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7 Maggio Mag 2018 1431 07 maggio 2018

Gli Usa rispondono alla nuova stretta della Cina su Taiwan

Pechino chiede alle aziende straniere di prendere posizione sull'«isola ribelle». Secondo la Casa Bianca è «un'assurdità orwelliana». Ma per Trump potrebbe essere una carta da giocare al tavolo della guerra commerciale.

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«Un'assurdità orwelliana». Così la Casa Bianca definisce l'ultima richiesta di Pechino a 36 compagnie aeree (statunitensi e non): le destinazioni all'interno dell'isola di Taiwan sono da considerarsi a tutti gli effetti parte del territorio della Repubblica popolare cinese, come pure Hong Kong e Macao. Le «province» dovranno anche essere indicate sulle mappe con lo stesso colore della Cina propriamente detta e la richiesta di Pechino deve essere esaudita entro il 25 maggio. Pena non meglio specificate «azioni punitive contro le aziende coinvolte».

SCUSE PUBBLICHE. La tagliente reazione Usa è scritta nero su bianco su un comunicato ufficiale della Casa Bianca. «Questa è un'assurdità orwelliana», si legge nel documento, «e parte del sempre più frequente tentativo del Partito comunista cinese di imporre la sua “correttezza politica” alle aziende e ai cittadini americani». In Cina insorgono i quotidiani e il web. Già all'inizio dell'anno per una questione molto simile la catena alberghiera Marriott, che tra l'altro ha oltre 270 strutture in Cina, si è dovuta scusare affermando pubblicamente di non sostenere forze separatiste. Lo stesso era avvenuto per la Mercedez-Benz e la Delta Airlines.

PATRIOTTISMO ALLA CINESE. Tra tutte le voci di protesta patriottica che si sono levate questa volta, vale la pena di citare l'editoriale piccato del Global Times, comunemente interpretato come la voce del Partito. «Le pratiche sbagliate vanno corrette», si legge. «E questo non ha niente a che vedere con il sistema politico o l'ideologia». E continua affermando che la citazione di Orwell «dimostra come le élite statunitensi continuano a considerare la Cina uno Stato totalitario senza prendere in considerazione la complessità della società cinese».

La situazione è veramente complicata. Se Hong Kong e Macao sono state restituite alla “madrepatria” secondo la formula «un Paese due sistemi» con cui si concede che all'interno di un territorio sottoposto a un'unica sovranità possano esistere delle aree amministrate secondo un differente ordinamento istituzionale e contraddistinte da un diverso sistema economico, a Taiwan la formula «una sola Cina» ha obbligato tutti i Paesi del mondo a prendere una posizione ufficiale. O si riconosce la Cina di Pechino o quella di Taipei. E a livello diplomatico la battaglia è già vinta: ormai appena 18 Paesi minori - il più importante è il Vaticano - riconoscono lo Stato di Taiwan.

«UNA SOLA CINA».​ Taiwan e la Cina hanno una tra le relazioni internazionali più complicate del mondo. L’isola fu posta sotto il controllo della Repubblica cinese di Chang Kai-shek quando il Giappone perse la Seconda guerra mondiale e fu qui che il Generalissimo si rifugiò con le sue truppe solo quattro anni dopo, quando perse la guerra civile contro l’Esercito di liberazione di Mao Zedong. Sperava di riconquistare la terraferma con l’appoggio degli Stati Uniti, ma le cose andarono diversamente. Nel 1971 l’Onu assegnò il seggio della Repubblica cinese, ovvero Taiwan, alla Repubblica popolare e da allora un numero sempre crescente di Paesi ha riconosciuto quest’ultima a scapito della prima. Le «due Cine» nel frattempo hanno percorso cammini completamente separati.

Pechino considera ancora l’isola una «provincia ribelle» e Taipei continua a pensare la terraferma come «un territorio della Repubblica cinese esterno all’area di Taiwan»

I cinesi di Taiwan hanno mantenuto un legame con la cultura della Cina imperiale che non è stato spezzato da nessun «balzo in avanti» o Rivoluzione culturale. L’esempio più evidente è la scrittura, che differisce da quella "semplificata" dalla Cina comunista per permettere l’alfabetizzazione del maggior numero di persone possibile. Forte di questa "superiorità" e non dovendosi confrontare con le masse del continente, Taiwan è passata a un sistema di governo democratico alla fine degli Anni 80.

IDENTITÀ SEPARATE. Nel frattempo la sua identità cinese si è sempre più diluita in una contemporanea e globalizzata taiwanesità. Nessuno che abbia meno di 30 anni ormai può immaginare un futuro alle dipendenze della Cina. Ma nonostante tutto questo, a oltre 60 anni dalla separazione, formalmente Pechino considera ancora l’isola una «provincia ribelle» e Taipei continua a pensare la terraferma come «un territorio della Repubblica cinese esterno all’area di Taiwan».

UNA CARTA DIPLOMATICA. Ed è qui che si è incuneato l'interesse statunitense di Donald Trump. A dicembre 2017 si è pubblicamente congratulato con Tsai Ing-wen, nota per non aver mai appaggiato la politica di «una sola Cina», per la sua elezione a presidente dell'isola. Certo, Trump ha poi fatto marcia indietro quando ha cercato l'appoggio di Pechino per la risoluzione della questione nordcoreana, ma oggi si rende conto che la questione taiwanese potrebbe essere la carta vincente da giocare al tavolo della guerra commerciale. L'amministrazione statunitense chiede alla Repubblica popolare di tagliare di 200 miliardi di dollari lo squilibrio commerciale tra i due Paesi. E a Pechino la questione territoriale fa molto più male di qualsiasi dazio.

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