoli a sua firma sarebbero frutto di manipolazioni e si teme che i finti reportage siano ancora di più. «Un lutto in famiglia», hanno ammesso i colleghi che hanno stentato fino all'ultimo a credere alla denuncia sul modus operandi.

Uno dei reportage falsificati.

LE FALLE DEI FACT-CHECKER

Alla fine la redazione è stata costretta a informare i lettori che la firma idolo dei giovani, uno dei redattori più in vista e stimati, «non era un giornalista ma uno che inventava spesso favole». «Intenzionalmente, metodicamente e con una grande energia criminale». Relotius si è bruciato: è stato costretto alle dimissioni e si sta valutando di revocagli i riconoscimenti ricevuti. Lo sconcerto è grosso e non solo in Germania, perché se nel quartier generale dello Spiegel si stracciano le vesti e si annuncia l'istituzione di una commissione di controllo ancora più severa, è molto strano che il team in carica non si sia accorto delle bufale. Mentre al collega di Relotius, Juan Moreno, era bastato poco per notare che la foto di un vigilante americano "intervistato" nel reportage era in realtà quella di un altro vigilante, apparsa sul Nyt già nel 2016, i "controllori" dello Spiegel non avevano battuto ciglio.

VITTIMA DELLA PRESSIONE?

Il magazine famoso per le inchieste e leader nella tiratura ha ammesso che si tratta di «uno dei punti più bassi in 70 anni di vita». Ma la sua credibilità in realtà non era mai stata così in dubbio. E se da una parte la condanna di quanto emerso è durissima, dall'altra il team continua a giustificare Relotius: lui dice di essere stato spinto a barare «dalla pressione di non fallire per il successo», il vicedirettore si chiede «quale terrore interiore dovesse vivere, con tutti i premi e gli elogi e allo stesso tempo a sapere quel che faceva». Alcuni colleghi lo descrivono come umile e dimesso, ma secondo altri Relotius avrebbe provato per giorni a far passare l'onesto Moreno per un suo stalker. Il giudizio più obiettivo, a proposito di giornalismo, sta forse nel tweet della Welt: «Ha abusato del suo talento».

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