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Proteste in Iran
Iran: ucciso 1 agente, morti sono 13
DIPLOMATICAMENTE
11 Gennaio Gen 2018 1322 11 gennaio 2018

Abbiamo aperto gli occhi sull'Iran: ora non chiudiamoli

Prima delle proteste, troppa poca attenzione era stata riservata alle politiche controverse di Teheran. Nel Paese cova un malcontento che ha radici profonde. E che non va dimenticato.

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Fino a poche settimane fa era difficile trovare analisi o comunque commenti contenenti giudizi critici sulle condizioni socio-politico-giuridiche dell’Iran e sulle modalità con le quali questo importante Paese era ed è impegnato anche militarmente nella marcia vincente in Medio Oriente, dal Libano alla Siria, dall’Iraq al Bahrein, in contrapposizione a un’Arabia saudita ormai perdente nella competizione per la leadership regionale; per non parlare dello Yemen, di cui si condannavano, giustamente, le sanguinose stragi di innocenti perpetrate dalla coalizione militare a guida di Riad, ma nello stesso tempo si sorvolava non solo sulla causa di tale intervento – cioè sul colpo di Stato, non certo incruento, scatenato dagli Houthi contro il legittimo Presidente Hadi – ma anche sulle nefandezze loro addebitabili, forse quantitativamente ma non qualitativamente minori, in questa guerra fratricida; e sul sostegno crescente, anche in termini di armamenti, assicurato loro dall’Iran.

I SEGNALI NON MANCAVANO. Era in buona sostanza difficile non intravvedere come la generale cattiva stampa di cui è fatto oggetto il regime saudita – che reputo largamente giustificata dai fatti – abbia in qualche modo propiziato una sorta di velo sulle verità del regime iraniano non meno scomode di quelle riservate alla sua antagonista. Ci voleva il presidente francese Emmanuel Macron per porre in primo piano il fatto che lo sviluppo della missilistica e l'espansione della influenza nella regione – che lo stesso ex leader americano Barack Obama aveva definito “destabilizzante” – stesse e stia tuttora collidendo con la dichiarata volontà dell'omologo iraniano Hassan Rohani di condurre una “politica costruttiva”? Forse bastava dare adeguato rilievo alle obiettive corresponsabilità iraniane nello scatenamento della politica repressiva del presidente siriano Bashar al Assad contro una rivolta portata avanti a mani nude e poi fatalmente sfociata poi in una sanguinosa guerra civile, peraltro ancora in corso dopo sette anni. Un Assad che si spera venga giudicato un giorno per i suoi crimini da una Corte internazionale anche per essere stato calamita del pernicioso sciame jihadista ancora non del tutto sconfitto.

QUEI LIMITI IN MATERIA DI DIRITTI. Sarebbe stato e sarebbe tuttora appropriato rammentare la perniciosa cifra terroristica del sodale Hezbollah e la storia degli interventi “esterni” della famigerata Quds Force guidata dal generale Qasem Soleimani. Lo stesso dicasi per i severi limiti osservati in materia di rispetto dei diritti umani che l’avvento di Rohani non ha sostanzialmente modificato. Intendiamoci, non faccio queste osservazioni per allinearmi a quanti denunciano il Joint Comprehensive Plan of Action, comunemente detto Accordo sul nucleare iraniano, come un’intesa che non si doveva fare. Penso al contrario che tale accordo abbia rappresentato un risultato positivo che va a merito di Obama e degli altri cinque leader (di Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania) impegnati nel conseguirlo con grande tenacia.

Tuttavia, allo stesso tempo ritengo che la stessa ratio che li ha ispirati avrebbe dovuto indurli non a ignorare – o a concordare di non trattare - bensì a dare concretezza e verificabilità anche all’aspettativa di un cambio di registro in politica interna e soprattutto alla volontà, enfaticamente richiamata dallo stesso Rohani, di un approccio costruttivo a livello regionale e internazionale. E ciò anche per evitare che, invece che all’auspicato equilibrio auto-ricercato tra le potenze regionali perseguito da Obama e dal quintetto che lo ha accompagnato nel negoziato, si finisse per dare ulteriore forza alla già esistente avversione nei riguardi di Teheran proprio in ragione del fatto che tale accordo ne aveva fatto una potenza tanto meno contendibile quanto più ambiziosa di prima. Circostanza questa ben rispecchiata, tra l’altro, dal cospicuo incremento delle spese militari, favorito dallo scongelamento delle decine di miliardi di dollari avvenuto grazie alla firma (e all’osservanza dei termini) dell’accordo sul nucleare. Avversione incrementata dalla presa di posizione anti-iraniana di Donald Trump e dalla stessa sconfitta dell’Isis cui l’Iran ha dato comunque un contributo non trascurabile.

IL POTERE RIVENDICATO DAI PASDARAN. L’evidente sorpresa causata dall’onda di proteste che hanno attraversato l’Iran dalla fine di dicembre in avanti è anche figlia del velo che ha in qualche modo coperto la realtà del regime di Teheran. E ha costretto anche gli analisti più ispirati a una logica di realpolitik ad aggiornare il loro giudizio sulle reali condizioni socio-economiche e giuridiche del Paese e delle crepe apparse nella sua struttura politico-istituzionale, e dunque nell’equilibrio dei suoi poteri all’interno e in definitiva nella sua stabilità. Può aver fatto sorridere la perentorietà con la quale Mohammed Ali Jafari, capo del Corpo delle guardie rivoluzionarie, ha dichiarato la «sconfitta della rivolta» quando in realtà le proteste non erano (e non sono) cessate anche se è subentrata una sostanziale tregua in conseguenza della fitta maglia di controllo steso sull’intero Paese dalle forze di sicurezza. Ma non fa sorridere l’attacco di sapore tristamente vetusto alla sobillazione alla rivolta addebitata agli «Stati Uniti, ai sionisti e ai sauditi». Né può lasciare indifferenti la constatazione del potere decisivo rivendicato dai Pasdaran in materia di controllo dell’ortodossia rivoluzionaria e dunque della stabilità del Paese.

UN MALESSERE DA NON TRASCURARE. Oggi si impone una rigorosa analisi della profondità del malcontento popolare che da prettamente economico si è mutato molto rapidamente in politico e ha posto in rilievo come, da Paese vincente e proteso a una pressocchè conclamata supremazia regionale, l’Iran ha manifestato sintomi di un malessere profondo e diffuso di cui non si può più non tenere conto; neppure nel valutare il merito del suo posizionamento e della sua politica nella regione e sul piano internazionale. Ed è motivo di rammarico rilevare come tutto ciò stia avvenendo in un momento in cui anche da Teheran – forse in una salutare gara di modernizzazione con l’Arabia Saudita - stavano arrivando positivi segnali di riconsiderazione della condizione della donna nella realtà islamica sciita. Per Rohani si tratta di una sfida oltremodo delicata alla quale è chiamato a rispondere con tempestività e lungimiranza ma rispetto alla quale sta manifestando una rischiosa incertezza che la custodia cautelare imposta a Mahmud Ahmadinejad dai Pasdaran non attenua e rischia anzi di accentuare.

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