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9 Aprile Apr 2018 1253 09 aprile 2018

La Cina proibisce la vendita online della Bibbia

In 30 anni le tipografie hanno stampato 160 milioni di copie. Un segnale della stretta sulle religioni cristiane e delle tensioni crescenti tra Repubblica popolare e Vaticano.

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La Bibbia in Cina non si trova più. Dal 30 marzo è impossibile comprarla online sui principali siti di e-commerce, da JD.com a Taobao, passando per Amazon.cn e Dang Dang. Mentre digitando la parola “Bibbia” sul primo non compare alcun risultato, sugli altri tre sono ancora disponibili compendi e storie illustrate. Online si possono invece acquistare il classico del taoismo Daodejing, i sutra buddhisti e persino il Corano. Vero è che questi ultimi si trovano anche nelle librerie, dove invece non è mai stata presente la Bibbia la quale non ha nemmeno il corrispettivo cinese del codice Isbn. Eppure la tipografia Amity, l'unica che ha l'autorizzazione a stampare il libro sacro della cristianità, da quando ha aperto l'attività nel 1988 ne ha stampate oltre 160 milioni di copie, di cui circa il 60% destinate al mercato cinese.

BIBBIA SÌ, BIBBIA NO. Era stato Deng Xiaoping durante un incontro ufficiale con Jimmy Carter nel 1978 a promettere di aprire il Paese alla pubblicazione della Bibbia. Le prime edizioni nella Cina comunista sono datate 1980, ma è con l'apertura delle tipografie Amity a Nanchino che la pubblicazione e la distribuzione del testo sacro sono state regolate. Nel 2004 invece Pechino ha ufficialmente avocato a sé il potere di «approvare la pubblicazione, la stampa e la distribuzione della Bibbia». Nel 2016, però, il presidente Xi Jinping in un discorso sulle religioni ha intimato ai funzionari di «promuovere vigorosamente le teorie di Partito sulle religioni». A complicare il quadro il nuovo regolamento cinese per gli Affari religiosi, in vigore dal primo febbraio, che richiede che tutte le religioni di «sinizzarsi» e «adattarsi proattivamente alla società socialista» ovvero conformarsi al governo cinese e quindi al suo ultimo controllo.

Chiesa, sulla Cina si alza lo spettro dello scisma

Un accordo tra Cina e Vaticano "è imminente". La notizia viene dai media cinesi che riportano le parole del vescovo Guo Jincai, segretario generale della Conferenza dei vescovi della chiesa cattolica cinese, la Chiesa patriottica che fa capo al governo di Pechino: "Se tutto va come previsto, l'accordo potrebbe essere firmato entro la fine del mese.

È indubbio che a dispetto delle notizie del riavvicinamento tra Santa sede e Repubblica popolare, le restrizioni sui cristiani praticanti in Cina si fanno sempre più pressanti. Tra il 2014 e il 2016 oltre 1500 croci sono state rimosse dagli edifici ecclesiastici delle regioni sudorientali. Eppure la diffusione del cristianesimo e del cattolicesimo cresce. A confermarlo sono i documenti ufficiali di Pechino. Se nel 1997 i fedeli delle religioni riconosciute dalla Repubblica popolare erano 100 milioni, oggi sono raddoppiati. Nello specifico il cattolicesimo sarebbe cresciuto da 4 a 6 milioni e il protestantesimo da 10 a 38 milioni. Numeri impressionanti, se si considera che probabilmente sono sottostimati. Ma se buddhismo e taoismo sono tollerati in quanto potenzialmente parte del rinascimento cinese e della rivalutazione dei valori tradizionali, sul cristianesimo pesa il giudizio che lo lega al «secolo delle umiliazioni» e che legge le due Chiese come «controllate e utilizzate dai colonialisti e gli imperialisti». Per questo, secondo molti analisti si assisterà presto a una nuova stretta.

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