Perrone Ambasciatore Italiano Libia
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9 Maggio Mag 2018 1124 09 maggio 2018

In Libia l'Isis si riorganizza: perché il piano dell'Onu è a rischio

I conflitti riesplosi nel Sud. Il ritorno di Haftar. La fragilità di Sarraj. I diritti umani violati. E Daesh che rialza la testa. Perrone, ambasciatore a Tripoli, fa il punto sul processo di pace: «Spero in elezioni entro il 2018».

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Il 25 luglio del 2017 il presidente francese Emmanuel Macron dichiarò al termine dell'incontro organizzato all'Eliseo tra il numero uno del governo di accordo nazionale di Tripoli, Fayez al-Sarraj e l'uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar: «Oggi la pace è più vicina». Un vertice salutato come «storico» da molta stampa internazionale. Dopo 10 mesi la pace in Libia sembra più lontana che mai, così come la road map indicata dal presidente francese un anno fa - cessate il fuoco, riconciliazione nazionale, elezioni in primavera.

«GOVERNO IN SERIE DIFFICOLTÀ». Lo stesso inviato delle Nazioni unite per la Libia, Ghassan Salame, non ha nascosto la situazione riferendo al consiglio di sicurezza il 21 marzo 2018: «Il governo è in serie difficoltà finanziarie ed è incapace di fornire servizi alla gente nonostante il fatto che il Paese stia producendo un milione di barili di petrolio al giorno», ha detto riferendosi all'esecutivo di al-Sarraj, l'unico riconosciuto dall'Onu. «Cresce anche la preoccupazione per le minacce dell’Isis e di al Qaeda».

L'UNICA AMBASCIATA RIAPERTA. La violenza dilaga nelle città libiche. Bande rivali si contendono il traffico di esseri umani, la scarsa liquidità non fa che rafforzare le milizie e «Daesh sta cercando di organizzarsi», come conferma Giuseppe Perrone, l'ambasciatore italiano in Libia, con cui Lettera43.it ha provato a capire a che punto è il processo di pace. Da 14 mesi l'Italia è l'unico Paese occidentale ad aver riaperto l'ambasciata a Tripoli.

L'ambasciatore italiano in Libia Giuseppe Perrone, a sinistra, col ministro dell'Interno Marco Minniti. (Getty)

DOMANDA. A fine marzo il quotidiano Asharq al-Awsat ha rivelato che il generale Haftar avrebbe rifiutato una offerta di condivisione del potere da parte di al-Sarraj. Un accordo tra il governo di Tripoli e quello della Cirenaica è ancora possibile?
RISPOSTA. Il problema non è tanto un accordo tra Sarraj a e Haftar, ma è far avanzare un processo politico che porti a elezioni parlamentari - le Presidenziali richiedono preventivamente l'approvazione di una Costituzione, sono molto più complesse da concretizzare entro la fine del 2018 - in maniera che non siano divisive, perché le elezioni possono anche aggravare la frammentazione interna.

D. Cosa serve?
R. Ci vuole una legge elettorale condivisa, c'è bisogno di una situazione da un punto di vista della sicurezza più stabilizzata perché in questa fase ci sono diverse zone di conflitto aperte e lo svolgimento di elezioni è incompatibile con questa conflittualità. L'altra cosa è l'impegno preventivo da parte di tutti i principali attori a riconoscere il risultato delle elezioni.

D. Da chi vengono le resistenze maggiori?
R. Haftar e Sarraj non sono gli unici attori politici in libia, alcuni non riconoscono al governo Sarraj l'autorità per portare il Paese alle elezioni.

D. L'ultima relazione dell'inviato Onu, Salame, descrive un governo Sarraj più debole che mai a due anni dall'insediamento.
R. Certamente c'è un problema di governance. L'esecutivo si trova ad avere un governo concorrente nell'altra parte del Paese e una situazione della sicurezza molto frammentata: senza un esercito unificato che risponda alla propria autorità, ma con un insieme di milizie con le quali nella migliore delle ipotesi ci sono rapporti di alleanza. È difficile per il governo svolgere la propria attività perché non ha piena autorità sul terreno.

D. Il quadro è così compromesso?
R. Non vorrei dare una valutazione negativa perché non sarebbe rispondente alla realtà: la sicurezza è migliorata a Tripoli, nonostante l'ultimo attentato, e l'autorità di Sarraj sulla zona di Tripoli e dintorni si è estesa, ma è una situazione fragile perché manca un esercito unificato.

D. Haftar è decisivo per un accordo sull'unificazione dell'esercito?
R. Sì: dal punto di vista militare, ma anche politico. Perché Haftar ha l'ambizione di rappresentare una parte politica. Se non c'è condivisione delle regole del gioco non avremo mai una stabilizzazione.

D. Dopo settimane di speculazioni sulla sua salute, il ritorno del generale sulla scena politica libica agevola oppure ostacola il processo di pace?
R. Spero che lo agevoli nella misura in cui lui rappresenta un progetto unificato dell'Est della Libia. La sua scomparsa avrebbe potuto preludere a una frammentazione della rappresentanza politica in Cirenaica. Ciò detto, noi auspichiamo innanzitutto che venga accontonato definitivamente lo strumento militare, e quindi qualsiasi ambizione di prendere il potere con la forza. Anche il processo di unificazione dell'esercito deve avvenire con il coinvolgimento di tutti gli attori militari del Paese.

Daesh è un movimento terroristico globale, è ovvio che un ripiegamento dalla Siria e dall'Iraq possa riflettersi in un tentativo di riemergere in Libia

Giuseppe Perrone, ambasciatore italiano a Tripoli

D. Da febbraio a oggi ci sono stati diversi attacchi terroristici, ultimo quello alla commissione elettorale di Tripoli rivendicato da Daesh. Inchieste giornalistiche e rapporti di agenzie internazionali e di intelligence dicono che l'Isis ha stretto alleanze con gruppi jihadisti di Mali, Ciad, Sudan. Lo Stato islamico in Libia non è stato sconfitto?
R. Si sta riorganizzando, o almeno sta cercando di riorganizzarsi. Ma i libici finora hanno fatto un buon lavoro per contrastarlo, lo abbiamo visto con la cacciata di Daesh da Sirte, avvenuta grazie al sostegno della comunità internazionale e degli Stati Uniti in particolare: ogni qual volta lo Stato islamico ha cercato di rialzare la testa sono intervenuti con delle azioni chirurgiche, puntuali.

D. Negli ultimi mesi i raid aerei statunitensi sulla Libia sono stati costantiò. Segno che il livello della minaccia si è alzato?
R. L'attenzione sia libica sia internazionale è massima, non bisogna mai arretrare. Quello che è successo anche pochi giorni fa, con l'attentato alla comissione elettorale rivendicato dallo Stato islamico - non posso dire se la rivendicazione è credibile o meno - dimostra la grande attenzione di questa organizzazione terroristica per la Libia e per quello che la Libia può rappresentare. Daesh è un movimento terroristico globale, è ovvio che un ripiegamento dalla Siria e dall'Iraq possa riflettersi in un tentativo di riemergere in Libia.

D. Una ricostituzione su base territoriale?
R. Come Italia dobbiamo stare particolarmente attenti perché anche questi traffici criminali attraverso i barconi non ci immunizzano da possibili infiltrazioni di personale assoldato dallo Stato islamico. L'attenzione, ripeto, è massima e non siamo soli. Gli Stati Uniti stanno svolgendo una attività continuativa molto importante con il governo libico.

Il generale Khalifa Haftar.
ANSA

D. Non c'è solo Daesh: la situazione nel Sud, nella regione del Fezzan, si è deteriorata ulteriormente. A Sebha sono ripresi i combattimenti tra le tribù tebu e awlad suleiman, con l'aeroporto ora sotto il controllo dei tebu. Dell'accordo di pace tra le tribù del Sud si era fatta garante proprio l'Italia nell'aprile del 2017 per iniziativa del ministro Minniti. Quell'accordo è fallito?
R. Non credo. Sebha è la città più importante del Sud e quindi è particolarmente grave, però è un conflitto locale, non di tutto il Sud, che è stato per troppo tempo un territorio fertile per traffici di ogni tipo. Come Italia abbiamo un particolare interesse alla sua stabilizzazione. Ma non è l'unico fronte aperto e finché non si avrà un esercito unificato che risponda a tutti i libici, a una autorità di governo e che abbia una catena di comando chiara e unificata, questa situazione di conflittualità tra clan e gruppi armati è purtroppo possibile.

D. La crisi economica e la mancanza di liquidità aggravano il clima. Chi e come gestisce il denaro che arriva dal petrolio?
R. Gli introiti della vendita di gas e "olio nero" vengono incamerati dalla compagnia nazionale per il petrolio e gestiti attraverso la banca centrale. Fanno parte del bilancio dello Stato su cui ha le mani il governo di accordo nazionale, l'unico riconosciuto dalla comunità internazionale.

D. Il governo autoproclamato di Haftar come si sostiene?
R. L'esecutivo parallelo che ha sede a Bengasi non è riconosciuto dalla comunità internazionale. Come si sostiene non lo so.

Le stime parlano di 10 mila persone internate nei campi illegali in Libia. Sappiamo che esistono, ma noi dobbiamo incentivare le organizzazioni legali

Giuseppe Perrone, ambasciatore italiano a Tripoli

D. Quanti campi illegali di detenzione dei migranti ci sono in Libia. E quante persone vi sono detenute?
R. È molto difficile rispondere a questa domanda perché la presenza dei migranti in questi campi varia. Le stime parlano di circa 10 mila persone internate, ma noi non abbiamo visibilità essendo strutture illegali. Sappiamo che esistono, sono concentrate soprattutto nell'Ovest della Libia, lungo la rotta migratoria, sono gestite dalle organizzazioni criminali e lì avvengono i peggiori abusi, come hanno testimoniato gli stessi migranti.

D. La ragione per cui l'Italia è sotto un fuoco di fila di critiche: come si fa ad aiutare la Guardia costiera libica a riportare i migranti in un Paese che non è in grado di garantire il rispetto dei diritti umani?
R. Non si può chiedere a uno Stato di rinunciare al controllo dei propri confini e di aprirsi ai traffici di ogni tipo. La Libia ha le sue agenzie di sicurezza deputate al controllo del territorio e dei confini. Noi dobbiamo incentivare le organizzazioni legali nel Paese, quelle che gestiscono l'immigrazione in maniera corretta.

D. La situazione attuale com'è?
R. Nonostante le difficoltà, nei campi regolari le condizioni stanno migliorando: sono molto meno affollati e vi possono avere accesso le organizzazioni non governative. I libici si stanno dando molto da fare. È grazie all'Italia se l'Unhcr (l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, ndr) lavora regolarmente in Libia o se l'Oim (l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, ndr) può fare più rimpatri volontari.

D. Quante persone sono state riportate indietro dalla Guardia costiera libica?
R. Non ho la cifra esatta, ma parliamo di alcune decine di migliaia, circa 20 mila. La Guardia costiera libica ha cominciato a operare nell'estate del 2017, prima non era in condizioni di farlo. Ha avuto formazione, addestramento dall'Italia e dall'Europa per effettuare queste attività che rispondono a una prerogativa di qualunque Stato.

Fayez al-Sarraj col premier Paolo Gentiloni.
ANSA

D. Con un controllo del territorio così limitato, come si fa ad avere garanzie sulla sorte delle persone riportate indietro dalla Guardia costiera libica con la collaborazione dell'Italia?
R. Queste persone sono state portate nei centri legali, all'arrivo nei porti c'è l'Oim, c'è l'Unhcr, ci sono diverse organizzazioni che fanno la registrazione insieme al Dipartimento per il contrasto all'immigrazione clandestina libico, accolgono i migranti e li portano verso i centri del ministero dell'Interno, non li mandano certo nei centri illegali. I rimpatri volontari effettuati dall'Oim sono stati intorno ai 20-25 mila nell'ultimo anno. Ci sono i corridoi umanitari.

D. Spuntano anche video e denunce pubbliche - come quella di Riccardo Magi dei Radicali italiani - che testimoniano atteggiamenti aggressivi da parte della Guardia costiera libica e la presenza addirittura di armi a bordo sulle loro navi.
R. A me non risulta, ma io non ho questi video. Quello che abbiamo osservato molte volte e che pensiamo sia un grosso pericolo per la salute dei migranti è che quando la Guardia costiera libica acquisice la responsabilità di una operazione di salvataggio, piaccia o non piaccia, le navi delle Ong dovrebbero tenersi distanti perché se si avvicinano - con le migliori intenzioni - quello che provocano è un tuffo collettivo dei migranti in mare perché vogliono raggiungere la nave della Ong e questo mette a repentaglio la loro vita.

Diritti umani violati? L'Ue ha addestrato il personale della Guardia costiera libica che spesso lavora con sacrifici personali grossissimi e a rischio della propria vita

Giuseppe Perrone, ambasciatore italiano a Tripoli

D. Anche essere rispediti in Libia lo fa. C'è un ricorso presentato alla Corte europea dei diritti dell'uomo dalla Global Action Network per un episodio del novembre 2017 quando la Guardia costiera libica ostacolò una operazione di salvataggio della nave Sea Watch in acque internazionali.
R. A me non risulta che sia così, ma c'è una contesa giurisdizionale e si vedrà. Quello che posso dire è che la Guardia costiera libica cerca di fare il suo lavoro in maniera professionale. L'Unione europea ha addestrato il personale libico che spesso lavora con sacrifici personali grossissimi e a rischio della propria vita perché sono soggetti a minacce costanti da parte dei trafficanti.

D. Medici senza frontiere, solo per citare uno dei numerosi rappporti pubblicati in questi mesi, ha raccontato di 800 migranti detenuti a Zuwara in condizioni disumane. Zuwara è a 100 chilometri da Tripoli: l'Onu sostiene un governo, quello di al-Sarraj, che di fatto non controlla nemmeno il territorio a 100 km dalla capitale?
R. Capisco che ci sia chi ha interesse a promuovere agende contrapposte, ma il nostro obiettivo è constratare i flussi illegali, la tratta, gli abusi. La situazione dei centri in Libia era molto più grave prima che si accendessero i riflettori. A poco a poco, grazie al nostro impegno, all'impegno dei libici e delle organizzazioni umanitarie internazionali si è riusciti a ridurre il sovraffollamento nei centri, a concentrare i migranti nei centri controllati e questa operazione è in corso anche ora.

D. Che risultati ha ottenuto il governo Sarraj?
R. Ha dimostrato di essere un partner molto efficace nel contrasto all'immigrazione clandestina perché è riuscito a ridurre il numero delle vittime di questo terribile traffico. Non dico che la situazione in Libia sia ideale perché non lo è, l'ho appena descritta, ma noi lavoriamo per migliorare le cose.

D. Considera realistico pensare che la Libia vada a elezioni entro il 2018?
R. Spero di sì, ma se questo accadrà non lo so.

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