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17 Gennaio Gen 2018 1001 17 gennaio 2018

Corea, l'utopia del disgelo attraverso lo sport

A Pyeongchang le due delegazioni sfileranno assieme. Ma al Sud storcono il naso. E la rappresantiva comune non piace a nessuno. Le manovre di Kim e i fugaci avvicinimenti del passato non convincono. 

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Sembrava impossibile e, invece, il 9 febbraio il mondo intero assisterà ancora alla sfilata della bandiera della riunificazione coreana. Ai Giochi olimpici di Pyeongchang si ripeterà quanto già accaduto a Sidney 2000, Atene 2004 e Torino 2006, ma la partecipazione della Corea del Nord alla XXIII edizione delle Olimpiadi invernali sarebbe comunque passata alla storia.

LA PRIMA VOLTA DI UN PAESE IN GUERRA. Per la prima volta nel Dopoguerra la nazione ospitante si accinge ad accogliere sul proprio territorio gli atleti di un Paese col quale ha formalmente aperto un conflitto. Grande attesa è riposta sui possibili benefici che la diplomazia sportiva potrebbe apportare al disgelo tra le due Coree, ma il rischio che l'operazione si riveli una gigantesca operazione d'immagine o poco più è difficile da escludere.

LA SQUADRA DI HOCKEY PIÙ DIVISA CHE UNITA. Lo certificano le prime crepe all'accoglienza da parte di Seul della spedizione nordcoreana, i cui componenti per ora restano ancora da stabilire. Un esempio? Le parole spese dal commissario tecnico della nazionale di hockey Sarah Murray, secondo cui l'ipotesi divenuta realtà che alcune giocatrici del Nord possano unirsi al suo team suona come un «danno». Di ritorno dalla preparazione negli Usa, Murray non ha usato mezzi termini: «Credo sia ingiusto nei confronti delle nostre giocatrici che hanno guadagnato la loro occasione e credo meritino di andare alle Olimpiadi». Il talento oltre il 38esimo parallelo, ha detto, «non è sufficiente per fare la differenza». Le atlete, da parte loro, scrive la Reuters, sarebbero furiose e non avrebbero alcuna intenzione di gareggiare con delle «straniere».

I SUDCOREANI CONTRARI ALL'UNICA BANDIERA. Poca cosa, si dirà, se non fosse che le parole di Murray sembrano riflettere il desiderio di un popolo, quello sudcoreano, di mantentere le distanze dai vicini, come dimostra un sondaggio condotto lo scorso 11 gennaio da un'emittente di Seul che vede il 70% degli abitanti del Sud contrari allo scenario, allora soltanto ipotetico, di sfilare sotto un vessillo comune. Orgoglio nazionale, ma pure scetticismo nei confronti di un nemico difficile da non considerare tale, e non solo sul ghiaccio. Tanto da allestire petizioni firmate da migliaia di cittadini per impedire che la riunificazione sportiva diventi realtà.

LA SPEDIZIONE A PYEONGHANG VIA TERRA. A Pyeongchang il Nord invierà 550 membri, tra cui 230 cheerleader, 30 atleti di taekwondo in missione solo dimostrativa e 150 atleti paralimpici. Il comunicato congiunto ha sciolto anche il nodo su come la delegazione di Pyongyang raggiungerà il Sud: ha prevalso la «rotta occidentale via terra» che passa dalla zona industriale a sviluppo congiunto di Kaesong, enclave del Nord. Il corposo pacchetto, in vista della missione a Losanna che Nord e Sud faranno per trattare l'operazione con il Comitato olimpico internazionale in una riunione già fissata per il 20 gennaio, include anche un evento culturale al monte Kumgang, località turistica in Corea del Nord, e una sessione congiunta di allenamento degli atleti prima della cerimonia di apertura al Masikryong ski resort, struttura fortemente voluta da Kim Jong-un e non lontana da Wonsan, città sulla costa orientale e luogo di test di missili a medio raggio.

Se da un lato è innegabile che i colloqui tra i rappresentati dei due Stati in corso in questi giorni per definire numeri e modalità del contingente destinato a Pyeongchang possano aiutare a distendere i toni, dall'altro va ricordato come i precedenti passi avanti compiuti sul fronte sportivo siano stati poi celermente accantonati per lasciare spazio a nuove minacce reciproche.

IL PING PONG AVANGUARDIA DEL DISGELO. Dopo il boicottaggio da parte di Pyongyang dei Giochi di Seul del 1988, nel 1991 fu concordato, per la prima volta dall'inizio delle ostilità, di presentare un'unica squadra per partecipare ai Mondiali di tennistavolo. La rappresentativa comune ebbe un'eco tale da esssere celebrata persino attraverso un film. L'evento, però, non ebbe ripercussioni reali a livello diplomatico. Malgrado l'anno prima, in un clima decisamente più disteso di quello attuale, fosse andato in scena un doppio match tra le Nazionali negli incontri passati alla storia come «le partite della riunificazione».

LO SCONTRO DURANTE IL MONDIALE NIPPO-COREANO. D'altronde, anche ad Atene, nel 2000, le due delegazioni marciarono unite per la prima volta sotto la bandiera che sarà rispolverata a Pyeongchang, ma ciò non impedì a Pyongyang, in occasione del Mondiale di calcio nippo-coreano del 2002, di aprire il fuoco contro le navi del vicino mentre la Nazionale di Guus Hiddink si giocava la finale per il terzo e quarto posto con la Turchia, traguardo mai raggiunto prima dalla selezione asiatica. Le vittime sudcoreane furono sei, in uno scontro che molti analisti bollarono come un estremo tentativo di distogliere l'attenzione dal momento di gloria nazionale di Seul.

I DUBBI SULLA STRATEGIA DI KIM. Ora il discorso di Capodanno di Kim Jong-un sembra avere acceso una nuova speranza nei colloqui di pace. La volontà comune di favorire la partecipazione della coppia di pattinatori del Nord Ryom Tae-ok e Kim Ju-sik è stata, tuttavia, da molti letta come un'apertura del regime che pretende di essere ricompensata. Un pensiero condiviso anche dal capo delegazione del Giappone al vertice di Vancouver, secondo cui «la delegazione della Corea del Nord starebbe solo cercando di guadagnare tempo, con i colloqui incentrati sulla partecipazione alle Olimpiadi invernali e nel frattempo non fa altro che avanzare il programma di sperimentazione nucleare».

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