Spia Russa
14 Marzo Mar 2018 1726 14 marzo 2018

Ex spia russa, le tre piste dietro l'avvelenamento

Il governo di Londra ha sanzionato la Russa per l'attacco chimico contro Serghei Skripal. Mosca nega il coinvolgimento e parla di complotto anti-russo. Ma c'è anche chi sostiene sia stata un'operazione russa per danneggiare Putin.

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A guardar bene, le versioni in campo su chi ci sia dietro l'attacco chimico di Salisbury contro l'ex spia russa Serghei Skripal e sua figlia Yulia hanno tutte le stigmate di una qualche teoria del complotto. C'è quella più lineare, sposata con sdegno del governo britannico, secondo cui l'ordine è partito da Mosca nel quadro di una sorta di 'complotto di Stato' deciso non tanto per colpire un personaggio tutto sommato marginale come Skripal, quanto per esacerbare i rapporti con l'Occidente sotto elezioni in nome del nazionalismo putiniano, oltre che per dare magari una sorta di lezione preventiva a tutti i traditori potenziali. C'è quella russa che evoca «una provocazione» di altri, magari gli stessi servizi britannici decisi a mettere in imbarazzo il Cremlino o apparati di Paesi terzi. E infine quella di Valeri Morozov, esule russo stimato a Londra, persuaso che l'attacco sia stato sì pianificato in Russia, ma da ambienti ostili a Putin.

Ipotesi numero 1: Mosca colpevole

Per Theresa May non ci sono dubbi. Se fino a ieri la colpa della Russia era "altamente probabile", oggi è diventata certa. La convinzione è fondata sull'identificazione - stabilita sotto traccia all'intelligence di Sua Maestà - del micidiale agente nervino adoperato a Salisbury come una tossina di tipo 'Novichok', elaborata nei laboratori militari dell'Urss negli anni '80. Oltre che sul rifiuto sprezzante di Mosca di dare chiarimenti. A sostegno di questa tesi, le parole di Vil Mirzayanov, chimico ed ex dirigente dei laboratori militari sovietici che quella sostanza contribuì a creare e di cui dopo la caduta del comunismo denunciò l'orrore (è fino a 10 volte più letale del sarin) prima d'emigrare negli Usa. Parole secondo cui, se davvero di Novichok si tratta, non può non venire dalla Russia: sarebbe come una firma, "un'impronta digitale".

Ipotesi numero 2: Una provocazione anti-russa

È la risposta più gettonata a Mosca, stando alla quale quand'anche la sostanza trovata fosse modellata sul programma novichok, non sarebbe affatto una pistola fumante. Innanzi tutto perché lo stesso Mirzayanov, in un libro di denuncia, ne diffuse "la formula esatta" circa 20 anni fa. E poi perché, come ricorda fra gli altri Anton Utkin, chimico russo che fu uno degli ispettori Onu inviati in Iraq, gli stock di armi chimiche sovietiche si sono dispersi in vari Paesi, incluse l'Ucraina e la Georgia, oggi ostili a Mosca, per non parlare dell'Uzbekistan i cui laboratori sono stati 'decomissionati' da specialisti Usa. Quindi, a disposizione anche di altri. Di qui la potenziale cospirazione attribuita addirittura agli stessi 007 e autorità britanniche da uomini politici come il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, l'ex premier Serghei Stepashin o ancora il deputato Nikolai Kovaliov, direttore dell'Fsb (ex Kgb) dal 1996 al '99.

Ipotesi numero 3: Un complotto interno contro Putin

È la versione Morozov, un espatriato critico verso lo zar ma che in questo caso a una responsabilità diretta del presidente russo non crede. Egli è certo che Putin non avesse alcun vero interesse a un simile 'incidente', che l'idea di una vendetta contro una vecchia spia già graziata e fuori dai giochi non abbia senso e che non vadano piuttosto sottovalutati i sospetti su quegli ambienti che in Russia sottobanco starebbero lavorando per picconare il potere apparentemente solidissimo del presidente. Ambienti politici, del business o della criminalità in grado di reclutare facilmente veterani e specialisti degli apparati d'intelligence o militari, il cui target potrebbe essere quello di mettere in difficoltà Vladimir Vladimirovic prima del voto e dei Mondiali di calcio: sul fronte internazionale, se non su quello interno.

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