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14 Aprile Apr 2018 0900 14 aprile 2018

Baghdad, cosa resta 15 anni dopo la caduta di Saddam Hussein

Nell'aprile 2003 la statua del dittatore veniva abbattuta. Dopo la guerra e l'occupazione, gli iracheni non sanno ancora come sostituire quel vuoto. Il viaggio di L43 tra palazzi fatiscenti e il respiro di vita nei suq. 

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da Beirut

La folla che abbatte la grande statua di Saddam Hussein in piazza Firdos a Baghdad è un’immagine che ha segnato la storia contemporanea. Era il 9 aprile 2003 e quella scena, diffusa immediatamente da tutte le televisioni del Pianeta, divenne il simbolo della liberazione dell’Iraq. Erano passati solo 20 giorni dall’inizio della seconda Guerra del Golfo e meno di un mese dopo il Presidente Bush, in pompa magna, avrebbe annunciato la vittoria della coalizione anti-Hussein.

LA DECADENZA DELLA CAPITALE. Poi abbiamo scoperto che quella che sembrava la fine di una guerra breve in realtà era l’inizio di un lungo e sanguinoso conflitto. A 15 anni di distanza da quegli avvenimenti Baghdad è una città fatiscente, la maggior parte dei palazzi è cadente, cumuli di spazzatura riempiono le strade, il traffico è amplificato dai check-point. Il simbolo della sua decadenza è il Tigri, lo storico fiume ridotto ai minimi termini per la siccità e, soprattutto, per le troppe dighe costruite nei tanti Paesi che attraversa.

DALL'OPULENZA ALL'ABBANDONO. Cosa resta dell’anima di una città millenaria dopo anni di dittatura, di guerra e di occupazione? All’arrivo in città l’aeroporto, costruito nei primi Anni 80 con il supporto di una compagnia francese, testimonia ancora gli antichi splendori. Erano gli anni della ricchezza e dell’opulenza della dittatura nonostante la guerra contro l‘Iran, e l'aeroporto, con le sue pareti dorate, gli stucchi e il grande salone esagonale, doveva rendere orgogliosi gli abitanti della città. Oggi solo poche compagnie aeree volano a Baghdad.

Per prima cosa Baghdad, che conta circa 8 milioni di abitanti, è una città che ha subito un radicale ricambio della popolazione a seguito della caduta di Saddam Hussein e dell’occupazione statunitense. Decine di migliaia di sciiti provenienti dalle zone rurali meridionali del Paese si sono trasferiti nella capitale, mentre altre decine di migliaia di vecchi residenti della città hanno preferito partire per diverse regioni dell'Iraq o hanno abbandonato il Paese. La presenza degli sciiti è marcata in ogni angolo dai ritratti di Imam Ali, il primo Imam dello sciismo, raffigurato come un uomo con capelli lunghi e occhi verdi, accompagnati dalle scritte: «Non ci sono eroi come Ali»; «non c'è spada come Zulfikar», la spada a doppia punta di Ali. La comunità sunnita, in passato maggioranza nella capitale irachena, è più discreta. Quella dei cristiani, con le chiese protette da doppi muri di cemento, è ormai quasi inesistente.

ALLERTA MASSIMA. A Baghdad si va a scuola, al lavoro, al mercato e a pregare sperando di non rimanere coinvolti in un attacco kamikaze. Metal detector, barriere di cemento, uomini e donne della sicurezza sono ovunque all’ingresso dei grandi magazzini, degli ospedali e dei ministeri. Per aiutare la popolazione a vigilare ci sono dovunque cartelli che spiegano come riconoscere un kamikaze: si nota nella folla che lo circonda, ha le mani in tasca, è appena rasato e così via. Nelle zone più commerciali e popolari, come al-Karrada teatro di un attentato suicida che nel luglio 2016 ha ucciso 320 persone, l’esercito iracheno cerca di essere più presente, anche con i cani per la ricerca di esplosivi. «So che sto facendo un lavoro pericoloso», dice Hind, giovane poliziotta che perquisisce le donne all’entrata di un centro commerciale, «in qualsiasi momento una bomba nascosta in una borsa potrebbe esplodermi in faccia. Il mio lavoro è ben pagato, ma per me è anche un modo per proteggere gli abitanti della mia città».

A 15 anni dall'invasione americana l’Iraq, e la sua capitale, attraversano una fase economica drammatica e la popolazione è in grave indigenza, questo nonostante le enormi ricchezze che arrivano dal petrolio. Alla base di questa contraddittoria situazione la corruzione dilagante. L'iraq è classificato da Transparency International tra i 10 paesi più corrotti del mondo. Il sistema di governo creato dopo la caduta del dittatore favorisce gli sciiti anche se dà potere a tutte le fazioni rappresentate nel parlamento. È un sistema confessionale simile a quello del Libano e, in caso di abuso, facilita la corruzione. Era stato adottato dopo il 2003, seguendo il parere dell'ex ministro libanese Ghassan Salamé, che era allora il consigliere politico della missione Onu in Iraq.

UNA CITTÀ IN CUI MANCA TUTTO. A Baghdad manca tutto. Dall’invasione statunitense la rete telefonica fissa è di fatto inesistente, le interruzioni di corrente sono quotidiane e tutti sono costretti a pagare due abbonamenti, quello della compagnia elettrica nazionale e quello dei generatori privati. Le strade e gli altri servizi, come la fornitura di acqua potabile e l’impianto fognario, sono praticamente fuori uso. Tra la popolazione e i suoi leader, c'è un baratro, anche plastico. I membri del governo, i parlamentari, i diplomatici americani e delle Nazioni Unite risiedono nella zona verde, una enclave di massima sicurezza dove nessuno ha accesso senza apposito lasciapassare.

IL RESPIRO DEL SUQ. Baghdad conserva il suo fascino con i tramonti rosa sul Tigri, le statue di personaggi dalle storie delle Mille e una notte, le strade che portano il nome dei poeti arabi. Nonostante i vari attacchi che ha subito in via al-Mutanabbi il suq Oukaz ogni venerdì accoglie centinaia e centinaia di persone che vengono a passeggiare e a comprare libri. Per ragioni di sicurezza, il perimetro attorno a questa strada è chiuso e chiunque voglia entrare è accuratamente perquisito. Una passeggiata in via al-Mutanabbi ricorda un motto arabo: «Il Cairo scrive romanzi, Beirut li pubblica e Baghdad li legge». Nonostante la miseria e la paura, la capitale dell'Iraq non ha smesso di leggere. All'inizio della strada un anziano venditore spolvera i suoi libri, sulla bancarella volumi in tedesco, greco, francese e inglese. «Non ho nemmeno bisogno di comprare i vecchi libri, li trovo nei giardini delle ville abbandonate. Le persone se ne sono andate senza prendere nulla con loro»

IL SIMBOLO DI PIAZZA FIRDOS. Il luogo che forse rappresenta più di tutti la Baghdad contemporanea è però il terreno vuoto e abbandonato nel bel mezzo di una grande piazza della città. È lo spazio lasciato a Piazza Firdos dalla statua di Saddam Hussein. Quindici anni dopo gli iracheni non sanno ancora con cosa sostituirla.

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