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La guerra di spie
Dresda Putin

Ritorno a Dresda: quando l'agente Putin si prese il Kgb

La vita in un piccolo appartamento. Il lavoro nell'ombra. La scalata ai vertici dei servizi. Fino al caso Honecker. Il racconto dei cinque anni tedeschi del presidente russo, prima della dissoluzione dell'Urss.

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Chi è davvero Vladimir Vladimirovich Putin? Da dove arriva e dove vuol portare la Russia? Come mai gode in patria di una grandissima popolarità, mentre in Occidente è considerato un dittatore senza scrupoli? E soprattutto: qual è la realtà, al di là della propaganda e delle fake news? È forse un nuovo zar che si ispira all’azione di Pietro il Grande? Stefano Grazioli, nel libro Putin 4.0, segue il cammino di Vvp dagli inizi a Leningrado fino all’arrivo al Cremlino e cerca risposte al come e al perché la Russia negli ultimi vent’anni si è trasformata al suo interno, ritornando protagonista sulla scacchiera internazionale, dalla guerra in Ucraina a quella in Siria. Un serrato racconto in quattro tappe (Putin, Putinismo, Putinomics e Putinofobia) per capire come mai la stragrande maggioranza dei russi dia fiducia incondizionata al presidente ormai al suo quarto mandato e non si preoccupi dei deficit democratici di un Paese ancora in transizione. Lettera43.it pubblica un estratto del libro, relativo alla parentesi tedesca negli Anni 80 del Putin agente del Kgb.

101 Radebergerstrasse, Dresda: qui Putin visse nel corso della parentesi tedesca.

Gli inizi alla Balshoi Dom sul Liteyny Prospekt, nel centro di Leningrado, non sono certo entusiasmanti e ricchi di avvenimenti. Putin è assegnato prima alla segreteria di direzione poi alla sezione del controspionaggio, dove lavora per circa sei mesi. La seconda metà degli anni Settanta, quando Vladimir inizia la sua carriera al Kgb, è un periodo abbastanza duro: regole ferree, controlli attentissimi, nessuno può sgarrare. Membro del partito o meno che sia. Privati cittadini, ma soprattutto artisti e scrittori dissidenti sono tenuti sotto stretta sorveglianza. Il premio Nobel per la pace del 1975 Andrei Sakharov, aspro critico del regime brezhneviano, è tra i perseguitati ed è costretto dal 1980 all’esilio a Gorki. Nella sua biografia Putin spiega qual è la posizione nei confronti dello stato totalitario e racconta come un agente agli inizi della carriera, membro del Pcus e costantemente osservato, guardi più a come si sta sviluppando il proprio curriculum, piuttosto che assumere toni aspri verso i superiori. Accenna anche al tentativo di opporsi a un certo modo di agire stalinista di alcuni colleghi, anche se «nel bene o nel male non è mai stato un dissidente».

Foto di Vladimir Putin al bar Am Thor di Dresda, dove l'attuale presidente russo visse negli Anni 80 come agente del Kgb.

Durante il corso di sei mesi al controspionaggio i responsabili del settore internazionale sembrano accorgersi di lui. Dopo la specializzazione di un anno a Mosca e aver ottenuto la qualifica di “operativo”, torna a Leningrado per lavorare nel primo dipartimento. Prima di poter dimostrare le sue qualità all’estero devono passare quasi dieci anni. Durante la permanenza sulla Neva, interrotta solo brevemente per un corso all’Istituto della Bandiera Rossa Andropov, ora Accademia per il controspionaggio estero (nel 1984) e per alcune missioni a Mosca (in occasione delle Olimpiadi del 1980), Vladimir Vladimirovich opera essenzialmente controllando e cercando di reclutare agenti stranieri nella vecchia San Pietroburgo. Poco più che venticinquenne gli viene probabilmente affidato il compito di tenere sotto osservazione gli ambienti universitari e di sorvegliare manifestazioni di vario genere, anche religiose. È in questo periodo, duro e poco ricco di soddisfazioni, che Putin stringe amicizia con diversi colleghi che vent’anni dopo si ritroveranno al suo fianco nelle stanze del Cremlino e adiacenti. Dalla fabbrica del Kgb di Leningrado esce gente come Sergey Ivanov, oggi capo dell’Amministrazione presidenziale, o Nikolai Patrushev, alla guida del Fsb dal 1999 al 2008 e ora segretario del Consiglio di sicurezza. Stesso dicasi per Boris Gryzlov, titolare agli interni dal 2001 al 2003, adesso consigliere del presidente per le sempre delicate questioni ucraine, solo per citarne alcuni. Fondamentale per Vladimir è anche l’incontro con Lyuda, che poi diventa sua moglie.

Lyudmila Skrebneva ha cinque anni meno di lui e fa la hostess sulle linee interne dell’Aeroflot. Si sono conosciuti durante una visita a teatro, tramite un amico di Vladimir. Lei vola tre volte alle settimana tra Kaliningrad, sua città natale, e la metropoli del nord. Ha frequentato un istituto tecnico e fatto l’infermiera. Ci vogliono quasi tre anni prima che si sposino, il 28 luglio 1983. Anche la futura first lady, da cui poi si separerà ufficialmente nel 2013, non ha origini nobili da vantare: il padre, Alexander Abramovich, lavora in una fabbrica, mentre la madre Ekaterina Tikhonova fa la cassiera presso un distributore. Prima di convolare Vladimir va a Kaliningrad per conoscere i suoceri, ma invece di intrattenersi per discutere i dettagli della festa, da tenersi in un ristorante galleggiante sul Pregel, passa la giornata alla ricerca di un officina dove poter riparare una gomma della sua nuova Lada blu tagliatagli da un teppista. Volodya e Lyuda si trasferiscono nell’appartamento dei genitori di lui sullo Statsek Prospekt, nel quartiere di Avtovo, a Leningrado. Non possono ancora permettersi un’abitazione propria. Due anni dopo nasce la prima figlia, Maria. Il giovane agente Putin ha appena finito il corso all’Accademia di spionaggio con il nomignolo di Platov e si sta preparando a seri compiti. È il 1985 e sono ormai trascorsi quasi dieci anni da quel primo appuntamento con un ufficiale del Kgb. Ha trentatré anni, la formazione è completata, si è sposato e ha una bambina. Il suo mondo, ma anche quello intorno a lui, è però cambiato.

L’Unione Sovietica era malata, era addirittura un malato terminale senza speranza di cura: la paralisi del potere

Vladimir Putin

Leonid Brezhnev è morto nel 1982 lasciando il posto a Yuri Andropov, capo del Kgb. L’Urss si trova in una palude politica e l’economia è allo stremo per il peso delle spese militari. L’invasione dell’Afghanistan nel 1979, l’inasprimento dei rapporti con Washington, dove il repubblicano Ronald Wilson Reagan ha sostituito il futuro premio Nobel Jimmy Carter, e la folle corsa agli armamenti stanno spingendo la nazione verso il baratro. Dopo le brevi esperienze di Andropov (1982-1984) e Chernenko (1984-1985) viene il turno di Mikhail Gorbachev e il cambiamento è epocale. Nell’aprile del 1985, allo storico plenum del Pcus, Gorby annuncia la sua politica di perestrojka (ristrutturazione) e glasnost (trasparenza) che porterà in meno di cinque anni alla dissoluzione del vecchio impero. E anche per il Kgb le cose mutano. Il nuovo segretario al Cremlino ricorre agli uomini fidati del predecessore Andropov per far fronte alle resistenze interne del partito e della burocrazia. I giovani rampanti del Kgb, tipi come Putin, diventano il mezzo preferito da Gorbachev per anestetizzare i moti di rivolta della nomenclatura comunista. Lo stesso accade negli Stati satelliti del patto di Varsavia.

Da Mosca arrivano le direttive al servizio estero del Kgb per avviare le procedure che facilitino i mutamenti voluti dal centro. In Polonia, in Cecoslovacchia, ma anche nella vecchia Ddr si cercano personaggi meno conservatori per dare il via alle riforme senza perdere il potere. È in questo contesto che Vladimir Putin viene mandato in servizio in Germania Est, a Dresda. Su quello che fa nella Repubblica democratica sono sempre trapelate poche notizie, la maggior parte le fornisce proprio lui nella sua biografia. D’altra parte Vladimir afferma che non c’è molto da scoprire e il fatto che i servizi della Germania Ovest, il Bnd, non abbiano molto materiale su quello 007 poco appariscente sta probabilmente a dimostrare che dice la verità. L’ufficio di Putin si trova in una villa al numero quattro della Angelikastrasse, di fronte al quartier generale della Stasi, la polizia segreta della Germania Est. Lui si sposta spesso tra Berlino, dalla centrale militare delle truppe sovietiche stazionate nella Ddr a Karlshorst, e il consolato generale di Lipsia, dove appare come vicedirettore della locale sede del circolo tedesco-sovietico. Alla domanda «Cosa ha fatto in Germania?», Putin risponde così:

Il lavoro di spionaggio politico. Ottenere informazioni su uomini e su progetti di potenziali antagonisti. Cercavo notizie sui partiti e sulle correnti all’interno di questi, sui dirigenti. Studiavo i quadri dell’epoca, i possibili capi del futuro e i meccanismi di promozione di certi personaggi all’interno delle varie formazioni e al governo. Eravamo interessati anche a ottenere qualsiasi dettaglio sul principale antagonista, come lo chiamavamo allora, vale a dire la Nato.

Dresda: l'ex quartier generale del Kgb.

Qualunque cosa Putin abbia fatto nei suoi cinque anni di permanenza nella Ddr, l’ha fatta discretamente bene e soprattutto senza combinare danni. Non dà troppo nell’occhio, se è vero che l’allora numero uno del Kgb (ai vertici dal 1988 al 1991) Vladimir Kryuchkov ha detto poi di non ricordarsi assolutamente di lui e nemmeno a Markus Wolf, la leggendaria spia senza volto che guidava i servizi a Pankow, il nome di Putin diceva qualcosa. Wolf commenta solo il fatto che la medaglia di bronzo che Vladimir riceve nel 1988 per “servizi resi all’esercito nazionale della Germania Est” la davano praticamente a ogni segretaria purché non si fosse macchiata di gravi violazioni. Durante il periodo tedesco Vladimir viene prima promosso al grado di capitano poi a quello di tenente colonnello senza fare apparentemente prodigi. Anche la moglie Lyuda è tenuta tutto sommato all’oscuro dei veri compiti che di volta in volta Volodya assume, ma ciò fa parte del ruolo:

Non parlavamo di lavoro a casa. Credo che il tipo di lavoro di mio marito rendesse le cose diverse rispetto ad altre situazioni. Al Kgb c’era sempre stata una regola ferrea: non parlare con la propria moglie. Ci dissero che c’erano stati problemi quando l’eccessiva franchezza aveva determinato conseguenze spiacevoli. Partivano sempre dal presupposto che meno la moglie sapeva, meglio avrebbe dormito.

I Putin abitano a Dresda in un piccolo appartamento nella Raderbergstrasse al numero 101. Nel 1986 nasce la seconda figlia, Ekaterina. La vita trascorre senza troppi scossoni e tutto sommato la famiglia se la passa meglio che nella gelida Leningrado. Nonostante ora si sappia almeno qualcosa della posizione ricoperta da Putin nella Ddr, poco si conosce del suo ruolo – sempre che ci sia stato – nel periodo più caldo, quando arriva il tracollo. È l’ingranaggio di un complotto ordito da Gorbachev contro Erich Honecker? Oppure solo un semplice osservatore trovatosi in una situazione più grande di lui che non può comunque controllare? Nell’autobiografia dice di non aver partecipato direttamente all’operazione Raggio di luce, anzi afferma di non sapere se è stata portata a termine o meno. In ogni caso lui non ha niente a che vedere con quella faccenda. Raggio di luce è una delle più segrete azioni del Kgb all’estero, sconosciuta non soltanto ai vertici della Sed (il partito comunista della Ddr), ma anche alla Stasi.

Vladimir Putin e la moglie Lyudmila in una foto del 2000.

Già nel 1988 Gorbachev e i vertici del Kgb pensano a una sostituzione di Honecker con il giovane Egon Krenz o il moderato Hans Modrow. Kryuchkov arriva a Dresda e Berlino Est per incontrarsi anche con il famoso fisico Manfred von Ardenne, tastare il polso della situazione e cercare una soluzione per evitare quel disastro che si sarebbe poi avverato. Gli uomini dei servizi russi devono portare dalla loro parte i colleghi tedeschi. Se Putin partecipa all’operazione non è dato a sapere, ma un giornale tedesco, il Saechsische Zeitung, che intervista nel marzo 2000, poco prima delle elezioni a Mosca vinte da Putin, un ex ufficiale della Stasi, Peter Ackermann, scrive che il futuro presidente ha proprio questo compito. Vvp nega comunque di essere stato uno dei controllori di Modrow. Dopo che nel 1989 anche Gorbachev fa la sua visita nella vecchia Germania Est iniziano i tumulti che portano in breve tempo alla caduta del Muro di Berlino. Vladimir abbandona la Ddr all’inizio del 1990, anno dell’ufficiale riunificazione delle due Germanie. Non è un distacco senza attriti, anche per il coinvolgimento più o meno diretto nell’operazione Raggio di Luce.

Già nel marzo 1989 il capo della filiale di Dresda della Stasi, Horst Boehm, si lamenta presso il diretto superiore di Putin, il generale Shikorov, dei tentativi degli uomini del Kgb di avvicinare e reclutare elementi dei servizi tedeschi. Honecker arriva addirittura a ordinare di indagare contro Modrow per alto tradimento, tanto che Boehm avrebbe ordinato l’arresto di Putin per il sospetto di spionaggio contro la Ddr. Gli eventi dell’autunno sono però così precipitosi che travolgono tutti, per primo lo stesso Boehm che si uccide non appena si squaglia la cortina. Raggio di luce, vera o no, non è stata in ogni caso portata a termine o qualcosa evidentemente è andato storto: tutto l’apparato dello spionaggio, a Mosca come a Berlino Est, ha sottovalutato l’esplosività della situazione e nessuno si aspetta un esito del genere in un così breve lasso di tempo. Vladimir è sorpreso la sera del 6 dicembre, quando una massa di dimostranti assedia la sede del Kgb nell’Angelikastrasse e dopo una telefonata con i superiori a Berlino in cerca di aiuto arriva la risposta:

Dopo qualche ora arrivarono i nostri soldati e la folla si disperse. Ma quella frase – Mosca tace – mi rimase impressa, ebbi al sensazione che il paese non esistesse più, fosse scomparso. L’Unione Sovietica era malata, era addirittura un malato terminale senza speranza di cura: la paralisi del potere.

2 Aprile Apr 2018 1800 02 aprile 2018
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