Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare
Emergenza migranti
Holot profughi
11 Febbraio Feb 2018 0900 11 febbraio 2018

Israele, il piano di Netanyahu per accogliere solo ebrei

Le migliaia di richieste d'asilo rifiutate o ignorate. La grande prigione nel deserto per stranieri. Il prelievo del 20% sui loro stipendi. Ora l'espulsione di massa in Africa di 40 mila profughi. Verso la Libia e Lampedusa.

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Nelle strade della liberale Tel Aviv si protesta e il cuore dei dimostranti non sono gli arabi filo-palestinesi o i laburisti e la sinistra contrari ai tagli e alla colonizzazione della Cisgiordania. La maggioranza è composta stavolta da migliaia tra immigrati e richiedenti asilo africani che respingono la cacciata verso uno Stato terzo non ancora specificato da aprile 2018, disposta dal governo di estrema destra per quasi 40 mila tra eritrei e sudanesi. «Condanna a morte», «deportazione» sono le parole impresse sugli striscioni di protesta e gridate nei cortei che in uno Stato come Israele fanno un certo effetto. Lo Stato dei rifugiati, come viene giustificato soprattutto dagli europei, che prende forma come Stato etnico e religioso.

ARRESTI ED ESPULSIONI FORZATE. Tra le misure per realizzare lo Stato ebraico l'ultima è il foglio di via, dal 4 febbraio, ai maschi eritrei e sudanesi senza figli con i visti in scadenza (in Israele devono essere rinnovati ogni 2 mesi): entro la fine di marzo ci sono 3.500 dollari a testa e il biglietto aereo come incentivi, poi le autorità potranno passare agli arresti e alle espulsioni forzate. Fonti d'apparato in Israele indicano ufficiosamente Ruanda e Uganda come i Paesi di un accordo segreto sui ricollocamenti forzati (negli atti la destinazione si promette «stabile» e «tremendamente sviluppata nell'ultimo decennio»). Ma nei due Stati africani si nega di aver firmato alcunché e si starebbe studiando di convertire in carcere a tutti gli effetti il centro israeliano di detenzione per migranti - di quasi 3.400 posti - di Holot nel deserto.

Proteste a Tel Aviv.

GETTY

Quarantamila espulsi in Israele sono una città. Il governo di Benjamin Netanyahu tenuto in piedi dall'ultradestra religiosa e sionista non scherza e negli ultimi sondaggi il 66% degli israeliani gli dà ragione, nonostante l'appello a fermare il piano della società civile e di un gruppo tra intellettuali, dirigenti e sopravvissuti all'Olocausto. Altri vecchi ex deportati nei campi di sterminio si schierano contro gli «infiltrati» classificati da Netanyahu migranti economici. In realtà si tratta di circa 38 mila africani (tra loro il 72% dall'Eritrea e il 20% dal Sudan), entrati nel Paese prima che nel 2012 fosse completata una barriera di 220 chilometri alla frontiera con l'Egitto e da allora ignorati o rifiutati come richiedenti asilo in fuga dal regime eritreo e dalla guerra in Darfour.

11 RIFUGIATI IN 10 ANNI. Dal 2009 solo 11 rifugiati (10 eritrei e un sudanese) sono stati accettati tra le circa 15 mila domande, meno dell'1%, e a 200 sudanesi è stato riconosciuta la protezione internazionale, dai dati di dicembre 2017 dell'ong israeliana The Hotline for Refugees and Migrants quasi 7.300 richieste d'asilo sono pendenti da anni: numeri incompatibili con gli standard internazionali sulla tutela dei diritti umani. A maggior ragione con l'espansione in corso dell'occupazione di Israele della Palestina, in violazione delle risoluzioni dell'Onu, l'innalzamento dal 2002 del muro con la Cisgiordania e i lavori per una nuova barriera sul confine conteso con il Libano, lungo la linea blu. Israele cura negli ospedali i feriti della guerra Siria (inclusi i combattenti di al Nusra e di altre sigle jihadiste) ma poi non li accoglie da rifugiati.

Dal 2017 è in vigore anche una legge che obbliga i datori di lavoro a trattenere il 20% dello stipendio a eritrei e sudanesi con visto temporaneo

RInchiusi a Holot.

GETTY

Anche la proposta del governo di ammettere un centinaio di bambini orfani siriani è caduta nel vuoto. Le politiche d'accoglienza di Israele sono le più chiuse tra i Paesi occidentali, di fatto inesistenti verso non ebrei: le poche centinaia di profughi che dal 2013 sono riuscite a entrare illegalmente dalla rotta egiziana, attraverso il Sinai, spesso non hanno fatto richiesta d'asilo per non venire identificate e respinte. Da marzo, secondo indiscrezioni, l'Autorità israeliana per la popolazione e l'immigrazione invierà anche una settantina di «ispettori speciali» a rintracciare chi tra loro vive e si mantiene in nero e chi li aiuta a lavorare in ristoranti, locali o con altre occupazioni. Da maggio 2017 è in vigore anche una legge che obbliga i datori di lavoro a trattenere il 20% dello stipendio a eritrei e sudanesi con visto temporaneo.

DA ISRAELE ALLA LIBIA. Per la «legge sui depositi» l'importo sottratto va in un deposito su un conto speciale aperto dal governo, sbloccato e restituito agli immigrati quando abbandonano il Paese. I 3.500 per la loro uscita vengono offerti da anni: in 20 mila tra eritrei e sudanesi li hanno accettati e alcuni hanno raccontato di essersi ritrovati senza le garanzie in Ruanda. L'alternativa è essere rinchiusi nel centro di Holot (gestito dal servizio carcerario), costruito a Sud nel 2013 in mezzo al Negev, che già ospita 1.200 stranieri. Alcuni lo preferiscono all'odissea in Africa e invitano a restare: abbandonati a se stessi, centinaia di espulsi intraprendono poi il viaggio d'inferno verso l'Europa, attraverso la Libia e il Mediterraneo, lo ha denunciato anche l'Unhcr dell'Onu.

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