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7 Aprile Apr 2018 1200 07 aprile 2018

Il Kurdistan oltre la catastrofe: intervista a Bachtyar Ali

L'intellettuale curdo parla della tragedia storica e politica del suo popolo e del Medio Oriente. «Un romanzo per trascendere atrocità e distruzione», spiega a L43. «Inseguendo l'ideale della salvezza nella condivisione».

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Perso su una barca alla deriva nel Mediterraneo, sotto un silenzioso cielo di stelle, un esule curdo racconta la tragedia personale e del suo popolo, condannato dai regimi alla sistematica repressione delle legittime aspirazioni a uno Stato indipendente e dilaniato, negli Anni 90, da una cruenta guerra intestina che, come le bombe al fosforo di Saddam Hussein, ha distrutto le famiglie e minato le nuove generazioni. È il 2002, l'anno di uscita in dialetto curdo sorani dell'Ultimo melograno (Chiarelettere, 2018) dell'intellettuale curdo-iracheno Bachtyar Ali, ma potrebbe anche essere questa primavera o la prossima. Come nelle Mille e una notte la storia del protagonista Muzafari non ha tempo: viene da un passato buio, è di drammatica attualità, ma è piena di luce.

OLTRE LA POLITICA. Nella cultura mediorientale il melograno, filo conduttore del libro, è simbolo di solidarietà, fertilità, condivisione. Un invito dell'autore alla sua gente: superare la politica e le divisioni, le ferite come la conquista turca di Afrin che è solo l'ultima delle ingiustizie subite, grazie alla forza prepotente di valori positivi. È compito anche dell'arte instillarli ed esaltarli, senza fare sconti alla realtà. Scrittore e saggista molto noto nel Kurdistan iracheno, Ali è uno spirito libero che non risparmia critiche anche alla falsa propaganda e alle lotte di potere tra curdi. Da 20 anni in Germania, a lui si devono i primi due romanzi curdi tradotti in Europa, narrazioni anche di atrocità, ma sempre trasfigurate e con una grande tensione ideale. «Per i miei personaggi è una questione di salvezza», racconta a L43 ,«prima ancora che di libertà».

Lo scrittore Bachtyar Ali.

DOMANDA. La ricerca dell'ex prigioniero politico Muzafari, fin verso l'Europa, dei figli è la storia di una catastrofe che si perpetua fino alle ultime guerre all'Isis in Siria e in Iraq. Quale messaggio porta L'Ultimo melograno ai curdi che scappano ancora sui barconi?
RISPOSTA. Mi sono reso conto che questa catastrofe non era stata elaborata letterariamente dai curdi e come scrittore cerco di raccontarla, almeno in parte. Anche per questo scrivo in curdo, con uno sguardo critico curdo. C'è molta “letteratura” di propaganda, anche nella nostra regione: al di là degli slogan, le letture critiche della nostra storia sono rare. Io ho tentato di proporne finalmente una ai lettori curdi, narrando tutto il male fatto durante la liberazione e poi durante la guerra civile.

D. Anche a noi occidentali arriva soprattutto propaganda, pochissimo sappiamo soprattutto delle ferite della guerra fratricida. Dalla Germania rientra di frequente nel Kurdistan?
R.
Sì, anche per presentare miei libri e per varie iniziative culturali. Ma tuttora non ho ovunque libertà di espressione da parte delle autorità. A Sulaymaniyya (il governatorato del massacro chimico del 1988, ndr), la mia città di origine, sì. Nel capoluogo del Kurdistan iracheno, Erbil, già meno. Mentre nel Kurdistan iraniano la censura politica è fortissima.

D. In Iran c'è un regime. Nel Kurdistan siriano la guerra: ora anche da parte dei turchi, che in patria nemmeno riconoscono la loro grande minoranza curda e che con Russia e Iran si vogliono spartire il Medio Oriente.
R.
È certo una questione di mancanza di democrazia. Ma anche di corruzione del potere tra i partiti della società curda, come è accaduto nel Kurdistan iracheno dopo la rivoluzione. Ho concluso che la politica è un vicolo cieco e per questo uso simboli come il melograno, attraverso l'arte della fantasia.

Attraverso figure così indifese e pure cerco di ricostruire valori supremi e trasmetterli ai lettori, per dare loro una nuova visione del mondo

Bachtyar Ali

D. Nei suoi romanzi c'è molta disillusione sulla rivoluzione, ma anche molto realismo magico: la fantasia è un espediente per illuminare la realtà?
R.
C'è un tipo di fantasia che ci distanzia dalla realtà e un altro tipo che invece ci avvicina alle sue parti nascoste, specie in tempi di assurdità della realtà come oggi: con personaggi al potere come Trump, Putin e Erdogan in quest'epoca si è persa di vista la verità.

D. È appassionato anche di letteratura europea e dell'America latina?
R.
Quando ero piccolo, sotto il regime molti libri erano proibiti. C'erano i controlli e quelli alla nostra piccola biblioteca domestica suscitavano in me paura, ma anche fascinazione. Intuivo che i libri erano molto importanti, così nel tempo ho letto di tutto: anche Calvino, Garcia Marquez, Dostoevskij...

D. Nell'Ultimo melograno personaggi tormentati alla Dostoevskij si perdono in castelli e altri luoghi allegorici come nei libri di Calvino. Ma spiccano, purissime e innocenti, anche figure surreali alla Garcia Marquez: quest'alternanza così radicale tra male e bene, atrocità e candore è un tentativo di risoluzione dei conflitti interiori senza rimozione?
R.
Attraverso figure così indifese e pure come per esempio le bianche sorelle, cerco di ricostruire valori supremi e trasmetterli ai lettori. Di dare loro una nuova visione del mondo che sia contrapposta alla morale della violenza e che sopravviva alle dittature che sfruttano le persone e anche a questo tempo di guerre e distruzione.

Il memoriale del massacro con le armi chimiche ad Halabja, nel Kurdistan iracheno.
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D. Un mondo con prigionieri politici chiusi per decenni in fortezze impenetrabili, come nel libro, e con un esercito di «bambini carbone» sfigurati dalle armi chimiche, invisibili negli istituti. Ma l'errante Muzafari, più della «spietata giustizia» di spirali di vendette, insegue «ciò che dà senso alla propria esistenza» e cioè «mettersi a disposizione degli altri».
R. Sono valori quasi metafisici da preservare e da difendere, dei ponti tra terra e cielo come l'ultimo melograno del mondo che fa da perno alla narrazione. Questi ideali di amore, comunione e amicizia trascendono anche l'idea stessa di libertà, un concetto per me complesso la cui parola viene invece spesso abusata. E infatti Muzafari, con l'amore di un padre, mira alla salvezza, non alla libertà.

D. Per i lettori orientali, lei è un autore dalla simbologia e dai richiami occidentali, per gli occidentali il contrario. Com'è possibile questa doppia percezione?
R.
In realtà c'è un filo sottile e segreto che attraversa le nostre anime e se un'opera letteraria è buona non conta che sia occidentale o orientale, resiste e arriva a tutti.

D. Ma cosa distingue di più le due letterature e cosa ama maggiormente di entrambe?
R.
Della letteratura europea lo scavo psicologico e filosofico dell'interiorità, la ricerca del lato oscuro in ognuno di noi. Della mediorientale la lunga tradizione religiosa e mistica. Da parte mia, cerco di mettere insieme il sacro e il profano, senza che né l'uno né l'altro diventino mai eccessivi. Credo sia più giusto.

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