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BASSA MAREA
25 Febbraio Feb 2018 1400 25 febbraio 2018

Tra Cina e Vaticano è ancora presto per proclamare un vincitore

Avrà avuto la meglio chi avrà ottenuto o mantenuto alla fine più potere nella nomina dei vescovi. E la situazione è molto più intricata di quanto possa sembrare a prima vista.

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Non sarà difficile capire chi ha ottenuto di più, se ci sarà presto come sembra un’intesa fra Pechino e il Vaticano sullo status e l’organizzazione gerarchica della comunità cattolica cinese, preludio a veri rapporti diplomatici. Avrà avuto la meglio chi avrà ottenuto o mantenuto alla fine più potere nella nomina dei vescovi. In Cina ci sono circa 13 milioni di cattolici e sono una goccia nel mare, meno dell’1% forse, di una popolazione di 1,4 miliardi. Pochi, ma tenaci nel tempo. I rapporti con il potere comunista sono stati prima pessimi, dal 49, arrivando nel 51 alla rottura diplomatica Vaticano-Pechino. Vi furono vere persecuzioni, sostituite poi negli ultimi 40 anni da una generica ostilità, controlli, detenzioni in genere brevi, discriminazioni, da ultimo peggiorate con norme restrittive sulle assemblee religiose.

UNA CHIESA DAI DUE VOLTI. C’è un centinaio di diocesi, affidate in genere a vescovi che fanno capo con vari livelli di convinzione alla Cpca, la Chiesa ufficiale o Chinese Patriotic Catholic Association, di obbedienza governativa. Questi formano la Conferenza episcopale cinese, finora non riconosciuta da Roma. Alcuni di questi vescovi sono stati dichiarati scismatici da Roma, altri ma non tutti sono chiaramente dei funzionari governativi, altri non hanno chiuso i canali con il Vaticano. E c’è la chiesa “sotterranea”, cui fa capo la maggioranza dei fedeli , ligi a Roma, con i suoi vescovi ordinati spesso clandestinamente, a volte tuttavia di fatto capi riconosciuti dell’intera comunità cattolica locale e come tali noti anche al governo, e con preti e fedeli che si riuniscono come possono e riconoscono, in campo religioso, il solo potere papale. È una situazione variegata.

Il tentativo di dialogo risale agli anni di Giovanni Paolo II e fu continuato da Benedetto XVI. Era in essenza il desiderio di tenere socchiusa la porta, senza illusione di risultati rapidi. Papa Francesco ha accelerato il progetto, in particolare per due motivi . Primo, perché si teme che il Partito comunista cinese, dopo l’ultimo Congresso dell’ ottobre 2017, possa stringere i freni. La linea ora è per più “cinesizzazione”, non meno. Secondo, perché la mossa cinese sarebbe una tappa fondamentale nella strategia di de-occidentalizzazione e di “inculturazione” (parola in codice ecclesiastico contemporaneo che vuol dire incarnare la Chiesa in ogni specifica cultura, senza imporre troppo un modello “romano” e occidentale) tipica del cattolicesimo progressista e alla quale Bergoglio ha aggiunto il suo personale (e peronista) giudizio negativo sull’occidente liberale economicista relativista colonialista e sempre meno religioso.

UN CARDINALE POCO ZEN. Siamo alle fasi conclusive, forse, di questa diplomazia spirituale (e temporale), la storia è interessante per più aspetti e seguita con molta attenzione dalla diplomazia internazionale, da Washington soprattutto, e da Taiwan, che ha rapporti bilaterali ufficiali con il Vaticano e non vuole perderli a vantaggio di Pechino. Pechino ha tutto da guadagnare, se l’accordo le conferma in definitiva il controllo dei vescovi. Sarebbe un riconoscimento morale di prima grandezza senza rinunce di potere. Il Vaticano potrebbe trarne vantaggi, pratici, forse, e confermare la volontà comunque di essere aperto e conciliante. Non più una Chiesa da battaglia. La trattativa tuttavia ha rivelato una profonda spaccatura nella Chiesa cattolica fra chi vuole l’intesa e chi dice che sarà una resa. Campione di questa seconda tesi è il cardinale emerito di Hong Kong, il salesiano Giuseppe Zen Zekiun, 86 anni, consigliere di Ratzinger per gli affari cinesi e subito emarginato da Bergoglio. Ha definito «ingenuo» papa Francesco nella sua ricerca di un’intesa, ha aggiunto che è «male consigliato» e ha detto che «se questo accordo è cattivo, sono più che felice di essere un ostacolo».

I TIMORI DEI SOTTERRANEI. A suo avviso il partito comunista non ha nessuna intenzione di mollare la presa sul mondo cattolico cinese, anzi la vuole aumentare. Di diverso parere l’altro cardinale cinese, Giovanni Tong successore di Zen nel 2009, anch’egli da poco emerito di Hong Kong per limiti di età. Pechino dice accetterà che «il papa è la massima autorità nel decidere i candidati vescovi in Cina». Illusioni, ha subito risposto Zen. Per ora non ci sono notizie precise. Secondo la Cna (Catholic News Agency) e altre fonti, il Vaticano riconoscerebbe sette vescovi ordinati senza il placet papale e allineati con la Cpca. Potrebbe ottenere il riconoscimento da parte di Pechino di 20 vescovi o candidati tali scelti da Roma, alcuni ordinati clandestinamente. E ci sarebbe la possibilità di ottenere il riconoscimento statale per altri 40 vescovi “sotterranei”. E in futuro? Il cardinale Tong, fiducioso, ha detto che «Pechino riconoscerà il diritto papale di veto» (sulle nomine dei vescovi, ndr). Ma come funzionerà? Si potrà scegliere solo fra terne proposte dal partito? I timori ci sono, come conferma l’agenzia Asia News di padre Bernardo Cervellera del Pime (Pontificio istituto missioni estere), e i “sotterranei” hanno paura di finire tutti nella “gabbia” del cattolicesimo ufficiale e si rammaricano di non essere ascoltati.

Il cardinale Zen ha fatto un improvviso viaggio a Roma il 10 gennaio per partecipare all’udienza generale del mercoledì, seguita per tradizione da un incontro del Papa con i cardinali e vescovi presenti, e per poter quindi parlare direttamente con il Papa e consegnarli l’accorata lettera di un vescovo “sotterraneo” al quale una delegazione vaticana ha chiesto di dimettersi per far posto a uno del Cpca, a quanto pare una precondizione chiesta da Pechino per far avanzare la trattativa. La lettera, inviata più volte, non era mai arrivata a Francesco. Da mesi l’unico vescovo cinese in Vaticano, Savio Hon, legato a Zen e con un ruolo importante che gli consentiva accesso al Papa, è stato dirottato alla secondaria sede vaticana ad Atene. Il Papa diceva a gennaio al cardinale Zen di non volere “altri casi Mindszenty”, il cardinale di Budapest incarcerato dal regime, liberato nel 56 dai ribelli ungheresi, rifugiatosi per anni all’ambasciata americana e dopo una lunghissima trattativa Budapest-Vaticano trasferitosi a Vienna in esilio, fino alla morte nel 1975.

NESSUNO SCONTRO FRONTALE. Citare il caso Mindszenty è un messaggio chiaro: vuole dire no a opposizioni frontali al regime. Zen non si è chetato e ha continuato la polemica: non capisco su che cosa stiano dialogando, ha detto e scritto. Rispondendo a Zen, pur senza nominarlo, il Segretario di Stato Pietro Parolin è stato chiarissimo: basta parlare di “resistenza, resa, scontro, cedimento”, parliamo piuttosto di “servizio, dialogo, misericordia, perdono, riconciliazione”. Il cardinale Zen lo ha subito bollato come «uomo di poca fede» perché pone l’accordo con Pechino sopra la sofferta fedeltà a Roma di milioni di cattolici cinesi, ai quali Roma starebbe per voltare le spalle. Più chiaro ancora di Parolin è stato il vescovo argentino Marcelo Sanchez Sorondo, molto vicino a papa Francesco e con importanti incarichi culturali in Vaticano, recentemente in Cina e rientrato entusiasta. «L’economia non domina la politica, come succede negli Stati Uniti. Il pensiero liberale ha liquidato il concetto di bene comune, afferma che è un’idea vuota . Al contrario i cinesi cercano il bene comune, subordinando le cose al bene generale… I cinesi hanno una qualità morale che non si incontra da nessuna altra parte». La Cina, ha aggiunto, «realizza al meglio la dottrina sociale della Chiesa». Asia News ha così commentato: «Monsignor Sanchez Sorondo nel Paese delle meraviglie».

C'È SCISMA E SCISMA. Il Vaticano vuole un accordo a tutti i costi per evitare lo scisma della Chiesa patriottica? C’è già uno scisma, di fatto e a volte anche dichiarato da qualche vescovo patriottico, da decenni, dice Zen. «Del resto non c’è da temere una chiesa scismatica creata dal partito, svanirà col cadere del regime. Sarà, invece, orribile una chiesa scismatica con la benedizione del papa!».

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