Erdogan
15 Febbraio Feb 2018 1719 15 febbraio 2018

Usa-Turchia: perché sono in rotta (e cosa succede se strappano)

Lo scontro aperto sulla questione curda in Siria. Il flirt tra Ankara e Mosca. La battaglia ideologica su Gerusalemme. Le grane dietro l'incontro tra il presidente turco e il segretario di Stato Usa.

  • ...

Il segretario di Stato americano Rex Tillerson è in Turchia per una visita di due giorni in cui sono previsti incontri con il presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo omologo Mevlut Cavusoglu. Tillerson, da molti considerato il “poliziotto buono” della politica estera Usa (con Donald Trump nella parte del cattivo), è impegnato in un tour mediorientale in cui, si presume, mostrerà agli alleati la faccia più rassicurante e istituzionale di Washington. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha sostenuto recentemente che le relazioni bilaterali con gli Usa «sono a un punto molto critico». Sono diverse le questioni che dividono i due Paesi alleati, e il numero di incontri ad alto livello – l'11 febbraio tra il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca H.R. McMaster e il suo omologo, il 15 tra i ministri della Difesa, Jim Mattis e Nurettin Canikli – mostra il senso di urgenza che si è venuto a creare.

PERCHÉ SONO IN ROTTA

1. Siria: Washington appoggia i curdi nemici di Ankara

I rapporti tra Ankara e Washington sono molto tesi su diversi temi, ma a mettere in crisi l'alleanza storica è soprattutto negli ultimi mesi il supporto americano ai curdi siriani dell'Ypg, che la Turchia considera terroristi e sta assediando da gennaio nell'enclave di Afrin, nel Nord della Siria. Erdogan ha anche minacciato a più riprese di allargare l'intervento militare verso Est nella regione di Manbij, controllata dai curdi ma dove stazionano anche le forze speciali Usa, facendo crescere i timori di un eventuale confronto diretto. La Casa Bianca non ha intenzione di farsi da parte in Siria: lo stesso Tillerson ha assicurato che il contingente americano resterà nel Paese, e i curdi sono l'unica forza sul territorio cui Washington può appoggiarsi. «Dobbiamo obbedire tutti alle regole interne della Nato. Se dite che l'Ypg e il Pyd (la milizia e il partito curdi-siriani, ndr) sono organizzazioni terroristiche, e queste attaccano i vostri alleati della Nato, allora dovete affrontarle», ha dichiarato Erdogan.

2. Russia: Erdogan tiene i piedi in due scarpe

La crisi tra Usa e Turchia è anche frutto della politica ambigua e mutevole che Ankara sta seguendo da ormai più di due anni. Erdogan cerca di guadagnare più spazio di manovra e più potere contrattuale possibile restando in bilico tra la storica alleanza con la Casa Bianca e la rinnovata amicizia con il Cremlino, risorta dopo il tentato golpe contro Erdogan nel luglio 2016. Il gioco, un grande classico, è quello di tenere buone le due potenze minacciando di schierarsi con l'altra. In questa prospettiva va letto l'accordo tra Turchia e Russia per la produzione di batterie missilistiche S-400, di tecnologia russa. Così come vanno lette le trattative sulla Siria che Erdogan sta portando avanti in via esclusiva con Putin e Rohani. Ankara fa parte dell'Alleanza Atlantica, e fare accordi militari con il Cremlino è una chiara provocazione agli alleati occidentali.

3. Gerusalemme: la battaglia sul piano simbolico

La decisione di Trump di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, e di spostare l'ambasciata nella città eterna, non ha fatto che allontanare ulteriormente Usa e Turchia. Il 13 dicembre 2017, sette giorni dopo la decisione epocale del tycoon, Erdogan ha radunato a Istanbul i 57 Paesi dell'Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic) dopo aver proclamato Gerusalemme «linea rossa dei musulmani» e minacciato la fine dei rapporti con Israele. Il presidente turco si è fin da subito messo a capo della protesta del mondo musulmano contro il ribaltamento della politica americana sulla questione palestinese. È dall'inizio delle primavere arabe (2011) che il Sultano ha fatto uscire la Turchia dal suo tradizionale isolamento cercando di porsi come punto di riferimento per i Paesi della regione. La polemica su Gerusalemme è stata un'altra occasione per ottenere questa leadership, ma ha naturalmente peggiorato i rapporti con Washington.

LE CONSEGUENZE DI UNO STRAPPO

1. La Nato: per l'Alleanza Ankara è un tassello fondamentale

Nonostante i rapporti siano ai minimi storici e i toni siano sempre più duri, è improbabile che si arrivi a una rottura definitiva. In tal caso, a farne le spese sarebbe innanzitutto la Nato. La Turchia è un elemento fondamentale per l'Alleanza (il suo è il secondo esercito più grande dopo quello americano) e la sua partecipazione è vitale per entrambe le parti. Ankara si metterebbe contro il mondo occidentale e si butterebbe completamente nelle braccia della Russia, mentre Washington perderebbe un alleato militarmente ed economicamente potente come quello turco (tanto meno per vederlo finire nella rete di alleanze di Mosca). Un salto nel buio per entrambi. Lo stesso segretario alla Difesa americana James Mattis, al termine della ministeriale della Difesa Nato, ha garantito l'appoggio di Nato e Usa alla Turchia per quanto riguarda le sue «legittime preoccupazioni sulla sicurezza».

2. La geopolitica: sul lungo termine Erdogan rischia

Dal punto di vista geopolitico e sulla politica a lungo termine, Usa e Turchia sono alleati naturali: dal primo giorno del suo mandato, Trump ha rinforzato la tradizionale amicizia con il blocco sunnita in funzione anti-sciita. In quanto membro della Nato e nel blocco sunnita, nello scacchiere mediorientale la Turchia è più vicina all'asse Usa-Arabia Saudita che a quello Russia-Iran. Ankara, inoltre, condivide con Washington un importante obiettivo sul lungo periodo: la rimozione di Bashar al Assad dalla guida della Siria. La condivisione di target strategici non elimina comunque il rischio di un escalation tra i due Paesi, anche se probabilmente limitata. Se non si dovesse arrivare a un accordo, Erdogan potrebbe per esempio impedire all'aviazione Usa la base di Incirlik, nel Sud-Est del Paese e fondamentale per i raid americani in Siria e Iraq. D'altra parte, Trump potrebbe reagire imponendo sanzioni sul governo turco. Difficile, in ogni caso, che il braccio di ferro si spingerà fino al vero e proprio conflitto armato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso