Trump Vittoria
L'America di Trump
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5 Gennaio Gen 2018 1109 05 gennaio 2018

Usa, il caso Bannon spinge Trump verso l’apertura a sinistra

La polemica con l'ex fedelissimo allontana dall'alt-right il presidente. Che ora potrebbe dedicarsi al suo elettorato di riferimento: i lavoratori della Rust Belt. E trovare la sponda Dem. Come sulla riforma infrastrutturale.

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La recente polemica tra il presidente americano Donald Trump e l’ex fedelissimo Steve Bannon la dice lunga sul precario stato di salute della destra statunitense. Eppure, al di là delle accuse più o meno fondate lanciate contro l’inquilino della Casa Bianca, questa diatriba – sino a pochi mesi fa inimmaginabile – fotografa un parziale cambio di rotta nella strategia presidenziale. Un cambio di rotta che potrebbe avere profonde ripercussioni soprattutto a livello elettorale. Per lungo tempo, l’estrema destra americana (la cosiddetta alt-right) è stata considerata uno dei principali zoccoli duri della base trumpiana. E, per quanto non abbia mai rappresentato la maggioranza dell’elettorato di Trump, ha spesso messo in imbarazzo la Casa Bianca. Qualcosa, però, è iniziato a cambiare durante l’estate. In seno allo staff presidenziale, si è man mano delineato uno scontro netto tra due correnti: una tendenzialmente liberal, guidata dalla figlia di Trump, Ivanka; e una ultraconservatrice, radunatasi attorno allo stesso Bannon. D’altronde, non è mai stato un mistero che i due non si amassero particolarmente.

IL FATTORE IVANKA. È stata Ivanka, alla fine, a vincere il braccio di ferro, provocando di fatto il siluramento del battagliero stratega, che – nononostante la sconfitta – se ne era tornato prontamente a dirigere la sua rivista ultraconservatrice, Breitbart. Un modo per cercare di proseguire a esercitare una certa influenza politica sulla Casa Bianca. Tanto che, nelle scorse settimane, Bannon si è adoperato non poco per presentare candidati radicali, in grado di contendere il seggio ai senatori repubblicani moderati in cerca di riconferma per le elezioni di metà mandato del 2018. Peccato per lui che questa strategia non sembra decollare. Poche settimane fa, il suo candidato, l'ultraconservatore Roy Moore, ha inopinatamente perso nella corsa per il seggio senatoriale in Alabama. Una sconfitta cocente, tanto più perché avvenuta in uno Stato profondamente repubblicano. La batosta ha ulteriormente indebolito la posizione di Bannon nell’universo Gop, sancendo un nuovo allontanamento da Trump, che vede nel suo ex stratega sempre più un estremista barricadiero e controproducente in termini elettorali.

Il resto è storia recente. Le rivelazioni diffuse da Bannon nel suo nuovo libro, con la conseguente reazione piccata della Casa Bianca, non fanno altro che peggiorare un rapporto in crisi nera. E, per quanto il direttore di Breitbart stia cercando di gettare acqua sul fuoco nelle ultime ore, è molto difficile che l’idillio col suo vecchio principale possa tornare quello di un tempo. Ma che cosa significa politicamente questo stravolgimento? Molto probabilmente qualcosa di più di un semplice battibecco personale. La posizione traballante di Bannon mette in luce un indebolimento progressivo cui sembra soggetta l’estrema destra americana. Un indebolimento che potrebbe aiutare il presidente a liberarsi dal ricatto elettorale rappresentato dalle frange radicali. Si tratta di un fattore che potrebbe, cioè, consentirgli non solo un miglioramento di immagine ma anche la possibilità di dedicarsi maggiormente al suo elettorato di riferimento (la classe lavoratrice impoverita della Rust Belt), magari cercando di allargare i suoi consensi ad altre quote elettorali. È possibile, insomma, che l’influenza di Ivanka si faccia sentire all’interno dello Studio Ovale. E che tutto ciò possa tradursi con un ammorbidimento del trumpismo ortodosso.

VENTO FAVOREVOLE. Trump, del resto, non è un repubblicano classico: non lo è mai stato. Ragion per cui buona parte dell’Elefantino ha cercato (e cerca ancora oggi) di mettergli i bastoni tra le ruote. Trump, per l’elettorato americano, è più un indipendente. Un pragmatico dalle venature populiste, in grado di avanzare un programma elettorale costellato di elementi eterogenei. Un politico spregiudicato, per quanto inesperto, che – nonostante tutto – gode adesso di una fase favorevole. A dicembre, è riuscito a far approvare la sua riforma fiscale, mantenendo una importante promessa elettorale. Una riforma in puro stile reaganiano, che ai democratici non è affatto piaciuta. Eppure, per il 2018, il presidente ha dichiarato di voler rispolverare un suo vecchio cavallo di battaglia: quella riforma infrastrutturale di cui più volte aveva parlato ai tempi della campagna elettorale e che è invece poi – almeno sino ad oggi – caduta del dimenticatoio. Non senza una ragione. Il piano proposto dal magnate prevedeva (e prevede) infatti una serie di corposi investimenti che dovrebbero sorgere da una combinazione di finanziamenti pubblici e privati. Un piano che, secondo molti repubblicani ortodossi, “puzzerebbe” di statalismo, ricordando il New Deal di rooseveltiana memoria.

POSSIBILE CONVERGENZA COI DEM. Ecco che dunque, per Trump, potrebbero crearsi gli spazi per un’apertura a sinistra. Se la riforma delle tasse non poteva non piacere a larga parte dell’Elefantino, sulla questione infrastrutturale appare – almeno teoricamente – più possibile una convergenza con i democratici. Del resto, proprio per la sua natura politicamente atipica, Trump potrebbe risultare adatto a governare con maggioranze variabili. Senza mai dimenticare che anche un mostro sacro per i conservatori come Ronald Reagan ottenne i principali successi della sua presidenza grazie all’appoggio dell’Asinello (dal fisco agli esteri). E lo stesso Trump, a settembre, aveva timidamente teso la mano ai democratici sulla questione dell'immigrazione. Nonostante lo scompiglio, la rottura con Bannon potrebbe rivelarsi provvidenziale per Trump. Aiutandolo ad abbandonare i settarismi ideologici, per abbracciare una visione più pragmaticamente realista alla Henry Kissinger. Allargare il consenso, fiaccando i nemici e - soprattutto - i falsi amici: questa potrebbe essere la strategia di un uomo che, molto probabilmente, guarda già alle Presidenziali del 2020.

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