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DIPLOMATICAMENTE
14 Maggio Mag 2018 1639 14 maggio 2018

Le elezioni indeboliscono Abadi: una pessima notizia per l'Iraq

Il premier uscente ha grandi meriti nella sconfitta all'Isis, nella mitigazione dell'influenza iraniana e nella gestione del referendum curdo. Sadr è in vantaggio. Ma l'iter di formazione del governo può riservare sorprese.

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Le elezioni del 12 maggio in Iraq potranno rappresentare il punto di partenza di una svolta davvero costruttiva nella storia tormentata di questo importante Paese del Medio Oriente? Non possiamo che augurarcelo, per il bene di quella popolazione e per il futuro stesso della regione sulla quale gravano ancora, purtroppo, gravi fattori di conflittualità, dal quadrante iraniano-siriano-libanese-israeliano allo Yemen, come ci dicono anche le cronache di questi ultimi giorni. Nell’attesa, che non sarà brevissima data la frammentazione degli schieramenti in competizione, possiamo sviluppare alcune considerazioni sulla portata di questo nevralgico passaggio elettorale dal quale usciranno, è bene ricordarlo, le tre nuove grandi cariche politico-istituzionali e di governo del paese: il presidente della Repubblica, Il presidente del Parlamento, il primo ministro.

LA POLITICA PRIMA DELLA RELIGIONE. La prima è che se è stata rilevata un’affluenza al voto piuttosto bassa – segno di una diffusa sfiducia nell’attuale dirigenza politica ma anche di timori per la propria incolumità - è stato anche riconosciuto, e con ostentato orgoglio, il pluralismo elettorale quale insostituibile base di legittimazione dell’assetto istituzionale e della governance del Paese. La seconda riguarda la rilevanza del fattore settario nella geografia politica dell'Iraq. Essa esiste e sarebbe singolare che così non fosse alla luce della storia politica del Paese, violentemente marcata dal fattore settario ed etnico, sulla cui dinamica hanno giocato un ruolo piuttosto forte, occorre ricordarlo, la gestione del potere di Saddam Hussein ma anche le scelte politiche compiute dagli Usa tra il 2003, anno dell’invasione ed eliminazione dello stesso Saddam, e il 2011, anno di abbandono dell’Iraq da parte degli americani. Ma si può osservare come le alleanze che si sono andate stabilendo nel garbuglio delle liste in lizza in questa tornata elettorale, un’ottantina, tra le quali i cinque grandi blocchi sciiti, i due sunniti e quello curdo, sembrano aver risposto più a criteri ideologici e politici che a considerazioni religiose e/o etniche. Ha contato di più, per dirla con un analista locale, il “dove vuoi andare” che il “da dove vieni”.

L'IMPORTANZA DEL PREMIER ABADI. La terza considerazione sta nel fatto che, pur facendo la tara delle manipolazioni, che pure sono state denunciate e debitamente registrate dagli osservatori internazionali e locali, il risultato di questa competizione non risulta affatto deciso in anticipo come avviene spesso in questa come in altre parti del mondo. Il risultato è tuttora incerto. Questo è un dato positivo e apre favorevolmente all’aspettativa che questa tornata elettorale possa rappresentare un significativo passo in avanti nella ri-affermazione di un Iraq capace di assumere un posizionamento e un ruolo all’altezza del suo potenziale peso specifico - dal capitale umano alla ricchezza energetica - nella regione. Si tratta di un’aspettativa che, è quasi superfluo sottolinearlo, risulta essere tanto più consistente nella misura in cui venga confermato al vertice del governo l’attuale premier, sciita, Haider al-Abadi, e non i suoi maggiori contendenti. A cominciare da Hadi al-Ameri, il comandante della poderosa milizia sciita Mounasama al-Badr che resiste a fatica all’etichettatura di “uomo di Teheran” che ha voluto staccarsi di dosso con una piattaforma elettorale politica nella quale ha collocato, tra l’altro, la sconfitta dell’Isis, la necessità di una seria lotta alla corruzione e di una diversificazione dell’economia irachena a favore del settore privato, l’opposizione alla presenza americana nel Paese.

Hadi al-Ameri.

Analogo commento si può fare per l'ex premier Nuri al-Maliki, portato al vertice del governo sulla scorta di un’intesa raggiunta a suo tempo tra Bush e i mullah iraniani. Intesa che quando Barack Obama decise di ritirare le truppe americane dall’Iraq si ruppe a favore di Teheran; con grande disappunto dell’Arabia Saudita. A suo debito stanno la disastrosa dissolvenza dell’esercito iracheno di fronte all’attacco dell’Isis (2014) e la miope politica di discriminazione settaria nei riguardi della componente sunnita. Da mettere in conto anche la scarsa fiducia nei suoi riguardi di una parte della dirigenza iraniana. Per di più si è portato appresso un’indiretta ma chiara presa di distanza dal Grande ayatollah Ali al-Sistani che ha invitato a non votare chi ha fallito in passato. Abadi porta invece in dote la vittoria militare sull’Isis, dichiarata ufficialmente (e prudentemente) nel dicembre del 2017, ben cinque mesi dopo la liberazione di Mosul, ottenuta grazie anche a una quasi funambolica convergenza d’azione tra gli americani e le milizie di osservanza iraniana. Porta anche la decisa stroncatura dell’avventurosa dichiarazione di indipendenza dei curdi di Mas'ud Barzani, con cui è riuscito, tra l’altro, a non dare molto spazio a turchi e iraniani.

L'INFLUENZA (MITIGATA) DELL'IRAN. L’Iran continua ad esercitare un’influenza importante in Iraq, è innegabile, ma essa risulta adesso temperata dai buoni rapporti intrattenuti da Abadi con la Casa Bianca di Donald Trump, notoriamente in rotta di duro confronto con Teheran. Aggiungiamo a ciò l’abile azione condotta da Abadi nei riguardi dell’Arabia Saudita, il grande antagonista dell’Iran, con la quale ha riaperto i rapporti, rilanciandoli in una robusta chiave economico-commerciale e di investimenti mirati alla ricostruzione delle aree sconvolte dall’Isis che Riad ha accolto con evidente interesse e favore. Quanto alla minaccia terroristica, annunciata con temibile virulenza proprio in funzione anti-elettorale, essa ha segnato un’ulteriore scia di sangue anche il 12 maggio, ma in termini ben meno gravi di quanto ci si poteva attendere. Ad Abadi va anche il merito di non aver perso tempo nel fissare la data delle elezioni a maggio, da non pochi ritenuta troppo ravvicinata, e a farsela approvare dal Parlamento all’inizio del 2018.

SADR IN VANTAGGIO. Abadi non è il classico “uomo forte” ed è anzi oggetto di critica per non essere riuscito a portare avanti con la debita decisione quella politica di riforme e di lotta alla corruzione che pure aveva promesso. Al contrario, è uomo di mediazione, di equilibrio, che ha fatto del superamento delle barriere settarie ed etniche in tutti gli ambiti della società una sua bandiera, una sua parola d’ordine in chiave di recupero dell’identità nazionale del Paese e di suo ritorno a player di primo piano a livello regionale. In questa fase della storia politica irachena mi sembra al momento la figura maggiormente credibile e utile anche se non risulterebbe premiata dai primi spogli al contrario di quella di Moktadr al-Sadr, già religioso sciita legato a Teheran e oggi portabandiera della lotta alla corruzione di cui accusa l’insieme dei vecchi partiti. Vedremo se queste prime indicazioni saranno confermate e come giocheranno nei negoziati tra le forze politiche che riterranno di poter concorrere alla nomina dei vertici politico-istituzionali e di governo del Paese. Una cosa è certa: saranno laboriosi. Auguriamoci che siano anche adeguati alla bisogna.

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