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15 Aprile Apr 2018 0900 15 aprile 2018

Violenze sessuali: perché in Giappone il #MeToo è ancora tabù

Il viceministro delle finanze Fukuda accusato di molestie. Ma in una società patriarcale solo il 4% delle donne denucia gli abusi. Una di loro, la giornalista Shiori Ito, è diventata il volto della battaglia.

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Junichi Fukuda, il viceministro delle finanze giapponese, è improvvisamente al centro di uno scandalo che lo vede colpevole di molestie. Il settimanale Shincho racconta in un lungo articolo che avrebbe tentato di toccare il petto e di baciare una giornalista. E che non sarebbe stata la prima volta. L'inchiesta propone diverse voci di donne e le protegge con l'anonimato. Sarebbero almeno due le giornaliste attirate a un incontro privato per informazioni riservate e poi molestate.

EPPURE C'È LA WOMENOMICS. L'ambiente politico giapponese è scosso dalle fondamenta. Uno dei cavalli di battaglia del primo ministro Shinzo Abe, infatti, sono le politiche che vogliono favorire le quote femminile nel mercato del lavoro. La riforma battezzata womenomics è ormai entrata nel sesto anno, ma con poco successo. Il premier sostiene che dal 2012 l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro è aumentato di un punto percentuale l'anno arrivando al 66%.

POCHE PERÒ LE QUOTE ROSA. Ma nel 2017 il Paese è stato 114esimo su 144 posizioni nella classifica sull'eguaglianza di genere in del World Economic Forum, scendendo di tre posizioni rispetto all'anno precedente. Le donne guadagnano in media il 25% in meno delle loro controparti maschili. E per la Banca mondiale è all'ultimo posto tra i Paesi ricchi per la rappresentazione femminile in politica. Appena il 9% dei seggi della Camera bassa del parlamento è occupato da donne.

Il patriarcato nipponico è tornato sotto la lente di ingrandimento per l'assenza di reazioni di rilievo alla campagna per denunciare gli abusi che ha unito le donne di tutto il mondo sotto l'hashtag del #metoo. La femminista Saori Ikeuchi ha spiegato che la radice è nell'abitudine sociale di scoraggiare le donne a dire «no», anche se si tratta di sesso non consensuale.

LA MACCHIA DELLE SCHIAVE SESSUALI. La Ikeuchi ricorda un capitolo nero "rimosso" della storia giapponese, quello delle «donne di conforto», ossia le centinaia di migliaia di donne rese schiave sessuali dall'esercito durante la Seconda guerra mondiale. Una ferita che è rimasta aperta in tutti Paesi occupati dai giapponesi, Cina e Corea in prima linea.

IL 75% DELLE VIOLENTATE TACE. Le giapponesi quindi tacciono ancora, per vergogna o per paura. A dimostrarlo i dati di un recente studio governativo: una giapponese ogni 15 è stata stuprata, ma il 75% di loro non lo ha mai detto a nessuno. Solo il 4% ha denunciato la violenza alla polizia. Le statistiche del ministero della Giustizia sono altrettanto preoccupanti.

MOLTI CASI SUL POSTO DI LAVORO. Nel 2017 solo un terzo dei casi per violenza sessuale sono arrivati in tribunale e delle 1.678 persone processate, solo il 17% sono state condannate a più di tre anni. Nel 60% dei casi la vittima conosceva il violentatore e spesso lo incontrava su base quotidiana. Gli ambienti lavorativi sembrano inoltre essere i luoghi dove più spesso occorrono molestie e violenze.

Non sono una vittima senza nome. Sono un essere umano che si chiama Shiori Ito e voglio usare la mia voce per dimostrare la realtà delle violenze sessuali

Shiori Ito, giornalista stuprata

Il caso che più ha toccato l'opinione pubblica è stato quello della giornalista Shiori Ito che nel 2017 ha denunciato di essere stata violentata da un suo collega in una stanza d'albergo due anni prima. Non ha avuto paura di andare alla polizia né di mostrare la sua faccia in televisione.

VITTIMA CHE RIFIUTA L'ANONIMATO. Ha rifiutato di essere etichettata anonimamente come “vittima A”, un escamotage con cui la stampa giapponese protegge l'anonimato di chi ha subito violenza. «Non sono una vittima senza nome», ha spiegato alla stampa. «Sono un essere umano che si chiama Shiori Ito e voglio usare la mia voce per dimostrare la realtà delle violenze sessuali».

Shiori Ito. (Getty)

Per incidere ulteriormente su questa realtà ha scritto un libro, Scatola nera. Il titolo, ha spiegato, gli è stato fornito da un funzionario di polizia che si è occupato del suo caso. «Chi può sapere cos'è realmente successo?», avrebbe obiettato. «Quello che succede tra un uomo e una donna è in una scatola nera, impenetrabile dall'esterno». La giornalista è ormai il volto giapponese della lotta contro la violenza sulle donne.

«STAI UMILIANDO IL GIAPPONE». Eppure in una conferenza stampa a New York a latere della Commissione Onu proprio sullo stato delle donne ha dichiarato: «Mi hanno detto di non umiliare il Giappone diffondendo la mia storia». Ecco, forse bisognerebbe cominciare a riflettere sul fatto che invece è proprio il silenzio delle donne che umilia il Sol Levante.

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