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14 Maggio Mag 2018 1411 14 maggio 2018

Gerusalemme, che effetti avrà lo spostamento dell'ambasciata Usa

La mossa di Trump riaccende la miccia palestinese. E può alimentare le tensioni tra Iran e Israele, preparando il terreno per uno scontro armato. Mentre al Qaeda minaccia Tel Aviv.

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Casomai non bastasse l'annuncio, a fine 2017, del riconoscimento di Gerusalemme unica capitale di Israele, seguito dall'annuncio, di questa primavera, della uscita degli Usa dall'accordo sul nucleare iraniano, Donald Trump ha dato mandato di inaugurare l'ambasciata americana a Gerusalemme il 14 maggio 2018. All'indomani delle celebrazioni israeliane del Jerusalem Day (la festa annuale per l'annessione illegale della parte Est nel 1967) e alla vigila dell'anniversario palestinese, il 15 maggio, della Nakba: la «catastrofe», in arabo, dell'invasione della prima guerra arabo-israeliana del 1948, ormai 70 anni fa. La data scelta per il trasferimento non poteva essere più calda, perché non finisce neanche qui. Con un'intensità e una partecipazione mai avute prima, alla frontiera della Striscia di Gaza i palestinesi confinati nell'enclave protestano in massa.

UN INCENDIO SU SCALA GLOBALE. Tra loro, solo nell'ultimo giorno oltre 55 gli uccisi da spari e intossicati e oltre 2mila i feriti, anche gravi. In queste settimane si sono contati un centinaio i morti palestinesi, una strage. La Grande marcia del ritorno è partita il 30 marzo per la ricorrenza dell'uccisione nel 1976 di sei connazionali e l'esproprio di terre (un'altra data simbolo della resistenza palestinese) e non si è più fermata: c'è l'apertura dell'ambasciata americana a Gerusalemme, poi la Nakba, forse un'altra guerra in arrivo. Israele ha dichiarato di essere «preparato a pagare un prezzo» per la decisione «storica, importante, drammatica» di Trump, e ritiene a quanto pare sostenibili conseguenze – nell'ordine a breve e lungo termine – sanguinose per i palestinesi, ulteriormente destabilizzanti per la regione mediorientale e rischiose per gli stessi Usa, i loro alleati e i civili israeliani.

1. L'ira palestinese: si rischia un climax di scontri e agguati

Lungo la frontiera tra Israele e Gaza le proteste della Grande marcia, con il loro acme ogni venerdì dell'ira, non hanno tregua dall'ultimo fine settimana. Anzi, gli scontri tra forze dell'ordine e civili stanno montando e non si arresteranno alla fine delle cerimonie per gli Usa a Gerusalemme. I gazawi già gridano la loro rabbia per i «70 anni dalla nakba» del 15 maggio 1948. Il 14 maggio 2018 almeno altri 40 palestinesi sono stati uccisi, mentre migliaia di connazionali hanno preso a sfilare sia nella Striscia sia in Cisgiordania. Da Ramallah a Gaza, tutti i territori occupati sono in fiamme, inclusa la città vecchia e contesa di Gerusalemme Est.

L'OMBRA DI UNA TERZA INTIFADA. La metropoli mediorientale, blindata per la delicata inaugurazione, è reduce da scontri alla Spianate delle moschee (il Monte del tempio per gli ebrei) tra palestinesi e israeliani, dopo la salita nel sito conteso, per il Jerusalem Day, di un gruppo di ebrei che avevano iniziato a pregare nel luogo, per regolamento, accessibile per motivi religiosi solo ai musulmani. Gli attacchi contro gli israeliani, a Gerusalemme e in Israele come nella Cisgiordania tappezzata di colonie sioniste, possono intensificarsi. Gli agguati con i coltelli possono riprendere forza ancor più che nell'autunno 2015, sfociando in una Terza intifada. Da Gaza possono ripartire i razzi di Hamas contro Israele. Come pure dal Libano dalle milizie filo-palestinesi.

2. Il confronto Iran-Israele: l'escalation è sempre più probabile

I palestinesi non arrestano le proteste perché hanno capito di trovarsi all'angolo. Riconoscere Gerusalemme come sola capitale d'Israele, come ha fatto Trump, equivale a cancellare con un colpo di spugna oltre 20 anni di negoziati (stagnanti) per la soluzione dei due popoli nei due Stati. E siccome i primi alleati nella scelta degli Usa sono i sauditi, guidati di fatto dal re in pectore filo-occidentale Mohammad bin Salman, capofila del blocco dei governi sunniti, i palestinesi finiranno per restare realmente difesi solo dall'Iran e dal suo fronte sciita armato dai pasdaran. Lo scontro tra Israele e Repubblica islamica è diventato sempre più diretto in Siria, come in Yemen quello tra sauditi e iraniani.

IL CONFLITTO CERCATO. Nei territori palestinesi esplosivi, e in particolar modo nella Striscia governata da Hamas armata dall'Iran, la scintilla è sul punto di scoppiare, come nel confinante Libano o sulle alture siriane del Golan occupate da Israele dal 1967. Teheran è sotto pressione per l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo internazionale sul nucleare firmato sotto l'Amministrazione Obama e stracciato da Trump: una provocazione illegale che spinge gli ayatollah a reagire. Come sembra alla fine anche volere anche Israele, per sbloccare lo stallo e avere il via libera (degli Usa e degli arabi sunniti, Giordania e Marocco in prima fila con l'Arabia Saudita) per l'annessione unilaterale di Gerusalemme e di gran parte delle terre bibliche della Cisgiordania.

Ayman al Zawahiri.

3. L'allerta terrorismo: benzina sul fuoco del jihad

L'esercito della Stella di David sembra abbastanza sicuro di riuscire a vincere una guerra contro l'Iran («il prezzo da pagare»), a dispetto della forza militare guadagnata sul campo, negli ultimi conflitti mediorientali, dagli sciiti di Libano, Iraq e Iran. Ma, ancora una volta, le ripercussioni a lungo termine sui Paesi attorno a Israele saranno atroci: in Siria può riesplodere un'escalation, come pure in Libano e in Iraq. E, attraverso la longa manus di un terrorismo sempre meno controllabile, oltre agli Usa, a farne le spese sarebbe l'Europa nonostante, a esclusione dell'Austria e di qualche Paese dell'Est, si sia schierata contro Trump e Israele. In difesa di uno Stato palestinese con capitale a Gerusalemme Est.

LA CHIAMATA DI AL QAEDA. In Israele e nel mondo, come ampiamente accaduto in passato, le sedi diplomatiche americane e dei governi fiancheggiatori o altri luoghi sensibili di grande richiamo o istituzionali possono tornare bersaglio di attentati. Per mano non tanto dell'Iran (che tra il 1979 tenne in ostaggio ma non attaccò con bombe o kamikaze l'ambasciata Usa a Teheran), quanto di al Qaeda e di altre reti jihadiste terroristiche come l'Isis. Nella giornata dell'insediamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme, il capo di al Qaeda al Ayman al Zawahiri ha chiamato a «resistere a Trump con il jihad» nel suo ultimo video «Tel Aviv è anche una terra di musulmani».

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