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Siria
14 Aprile Apr 2018 1300 14 aprile 2018

Siria, gli interessi e le mire della Cina

Pechino condanna il raid di Usa, Gran Bretagna e Francia. Da sempre a fianco di Assad, ha già stretto accordi commerciali per la ricostruzione post bellica. E i suoi interessi potrebbero spingerla a scendere in campo. 

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Che la Siria sia fondamentale nei nuovi equilibri geopolitici che la Cina vuole disegnare con la Via delle Seta è un dato di fatto. Ma la condizione sine qua non è che essa sia pacificata. Non c'è quindi da stupirsi se il 12 aprile, nel pieno delle minacce incrociate tra Usa e Russia sulla questione siriana, il portavoce del ministero degli Affari esteri aveva fatto sapere di essere direttamente in contatto con il segretario generale dell'Onu e gli altri membri del Consiglio di sicurezza tra cui, ha specificato, Russia e Stati Uniti. In ogni caso «la Cina è preoccupata per la possibilità di un'escalation delle tensioni» e «insiste per la risoluzione pacifica delle dispute».

«VIOLATE LE LEGGI INTERNAZIONALI». Pechino lo ha ribadito anche all'indomani dell'attacco congiunto Usa, Gb e Francia (oltre 100 missili hanno colpito tre obiettivi legati alla ricerca e allo stoccaggio di armi chimiche), condannando i raid e richiamando al dialogo. «Ogni azione militare unilaterale viola i principi Onu e quelli delle leggi internazionali. Inoltre complica la soluzione della crisi siriana». Non solo. Il governo ha smentito l'esistenza di prove circa l'uso di armi chimiche da parte di Damasco. «La Cina crede in un'imparziale, oggettiva e comprensiva indagine sul sospetto attacco con armi chimiche. Prima di ciò non bisognerebbe trarre nessuna conclusione».

Negli ultimi sette anni, la Repubblica popolare non ha mai fatto mistero di essere a fianco di Assad. In teoria, ha tenuto semplicemente fede al principio di non ingerenza che da sempre guida la sua politica estera. Non ha aderito attivamente alla Troika di Astana, quella per intenderci composta da Russia, Iran e Turchia, ma è di fatto al suo fianco quando si tratta di esercitare il suo diritto di veto al Consiglio di sicurezza Onu e da settembre scorso si è detta disponibile ad assumere il ruolo di osservatore all'interno dell'alleanza. Inoltre le scelte sui dazi dell'amministrazione Trump, potrebbero spingerla ad agire differentemente. Nell'ultimo incontro tra i ministri della Difesa di Cina e Russia, i due Paesi non hanno fatto mistero di voler stringere ulteriormente la loro cooperazione.

Medio Oriente, la Cina si erge a leader della ricostruzione

I soldati e l'inviato speciale, il patto antiterrorismo con Assad, la ricostruzione di Aleppo. Ma anche i droni e gli affari coi sauditi. Il soft power di Pechino è economico e sempre più militare. Nel 2017 la Cina ha fatto due mosse straordinarie in Siria.

L'agenzia di stampa governativa Xinhua ha persino una pagina completamente dedicata agli aggiornamenti sulla Siria. A febbraio Pechino ha aiutato economicamente il Paese per la ricostruzione e l'ammodernamento di diversi ospedali e ha consegnato oltre 5 mila tonnellate di riso. A gennaio ha donato all'Organizzazione mondiale della Sanità 1 milione di dollari per i progetti umanitari. Non solo. Secondo l'accordo tra l'ambasciata cinese in Siria e la Commissione siriana per lo sviluppo e la cooperazione, Pechino si è impegnata a versare due tranche di aiuti umanitari per il valore di 16 milioni di dollari. Gli accordi economici sono stati sicuramente accelerati dopo la caduta di Aleppo a fine 2016. Ma è solo recentemente che si sono fatti più concreti.

ARMI CINESI. «La Siria può divenire un hub strategico per la Cina», ha dichiarato al Newsweek l'analista militare siriano Kamal Alam. «La sua posizione è centrale in Medio Oriente. Se la Siria non è messa in sicurezza, non sono sicuri neanche gli investimenti nei Paesi confinanti». E Pechino ne è perfettamente consapevole. È almeno dagli Anni 90 che fornisce componenti militari a Damasco, ma è solo da quando Bashar al-Assad è succeduto a suo padre che le relazioni tra i due Paesi si sono intensificate. Secondo The Diplomat, tra il 2006 e il 2010 la Cina è stata tra i cinque maggiori esportatori di armi convenzionali in Cina e il flusso non si è certo interrotto quando Assad ha cominciato a usarle contro i" ribelli”.

Secondo le Nazioni Unite la ricostruzione in Siria potrebbe costare 250 miliardi di dollari. La Repubblica popolare ha 40 miliardi di progetti già appaltati

In tempi più recenti, l'interesse cinese per la vittoria di Assad si è fatto più concreto. Pechino teme che circa 5 mila uiguri, una minoranza turcofona e musulmana che vive nell'estremo Occidente del Paese, siano fuggiti in Siria per unirsi alle truppe dell'Isis. La paura del loro rientro è tale che, secondo media siriani, da gennaio di quest'anno 200 uomini delle forze speciali cinesi - le cosiddette Tigri siberiane e Tigri della notte - sarebbero attive sul territorio siriano per debellare le enclave uigure aderenti al sedicente Stato islamico. Dell'esistenza di queste pattuglie, in ogni caso, sui media cinesi non c'è traccia di conferma. I rumors che cominciano a prender piede sono che Daesh in Siria equivalga per Pechino a quello che al-Qaeda in Afghanistan era per Washington.

RICOSTRUZIONE GIÀ APPALTATA AI CINESI. Ma la questione più importante è sicuramente quella degli investimenti post bellici. Secondo le Nazioni Unite potrebbero valere 250 miliardi di dollari e la Repubblica popolare vuole una fetta della torta. Già nella prima metà del 2017, il governo cinese ha firmato accordi con la controparte siriana per 40 miliardi di dollari in settori chiave come quelli della rete elettrica, dei trasporti e, come si è detto, nel campo degli aiuti umanitari. È chiaro che le aziende di Stato cinesi si stanno ritagliando un ruolo chiave in quella che sarà la Siria (di Assad) a guerra finita. Gli interessi in campo sono tali che non si esclude che il Dragone decida se necessario di sostenere anche militarmente Damasco e Mosca.

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