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17 Febbraio Feb 2018 1500 17 febbraio 2018

El Chapo raccontato da Almazán, sceneggiatore della serie Netflix

I primi anni a Sinaloa. Le differenze con Escobar («Lui non regalava soldi, era avaro»). Un destino lontano dal carcere. Storia e segni particolari del boss simbolo del narcostato messicano.

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da Guadalajara

Al narcotrafficante Joaquín “El Chapo” Guzmán non è piaciuta per niente la serie che Netflix e Univisión hanno realizzato sulla sua vita. E, secondo Alejandro Almazán, uno degli sceneggiatori, gli andrà giù ancora meno nelle prossime stagioni. «Fin dal primo episodio ti dice: questo tipo è un sociopatico, la gente lo capisce da subito; poi nella seconda stagione si vedrà un mostro e nella terza un infame», spiega a Lettera43.it il giornalista e scrittore messicano, autore di diversi libri sul narco, fra i quali El más buscado, basato sulla vita del leader del Cartello di Sinaloa che attualmente è rinchiuso in un carcere degli Stati Uniti in attesa di processo per capi di accusa come delinquenza organizzata, riciclaggio, traffico di armi e di droga.

NERVI TESI CON NETFLIX. La prima stagione mostra gli inizi del Chapo come trafficante, dalla sua gioventù sulle montagne di Sinaloa dove raccoglieva oppio, i suoi viaggi per trasportare droga negli Stati Uniti, fino al suo primo arresto e reclusione nel carcere di massima sicurezza dell’Altipiano. Il tutto basato su indagini giornalistiche, con un tocco immancabile di fiction, che mostra aspetti nascosti di un boss che per molti è un mito. Per gli avvocati del Chapo si tratterebbe invece di discriminazione «perché lo mostrano come un criminale spietato e senza affetti», per cui recentemente avevano reso nota l’intenzione di denunciare Netflix, rea di usare il nome e la figura di Guzmán senza il suo consenso. Poi, per non dover affrontare un altro procedimento legale negli Stati Uniti, non se ne è fatto niente. Ma per Almazán l’obiettivo della serie è andare oltre la figura del Chapo, e raccontare un pezzo della storia recente del Messico e della guerra internazionale al narcotraffico. La seconda stagione de El Chapo è uscita da poco. E il giornalista ne svela a Lettera43.it alcuni dettagli.

DOMANDA. Cosa racconta la serie sul Chapo che non sia già stato detto?
RISPOSTA.
È una serie che parla del “narcostato” messicano, ed El Chapo è solo un pretesto per raccontarlo. È una serie che denuncia, che non fa apologia. Tutti noi che l’abbiamo realizzata, vogliamo che quando finisce la terza stagione la gente senta ribrezzo per El Chapo. Ma non solo per lui: anche per gli americani e il governo messicano. Perché è la triade che ha fatto a pezzi questo Paese. Nella prima stagione si tratta i narcos e la politica; nella seconda e la terza, la “narcopolitica”.

D. Quanto c’è di reale e quanto di fiction?
R.
Cerchiamo di ottenere verosimiglianza, più che realtà. Ci sono fatti reali, oscuri, della storia del Messico, e altri che sono riprodotti in maniera simbolica. Come per esempio la giornalista che nella prima stagione è uccisa quando sta indagando su alcuni stupri commessi da un generale dell’esercito. Lì si rappresenta, da una parte, l’omicidio del giornalista Manuel Buendía (uno dei primi a svelare l’ingerenza della Cia e del narcotraffico nella politica del Paese) e gli stupri perpetrati negli Anni 80 dagli agenti di Javier Coello Trejo, un personaggio losco della politica messicana.

D. E per quanto riguarda El Chapo?
R.
Abbiamo rispettato ciò che hanno pubblicato i mezzi di comunicazione, incorporando ovviamente altre informazioni che si sono sapute con gli anni e le inevitabili leggende.

D. Qual è il ruolo che ha rivestito la stampa in questi anni di “narcostato”?
R.
La serie El Chapo è un tributo al giornalismo messicano che è andato oltre la versione ufficiale. Io mi son messo a leggere libri di colleghi, come Il Cartello di Sinaloa di Diego Enrique Osorno ed Estraditato di Juan Carlos Reyna. È senza dubbio una serie che non segue la narrativa ufficiale.

D. Per esempio?
R.
Nella prima stagione mostriamo che l’omicidio del cardinale Juan Posada nell’aeroporto di Guadalajara fu commesso dallo Stato con l’aiuto del capo Amado Carrillo, e che non fu dovuto a una confusione tra narcos che volevano ammazzare El Chapo, come dice la versione ufficiale. Nella seconda stagione ci sono fatti ancora più brutali, vediamo i presidenti Vicente Fox e Felipe Calderón, e la guerra ai narcos. Ci sono tutti quelli che hanno fatto di questo paese un mare di sangue.

D. È El Chapo il narcotrafficante più rappresentativo?
R.
Diversi narcos hanno segnato la storia del Messico, in determinati momenti. El Chapo, invece, è la storia del Messico dagli Anni 70 fino ad oggi. La seconda e la terza stagione non gli piaceranno per niente. Siamo riusciti a decostruire il personaggio, mostrare ciò che di lui è reale, falso o mito. Per esempio, sappiamo che El Chapo è un tipo avaro, non è vero che regalava soldi alla gente come faceva Pablo Escobar. Dava lavoro, ma lavoro lo dà qualsiasi narco.

D. Nella vita reale, che fine farà El Chapo?
R.
Io penso che finirà in una casa in California, senza problemi e ritirato dal business. Prima o poi dovrà negoziare con le autorità statunitensi, lui è stato informatore della Dea per tanti anni e sa molte cose. Gli americani lo tratteranno bene, non credo che lo vedremo morire in carcere.

D. Ci sarà nel futuro un altro Chapo, un altro boss dei boss?
R.
El Chapo probabilmente non è mai stato il jefe de jefes, ma soltanto il più visibile. Potrebbe arrivarne un altro, per esempio El Mencho, il leader del Cartello Jalisco Nuova Generazione, anche se ha uno stile differente. O El Chapo Isidro, che ha costruito un grande impero con il cartello dei Beltrán Leyva, e ad oggi è uno dei più ricercati dall’Fbi. Qualcuno ci sarà: i banditi non finiscono mai.

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