Kim Jong Un
Minaccia nordcoreana
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25 Dicembre Dic 2017 1500 25 dicembre 2017

Corea del Nord, genesi dei millennial made in Pyongyang

Sono nati tra la fine degli Anni 80 e i 90. E cresciuti durante la grande carestia. Quando si ruppe il patto tra il Partito comunista e i cittadini. Chi è riuscito a passare il confine ora vive all'estero. Le loro storie.

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«Salivo sui treni senza biglietto. Se i controllori mi inseguivano saltavo sui tetti, come James Bond». «Quando avevo sedici anni, dal mio quartiere spariva almeno una ragazza alla settimana. Sapevamo che sarebbe stata venduta come moglie a un cinese». «D'inverno il fiume che segna il confine con la Cina ghiacciava e potevamo far rotolare un secchio dall'altra parte. Allora qualche anima buona ci metteva qualche soldo e ce lo rimandava indietro». Sono le voci dei millennial nordcoreani che raccontano il loro Paese. Quella Corea del Nord che ci spaventa ma non conosciamo affatto. Sappiamo della dinastia dei Kim, di quel regime comunista che sperimenta missili e testate nucleari. Demonizziamo la minaccia di una nuova guerra atomica ma niente di più. Così l'ong canadese Liberty in North Korea (LiNK) ha raccolto le testimonianze degli esuli per produrre un documentario significativamente intitolato Jangmadang Generation, fruibile liberamente dal sito del Washington Post.

Sono i ragazzi nati tra la fine degli Anni 80 e i 90. Gente cresciuta durante la grande carestia quando il governo non fu più in grado di garantire abbastanza cibo per la sua popolazione. È allora che il patto tra il Partito comunista e i cittadini si è rotto ed è cominciata a nascere un'economia informale. Vendere era proibito, ma sopravvivere era una necessità più potente del rispetto delle regole. Tra il 1994 e il 1998 sono morti di fame e di freddo tra 240 mila e 3,5 milioni di nordcoreani, a fronte di una popolazione complessiva di 22 milioni. Il cibo era razionato, e le razioni diminuivano di giorno in giorno anche a causa di funzionari di ogni livello che mettevano via parti sempre più ingenti delle derrate comuni. Solo nelle campagne si riusciva a trovare qualcosa da mangiare. Ed è in quel periodo che bambini e ragazzi hanno cominciato a trafficare e a contrabbandare. A quanto raccontano i protagonisti di questo documentario – tutti ormai fuori dal loro Paese – si cominciava rubando qualche spiccio, si comprava nelle campagne, si rivendeva maggiorato. Ad ogni transazione i ricavi aumentavano un po' e ci si spostava a rivendere più lontano. Il salto era arrivare a una somma sufficiente per contrabbandare dalla Cina.

IMPRENDITORI PER NECESSITÀ. Nel giro di pochissimo tempo i mercati - jangmadang in coreano – erano ovunque. E quei gracili ragazzini erano diventati imprenditori per necessità. Come raccontano, all'inizio le merci venivano confiscate e i mercati sgomberati dalle forze dell'ordine. Ma rinascevano così in fretta e numerosi che fu impossibili mettergli un freno. Nonostante divieti e ferree regolamentazioni, nel 2008 il 70% delle famiglie viveva di queste compravendite illegali e dell'indotto che producevano. Se lo stipendio medio statale era di due dollari, chi entrava in questo business arrivava facilmente a 15. E insieme a una maggiore ricchezza cominciavano a diffondersi anche informazioni sull'estero. Soprattutto attraverso film e serie tivù. Dvd che entravano illegalmente nel Paese che venivano copiati e passati di mano in mano. Una cultura cinematografica che veniva condivisa solo con chi era veramente fidato, spesso coprendo il televisore con una coperta per evitare che i vicini si insospettissero. Ma alcuni prodotti, specie le serie sudcoreane, erano talmente diffusi da essere detonatori di moda.

Una ragazza che ora vive a Los Angeles racconta come si è arricchita vendendo gli abiti che indossavano le attrici e imparando a comporne le acconciature. Certo non erano cose che si potevano pubblicizzare. Mandava gli amici in giro vestiti esattamente come i divi sudcoreani, chi doveva capire capiva e li seguiva fino al suo magazzino. Dalle scritture cinematografiche i ragazzi imparavano anche le geografie urbane della modernità, l'emancipazione femminile e la musica pop. Imparavano che i capitalisti se la passavano meglio di loro e che ringraziare il proprio leader più volte al giorno come in una preghiera non era un'usanza comune negli altri Paesi. E sviluppavano una curiosità irrefrenabile. Non è un caso che nell'ultimo decennio si contano almeno 10 mila defezioni: nordcoreani che sono scappati all'estero mettendo a rischio la propria vita e affrontando le più incredibili avventure. Per ognuno che riesce a ricostruirsi una vita altrove però, almeno 10 finiscono male. Non ci sono dati sulle esecuzioni capitali, ma tra gli 80 e i 120 mila nordcoreani sono tutt'oggi rinchiusi nei campi per i prigionieri politici.

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